Il triplice voto del 4 aprile ha trasformato una consultazione formalmente locale in un giudizio politico nazionale: la riforma costituzionale voluta da Mohamed Muizzu è stata respinta nettamente, mentre l’opposizione ha riconquistato le cinque principali città dell’arcipelago.

Lo scorso 4 aprile le Maldive sono state chiamate a un appuntamento elettorale di portata ben superiore a quella di una normale tornata amministrativa. Nello stesso giorno si sono infatti svolte le elezioni dei consigli locali, quelle dei Comitati di Sviluppo delle Donne (Women’s Development Committees) e soprattutto il referendum costituzionale promosso dal presidente Mohamed Muizzu per far coincidere, a partire dal 2028, le elezioni presidenziali e quelle del People’s Majlis, il parlamento dell’arcipelago. Il risultato complessivo è stato letto quasi unanimemente come un verdetto politico di metà mandato: non una semplice battuta d’arresto tattica, ma il primo segnale chiaro che la grande ondata che aveva portato Muizzu al potere nel 2023 e alla supermaggioranza parlamentare nel 2024 non può più essere considerata un assegno in bianco.
Per comprendere la portata del voto bisogna partire dal quesito referendario. Con il decreto presidenziale n. 2/2026, emanato il 16 febbraio, Muizzu ha chiesto agli elettori di approvare l’ottavo emendamento costituzionale, già votato dal Majlis il 10 febbraio, che avrebbe consentito lo svolgimento simultaneo delle elezioni presidenziali e parlamentari e avrebbe modificato l’inizio del mandato parlamentare. In base all’articolo 262(b) della Costituzione e alla legge sul referendum pubblico del 2025, una modifica di questo tipo non poteva entrare in vigore senza l’approvazione popolare. Era, inoltre, il primo referendum nazionale delle Maldive dal 2007, un elemento che da solo basta a spiegare perché la consultazione abbia assunto un significato simbolico tanto forte.
L’argomento del governo era apparentemente semplice e non privo di una sua razionalità amministrativa. Secondo Muizzu e i dirigenti del People’s National Congress (PNC), accorpare i due appuntamenti avrebbe ridotto i costi elettorali, contenuto la fatica organizzativa e perfino migliorato la partecipazione, evitando che nel giro di pochi mesi gli elettori tornassero alle urne due volte. Le stime circolate nel dibattito pubblico parlavano di risparmi compresi tra gli 80 e i 150 milioni di rufiyaa (tra i 4,5 e gli 8,5 milioni di euro). L’opposizione, però, ha impostato la campagna su un’altra chiave: il problema non era soltanto tecnico, ma politico-costituzionale. Per il Maldivian Democratic Party (MDP), la sovrapposizione delle due elezioni avrebbe ridotto la capacità degli elettori di correggere gli equilibri di potere tra esecutivo e legislativo, rafforzando eccessivamente il partito di governo.
Il verdetto uscito dalle urne è stato inequivocabile. Secondo il rapporto ufficiale dell’Elections Commission, con il 99,83% delle schede scrutinate, i “No” sono stati 148.723, pari al 68,74%, contro 67.627 “Sì”, pari al 31,26%; i votanti sono stati 220.919 su 294.876 aventi diritto, con un’affluenza del 74,92%. Siamo dunque di fronte a un risultato che non lascia spazio a interpretazioni consolatorie per il partito al potere. Secondo gli analisti, la riforma è stata respinta in una misura tale da trasformare il referendum in una sconfessione politica della linea seguita dal presidente e dal suo partito sul terreno delle riforme istituzionali.
Anche sul fronte delle elezioni locali il responso è stato pesante. I risultati provvisori ripresi dalla stampa maldiviana mostrano che il Maldivian Democratic Party ha conquistato tutti e cinque i sindaci delle città del Paese e ha ottenuto 246 seggi tra città e consigli insulari, contro i 218 del PNC; l’MDP si è imposto inoltre in larga parte dei seggi urbani, con risultati particolarmente significativi a Malé, Addu, Fuvahmulah, Kulhudhuffushi e Thinadhoo. Tuttavia, non si è trattato di un crollo totale del partito di governo, che ha mantenuto una base reale e ha ottenuto risultati relativamente migliori nelle elezioni dei Women’s Development Committees. Ma proprio questa combinazione tra sconfitta politica e tenuta organizzativa rende il segnale ancora più significativo come avvertimento nei confronti del governo.
