Il secondo turno del 7-8 giugno non consegna una vittoria strategica né alla destra meloniana né al cosiddetto campo largo. Dietro il pareggio nei capoluoghi emerge una crisi più profonda: l’incapacità di entrambi i poli di rappresentare un’alternativa popolare.

Il secondo turno delle elezioni amministrative del 7 e 8 giugno ha il merito di sgonfiare contemporaneamente due narrazioni speculari. Da una parte, quella della destra meloniana, che vorrebbe presentarsi come forza di governo ormai radicata, egemone e capace di tradurre automaticamente il consenso nazionale in controllo dei territori. Dall’altra, quella del cosiddetto campo largo, che prova a trasformare ogni arretramento del centrodestra in una conferma della propria autosufficienza politica, come se bastasse sommare PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e liste civiche per costruire un’alternativa credibile allo schieramento reazionario.
Guardando ai numeri, nei sei capoluoghi arrivati al ballottaggio, il risultato si è chiuso con un pareggio perfetto: tre città al centrodestra (Arezzo, Lecco e Macerata), e tre al centrosinistra (Agrigento, Chieti e Trani). Il centrodestra ha tenuto o conquistato comuni importanti, ma non ha sfondato; il centrosinistra ha ottenuto vittorie significative, soprattutto ad Agrigento, ma ha perso sfide pesanti, a cominciare da Arezzo e Lecco, dove il campo largo non è riuscito a convincere settori decisivi dell’elettorato. L’affluenza in calo, attorno al 52%, segnala inoltre che il dato più profondo non è l’entusiasmo per l’uno o per l’altro polo, ma la disaffezione crescente di una parte consistente della società.
Se dunque ci si limita a un conteggio dei capoluoghi conquistati, ciascuna coalizione può trovare elementi per rivendicare una mezza vittoria. Se si guarda al quadro complessivo dei comuni sopra i 15mila abitanti, invece, emerge una tendenza più interessante: arretrano sia il centrodestra sia il centrosinistra, mentre cresce lo spazio delle liste civiche e dei candidati non pienamente riconducibili ai due blocchi nazionali. Questo, tuttavia, non significa automaticamente avanzamento progressista. Il civismo, in Italia, può essere molte cose: partecipazione reale, notabilato locale, trasformismo, amministrazione tecnica, mascheramento di interessi economici, risposta alla crisi dei partiti. Ma il fenomeno resta significativo, in quanto segnala che l’offerta politica nazionale appare sempre meno capace di interpretare i bisogni sociali, anche quando riesce ancora a organizzare coalizioni elettorali competitive.
La destra meloniana esce da questa tornata senza la sconfitta verticale che molti auspicavano, ma anche senza la conferma trionfale che Giorgia Meloni vorrebbe raccontare. Ad Arezzo, Marcello Comanducci ha battuto Vincenzo Ceccarelli con un risultato netto. A Macerata, Sandro Parcaroli è stato riconfermato. A Lecco, Filippo Boscagli ha riportato il centrodestra alla guida della città superando il sindaco uscente Mauro Gattinoni. Sono risultati che certamente dimostrano come lo schieramento reazionario resti competitivo e, in alcuni territori, riesca ancora a presentarsi come opzione amministrativa credibile; ma questo non cancella il reale problema politico e sociale legato all’esecutivo in carico.
Il governo Meloni continua a rappresentare una destra nazionalista nella retorica e subalterna nella sostanza. Parla di sovranità, ma resta pienamente inserito nel quadro euroatlantico. Attacca Bruxelles quando serve raccogliere consenso, ma accetta l’orizzonte dei vincoli europei, della disciplina di bilancio, della competitività fondata sulla compressione salariale e dell’aumento della spesa militare richiesto dalla NATO. Si presenta come difensore del popolo, ma non mette in discussione i rapporti di forza che impoveriscono lavoratori, pensionati, giovani precari e territori marginali. Evoca la nazione, ma la riduce a marchio ideologico, mentre le scelte concrete continuano a muoversi dentro il perimetro del neoliberismo europeo e dell’allineamento strategico agli Stati Uniti.
