Con il siluramento di Pam Bondi, Donald Trump apre una nuova fase del suo secondo mandato: non più solo fedeltà assoluta, ma resa dei conti permanente. Sullo sfondo restano la gestione del caso Epstein, le vendette mancate e il calo nei sondaggi.

“È arrivata l’ora”. Con queste parole Donald Trump ha annunciato a Pam Bondi, la sua ministra di Giustizia, che l’avrebbe licenziata. La conversazione è avvenuta nella limousine del presidente mentre si stava recando all’aula del tribunale della Corte Suprema per presenziare all’apertura della sessione sul decreto di Trump che eliminerebbe la cittadinanza basata sullo ius soli. La Bondi, secondo informazioni dei media, avrebbe chiesto al suo capo di rimandare l’annuncio fino all’estate ma Trump non ha ceduto. L’annuncio ufficiale è stato diramato sulla piattaforma Truth Social nella quale Trump ha annunciato che la Bondi si sarebbe trasferita in un nuovo incarico nel settore privato.
Nel suo primo mandato presidenziale i licenziamenti di Trump cadevano a grappoli, in parte perché nella sua scelta di collaboratori aveva seguito i consigli di circondarsi con un folto numero di individui di un certo spessore. Poi quando non risultarono di suo gradimento per la loro mancata assoluta fedeltà cominciò a sostituirli. Nel suo secondo mandato, però, i collaboratori sono stati scelti usando la fedeltà come principio numero 1. Tutti i membri del suo Cabinet conoscono benissimo i desideri del loro capo e fanno di tutto per assecondarlo. Il licenziamento di Kristi Noem è avvenuto nonostante il fatto che la ministra della Sicurezza Nazionale stava mettendo in pratica la deportazione di massa voluta dal suo capo. La Noem inciampò con nelle morti di due individui nel Minnesota e Trump decise di metterla da parte offrendole un altro incarico nel quale ha perso visibilità.
Adesso il licenziamento della Bondi riflette in parte il clima burrascoso dell’amministrazione Trump ma soprattutto l’incapacità dell’ex ministra di Giustizia di punire legalmente i nemici di Trump. Va aggiunta anche la sua gestione dei file di Jeffrey Epstein. Nel febbraio del 2025 la Bondi dichiarò che era in possesso della lista “dei clienti di Epstein”, il finanziere di successo, condannato per traffico sessuale di minorenni, trovato morto in una cella federale di New York nel 2019. Nel 2025 la legislatura americana approvò una legge che tutti i file di Epstein dovevano essere resi pubblici ma la Bondi non riuscì a farlo. Si crede che nei file ci potrebbero essere informazioni compromettenti su Trump che per anni fu amico di Epstein. Ma ciò che avrà irritato di più il presidente sono state le mancate incriminazioni di nemici di Trump di cui lui si voleva vendicare. In particolare, la Bondi non è riuscita a fare processare James Comey, Letitia James, Adam Schiff, Mark Kelly e Jerome Powell, che Trump considera in un modo o nell’altro suoi nemici. Il problema per la Bondi è che i casi contro questi individui erano debolissimi e la magistratura li ha archiviati. Queste indagini hanno causato guai legali ma alla fine hanno rivelato che le prove erano fasulle e legalmente debolissime. In un certo senso la Bondi ha fatto quello che voleva il suo capo senza però riuscire a compiere gli impossibili desideri di vendetta del capo.
La Bondi, in effetti, si è comportata esattamente come Noem senza però soddisfare Trump che ha visto queste due collaboratrici come delusione. A differenza dei numerosi licenziamenti del suo primo mandato che spesso inclusero insulti, in questi due casi Trump è stato “gentile” usando un linguaggio conciliatorio. Trump non ha dunque bruciato i ponti, una buona strategia dato che la Bondi dovrebbe con ogni probabilità presentarsi davanti a una commissione alla Camera per testimoniare sul caso Epstein e spiegare perché tutti i file non sono stati rilasciati in un mese come richiesto dalla legge.
I segnali che Trump stia mettendo in atto un rimpasto del suo Cabinet sono già evidenti e vengono spiegati con i sondaggi che lo vedono in caduta libera. Secondo alcuni analisti anche la ministra del Commercio Howard Lutnick, Lori Chavez-DeRemer, ministro del Lavoro, e Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence Nazionale potrebbero subire la sorte della Bondi e Noem. Un altro candidato potrebbe anche essere Pete Hegseth, il bellicoso ministro della Difesa, che avrebbe spinto Trump ad attaccare l’Iran. La guerra è poco popolare con gli americani (approvazione solo del 27%) e quindi addossare la colpa a un altro sarebbe la via “giusta” per Trump di mandare un messaggio agli altri collaboratori: se le cose andranno male, potete aspettarvi la stessa sorte della Bondi.
CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK
Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.