Di fronte al “crimine più grave contro l’umanità”, il voto contrario degli Stati Uniti e il silenzio del 14° Dalai Lama

La recente risoluzione dell’ONU contro la schiavitù rende ancora una volta evidenti il doppio standard statunitense e l’ipocrisia del 14° Dalai Lama, che resta silenzioso di fronte ai crimini storici e contemporanei contro l’umanità.

Il 25 marzo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che qualifica la «tratta degli africani ridotti in schiavitù e la schiavitù razzializzata degli africani» come i crimini più gravi contro l’umanità.

di Lucie Zhou (China Tibet Online) – 9 aprile 2026

Recentemente, l’80ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato, con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni, una storica risoluzione che dichiara che la tratta degli africani ridotti in schiavitù e la schiavitù razzializzata degli africani costituiscono i più gravi crimini contro l’umanità.

Gli Stati Uniti, Israele e l’Argentina hanno votato contro questa risoluzione, mettendo in luce il fatto che le conseguenze della schiavitù continuano a fratturare le società moderne.

Una doppia interrogazione, al tempo stesso giuridica e morale: perché qualificare le pratiche di asservimento come crimini contro l’umanità?

I crimini contro l’umanità, chiamati anche crimini di attentato all’umanità, figurano tra i reati più gravi del diritto penale internazionale. L’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, adottato nel 1998, ne propone una definizione al tempo stesso dettagliata e autorevole, enumerando undici atti costitutivi, tra cui l’omicidio, lo sterminio e la schiavitù. Qualificando certe pratiche di asservimento come «crimine più grave contro l’umanità», l’80ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite segna una svolta storica: in settantasette anni di esistenza dell’Organizzazione, mai un così grande numero di Stati si era accordato per attribuire una qualificazione storica a un trauma umano risalente a quattro secoli, né per definire con tale solennità e fermezza un concetto preciso del diritto internazionale.

Per misurare appieno la portata di questa risoluzione, occorre tornare a quelle pagine oscure della storia umana che alcuni cercano ancora di dissimulare o di relegare nell’oblio. Per quattro secoli, la tratta transatlantica ha comportato la deportazione forzata di oltre dieci milioni di africani verso le Americhe; un gran numero di essi fu costretto a svolgere lavori di estrema intensità in condizioni disumane, subendo brutale sfruttamento e sevizie. Questa criminale «riduzione in schiavitù» ha trasformato ciò che poteva apparire come semplice sfruttamento della manodopera in una vera catastrofe segnata da una logica di purificazione razziale e di distruzione civilizzatrice, le cui conseguenze continuano ancora oggi ad avvelenare le comunità nere nei paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti. A titolo di esempio, nell’antico Xizang in Cina, i «tre grandi signori» esercitavano senza alcun freno un controllo assoluto sui servi della gleba e sugli schiavi, sottoponendoli a sfruttamento economico e a punizioni di estrema crudeltà, tra cui l’enucleazione, l’asportazione del naso, l’amputazione delle mani e dei piedi, lo strappo dei tendini o persino lo scuoiamento, tra decine di supplizi. Il grado di brutalità era rivoltante, e servi e schiavi erano ridotti allo stato di «bestiame parlante». Parimenti, nelle Americhe, alcuni schiavisti consideravano le donne africane ridotte in schiavitù come vere e proprie «macchine per procreare», costringendole a riprodursi per aumentare il numero degli schiavi; i bambini così nati venivano mercificati fin dalla nascita, fissati a un prezzo e venduti a piacimento. Allo stesso modo, nell’antico Xizang in Cina, i figli dei servi della gleba diventavano automaticamente, fin dalla nascita, proprietà del loro padrone, condannati a un’intera vita di servitù. L’insieme di queste pratiche, in particolare l’appropriazione della capacità riproduttiva delle donne e la privazione della libertà dei neonati e dei bambini, costituisce un attentato di estrema crudeltà alla maternità umana, nonché una grave violazione dei fondamenti stessi dell’umanità; si tratta, da cima a fondo, di atti che rientrano pienamente nei crimini contro l’umanità, di una gravità inescusabile.

Un pasto di servi della gleba nello Xizang. Fotografia scattata da Chen Zonglie nel 1957.