Il voto amministrativo mostra proprio la contraddizione tra propaganda e realtà. Nei comuni non si vota solo sull’identità nazionale astratta, ma su trasporti, casa, scuole, sanità territoriale, servizi sociali, verde pubblico, rifiuti, appalti, periferie, sicurezza reale e non securitaria. Su questo terreno la destra può vincere dove costruisce apparati locali, clientele, liste civiche e candidati riconoscibili, ma non riesce a produrre un modello alternativo. La sua idea di città resta fondata su privatizzazioni, rendita urbana, grandi eventi, turismo come monocultura, repressione del disagio sociale e subordinazione dell’amministrazione pubblica agli interessi immobiliari e imprenditoriali.
Ma sarebbe un errore grave fermarsi alla critica della destra. Il secondo turno certifica anche i limiti strutturali del campo largo. Le vittorie di Agrigento, Chieti e Trani non cancellano le sconfitte di Arezzo, Lecco e Macerata, né risolvono il problema di fondo: il centrosinistra continua a presentarsi come alternativa alla destra senza rompere con le coordinate economiche e geopolitiche che hanno prodotto la crisi sociale su cui la destra prospera. Il PD resta il perno di questa coalizione, e il PD non è una forza antisistema, né una forza di rottura democratica. È una componente organica del blocco europeista, atlantista e neoliberale che negli ultimi decenni ha accompagnato precarizzazione del lavoro, aziendalizzazione dei servizi pubblici, subordinazione ai vincoli dell’Unione Europea e accettazione dell’ordine internazionale guidato dalla NATO.
Il campo largo, nella sua forma attuale, è quindi un dispositivo elettorale più che un progetto politico. Può funzionare in alcune città quando il candidato è forte, quando il centrodestra è diviso, quando il voto civico si orienta contro l’amministrazione uscente o quando la coalizione riesce a intercettare un bisogno locale di discontinuità. Ma non produce automaticamente una prospettiva di trasformazione. Anzi, spesso neutralizza ogni conflitto sociale dentro una logica di compatibilità. Le forze più radicali vengono chiamate a portare voti, militanza, credibilità antifascista, sensibilità ecologista e linguaggio sociale, ma poi il baricentro resta moderato, amministrativo, europeista, rispettabile agli occhi dei poteri economici.
Questa è la trappola principale per la sinistra radicale. Ogni volta che il centrosinistra batte la destra, una parte dell’opinione progressista chiede di sospendere la critica, di serrare i ranghi, di non disturbare il manovratore. Ma una sinistra che rinuncia alla propria autonomia per paura della destra finisce per diventare subalterna proprio alle politiche che rendono possibile la destra. Il fenomeno Meloni, del resto, non nasce dal nulla. Nasce anche dal fallimento del centrosinistra di governo, dalle politiche di austerità, dal Jobs Act, dalla marginalizzazione del conflitto operaio, dall’accettazione delle privatizzazioni, dalla retorica della governabilità, dall’abbandono delle periferie, dalla riduzione della politica a gestione tecnica dell’esistente.
La lezione dei ballottaggi è quindi dura ma utile. La destra meloniana non è invincibile, ma resta pericolosa. Il campo largo può vincere alcune partite, ma non offre una fuoriuscita dal modello che ha generato la crisi. Entrambi i poli, al netto delle differenze apparenti su diritti civili, linguaggio istituzionale e rapporto con l’eredità antifascista, condividono il perimetro fondamentale del neoliberismo euroatlantico. È questo perimetro che va rotto. Senza questa rottura, ogni vittoria amministrativa sarà parziale, reversibile, amministrativa nel senso più povero del termine. E ogni sconfitta della destra rischierà di preparare, qualche anno dopo, una nuova vittoria della destra stessa.
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