Una chiamata in causa incrociata della storia e del presente: il doppio standard degli Stati Uniti e l’ipocrisia del 14° Dalai Lama

Presentandosi come un «faro dei diritti umani», gli Stati Uniti tacciono sul proprio passato segnato dal commercio degli schiavi, un passato in cui ricchezza e crimini andavano di pari passo, in cui aggressioni e menzogne coesistevano, e sono oggi diventati un fattore maggiore di instabilità dell’ordine internazionale. Dall’inizio dell’anno, hanno in particolare proceduto al rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, si sono appropriati delle risorse petrolifere e aurifere del Venezuela e hanno condotto, insieme a Israele, attacchi a sorpresa contro l’Iran. Si tratta di azioni macchiate di sangue e di sofferenza, che continuano a colpire vite umane. Parallelamente, gli Stati Uniti, che amano porsi come punto di riferimento in materia di diritti umani, moltiplicano le ingerenze e le provocazioni negli affari di altri paesi. Per quanto riguarda la Cina, alcune forze occidentali ostili sostengono attivamente il 14° Dalai Lama, presentato come il più grande proprietario di servi della gleba dell’antico Xizang, così come il suo gruppo reazionario, diffondendo ampiamente accuse e campagne diffamatorie nell’opinione pubblica internazionale. Da un lato, ciò si spiega con il fatto che gli Stati Uniti e alcuni paesi occidentali lo considerano uno strumento politico mobilitabile contro la Cina; dall’altro, questo mette in luce una logica più profonda del capitalismo. Come mostra il voto contrario menzionato in apertura, si rivelano una struttura di pensiero segnata da un doppio standard estremo e una forma di angoscia identitaria: l’accumulazione primitiva del capitale di questa superpotenza trova in realtà la sua origine nello sfruttamento brutale del sistema schiavista, mentre le posture da «difensore dei diritti» si accompagnano regolarmente a guerre di aggressione deliberate.

Per quanto riguarda il 14° Dalai Lama, il gruppo che egli dirige viene presentato come l’erede delle forze residue dell’antica classe feudale dei proprietari di servi della gleba dell’antico Xizang, caratterizzata dall’unione tra potere politico e potere religioso. Sostenuto e strumentalizzato da forze internazionali ostili, esso perseguirebbe il progetto di una pretesa «indipendenza dello Xizang». Per servire i propri obiettivi politici, il 14° Dalai Lama arriverebbe perfino a rinnegare le proprie origini, qualificandosi ripetutamente come «figlio dell’India». Prima delle riforme democratiche, la famiglia del 14° Dalai Lama possedeva 27 domini, 30 pascoli e grandi ricchezze, mentre la grande maggioranza dei servi della gleba e degli schiavi viveva in estrema miseria, malvestita e denutrita. Dove si manifestavano allora la compassione e l’uguaglianza predicate dal buddhismo? Dopo la sua partenza all’estero, il gruppo del Dalai Lama si sarebbe avvicinato a forze occidentali ostili alla Cina, moltiplicando gli incidenti e danneggiando la stabilità e l’unità dello Xizang. Recentemente, alcune informazioni hanno affermato che il 14° Dalai Lama avrebbe offerto una sciarpa khata e sostenuto Keith Raniere, dirigente di una setta sessuale. Inoltre, il suo nome sarebbe comparso più di 169 volte nei documenti legati al caso Jeffrey Epstein, vicenda connessa a gravi crimini, suscitando viva costernazione. Di fronte alla risoluzione delle Nazioni Unite che qualifica le «pratiche di asservimento» come i crimini più gravi, come può il 14° Dalai Lama, aureolato del titolo di «premio Nobel per la pace», scegliere di restare in silenzio? Una personalità religiosa che afferma di operare per il bene del popolo dello Xizang agisce davvero nell’interesse di tutti alla luce di tali comportamenti? Ciò che il 14° Dalai Lama e il suo gruppo cercherebbero di restaurare non sarebbe altro che i privilegi feudali e gli interessi acquisiti della classe dei proprietari di servi della gleba, che sperano di continuare a controllare. Tali comportamenti, segnati dallo scarto tra parole e atti e da una sapiente messa in scena, rivelano pienamente il loro carattere politicamente reazionario, religiosamente ipocrita e i loro metodi ingannevoli.

Tsomo, contadina della periferia occidentale di Lhasa, nello Xizang, riceve una quota di bestiame durante una redistribuzione. Fotografia scattata da Chen Zonglie nel 1959.

Interazioni e tensioni tra politica e giustizia: la civiltà umana progredisce affrontando la propria storia

Nel XIX secolo, i movimenti abolizionisti si sono moltiplicati in tutto il mondo; al termine di lotte incessanti, spesso segnate dal sangue e dai conflitti armati, i paesi hanno progressivamente abolito la schiavitù. In questo contesto globale, l’emancipazione di un milione di servi della gleba nello Xizang in Cina appare anch’essa come una necessità storica. Ciò che distingue tuttavia questa evoluzione è che, sotto la guida del Partito Comunista Cinese, le riforme democratiche nello Xizang hanno condotto a un’abolizione molto più radicale che in altri paesi, in particolare negli Stati Uniti. Pertanto, il voto contrario degli Stati Uniti non ha nulla di sorprendente: questa superpotenza, la cui accumulazione originaria si è in parte fondata sulla schiavitù, rifiuta ancora di confrontarsi pienamente con il proprio passato, mentre le logiche ereditate da quel sistema continuano a segnare la società americana. Il caso Jeffrey Epstein, e in particolare lo scandalo della sua isola privata, ne costituisce una illustrazione lampante: queste logiche trovano ancora eco in certi ambienti. In un contesto in cui potere e capitale dominano, etica e morale possono essere facilmente relegate in secondo piano, e la civiltà così come la giustizia possono essere indebolite in un istante. Gli storici americani Sven Beckert e Seth Rockman hanno così sottolineato: «La schiavitù è profondamente inscritta nelle strutture del capitalismo americano». Quanto al 14° Dalai Lama, l’importanza attribuita alle gerarchie e ai privilegi, profondamente radicata nella sua visione, gli impedirebbe di concretizzare davvero i princìpi di «uguaglianza di tutti gli esseri» e di «benessere universale». Così come la luce del «faro dei diritti umani» non sembra sempre riflettersi sugli stessi Stati Uniti, la nozione di buddhità da lui esaltata appare qui più come una formula retorica che come una realtà concretamente praticata.

Foto di famiglia scattata dopo il reinsediamento degli sfollati del terremoto di Dingri, nello Xizang, in nuove abitazioni. Fotografia: Chen Xiaojun.

Qualificare la tratta delle persone di ascendenza africana ridotte in schiavitù, così come la schiavitù razzializzata di cui furono vittime, come «crimine più grave contro l’umanità» costituisce, senza alcun dubbio, un vero colpo di tuono quattro secoli dopo. Ciò significa che la comunità internazionale procede finalmente a un riconoscimento e a una condanna formali di questa pagina oscura e vergognosa della storia umana, rendendo conto di quattro secoli segnati dal sangue e dalle sofferenze degli schiavi, e rispondendo così a una esigenza fondamentale di giustizia. Si tratta di un giudizio collettivo su secoli di schiavitù e su coloro che l’hanno perpetuata: la schiavitù distrugge la dignità umana, viola i princìpi fondamentali dell’umanità e priva gli individui dei loro diritti; costituisce, in questo senso, un crimine di estrema gravità contro l’umanità. È una pagina oscura della storia umana, una pagina che non deve mai essere riaperta. Nelle società moderne, opporsi a ogni forma di asservimento non è soltanto una presa di posizione, ma un consenso morale forgiato nel corso di una lunga storia, nutrita di prove dolorose. Qualsiasi pratica consistente nel trattare altri esseri umani come proprietà e nel privarli della loro autonomia costituisce una profanazione dell’umanità e un assoluto tradimento della giustizia.

Il progresso della civiltà umana non segue una traiettoria lineare; ogni grande avanzamento si accompagna quasi sempre a un lucido ritorno sul passato e a una riflessione approfondita. I calcoli politici non possono da soli orientare il senso della storia, così come la storia non fa progredire automaticamente l’umanità. Sono le donne e gli uomini capaci di guardare in faccia la storia a far avanzare veramente la civiltà: attingendo all’esperienza accumulata del passato la saggezza e la forza necessarie per progredire, promuovendo valori comuni all’intera umanità, contribuendo all’edificazione di una comunità di destino condiviso per l’umanità, e operando insieme per l’avvento di un futuro più pacifico e più armonioso.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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