La ragione per cui questo voto pesa così tanto sta nel contrasto con il ciclo politico precedente. Nel settembre 2023, Muizzu aveva vinto il ballottaggio presidenziale con il 54,05% dei voti, presentandosi come il candidato della sovranità maldiviana contro la tradizionale dipendenza da Nuova Delhi. Nell’aprile 2024, il suo campo politico aveva poi consolidato quella vittoria conquistando il controllo del Majlis, fino a disporre, nel Parlamento attuale, di una supermaggioranza di 75 seggi su 93. Il voto del 4 aprile 2026 segna quindi una netta inversione di tendenza rispetto all’entusiasmo che aveva accompagnato l’ascesa del presidente.
È importante, però, evitare una lettura superficiale o peggio geopoliticamente interessata del risultato. Nelle precedenti consultazioni, come avevano mostrato sia la vittoria presidenziale sia quella legislativa, una parte consistente dell’elettorato maldiviano aveva appoggiato Muizzu per la sua promessa di una linea estera più autonoma, meno subordinata alla storica influenza indiana e più aperta a nuovi partner, Cina in primo luogo. Il voto del 4 aprile non autorizza automaticamente a concludere che quella scelta sia stata rovesciata. Più plausibilmente, gli elettori hanno distinto tra la legittimità di una politica estera più sovrana e la pretesa del governo di rimodellare il calendario costituzionale e l’architettura del potere interno senza un consenso ampio e meditato.
Che il referendum sia stato l’errore strategico decisivo del PNC lo hanno riconosciuto, in forme diverse, perfino osservatori e ambienti vicini alla maggioranza. Maldives Independent ha mostrato come la consultazione abbia trasformato una normale tornata locale in un plebiscito sul governo, mobilitando un’ampia quota di elettori non allineati che forse non si sarebbero mossi per i soli consigli locali. Alcune isole che hanno poi eletto maggioranze vicine al PNC hanno comunque votato “No” al referendum. Questo dato è politicamente importante per Muizzu, perché segnala che una parte della sua stessa area di consenso non ha voluto seguirlo sul terreno della revisione costituzionale. In altri termini, il presidente ha sovrastimato il valore meccanico della sua maggioranza parlamentare e ha sottovalutato il riflesso di autodifesa costituzionale della società maldiviana.
A rendere il malcontento ancora più netto ha contribuito il modo in cui il Majlis ha operato nell’ultimo anno. La supermaggioranza del PNC ha approvato a ritmo serrato una serie di modifiche legislative e costituzionali, spesso con consultazioni pubbliche minime o rapidissime. Tra queste figurano disposizioni anti-defezione inserite in tempi record, l’abolizione dei consigli degli atolli e modifiche che hanno ridotto poteri ai consigli locali proprio alla vigilia delle elezioni. Le nuove amministrazioni uscite dal voto del 4 aprile saranno infatti le prime a operare senza il livello intermedio dei consigli atollari eletti. È difficile non vedere qui uno dei nodi politici della consultazione: l’elettorato ha percepito che l’enorme forza numerica del governo in Parlamento stava scivolando dalla governabilità alla centralizzazione.
A questo si è aggiunto il logoramento economico. A marzo il ministro dello Sviluppo economico Mohamed Saeed non è stato in grado di spiegare perché il cambio del dollaro non fosse sceso come promesso durante la campagna parlamentare del 2024, quando aveva assicurato che una maggioranza del PNC avrebbe rafforzato la rufiyaa fino a riportare il dollaro sotto quota 15,42. Al contrario, la penuria di valuta ha contribuito all’aumento dei prezzi alimentari, l’inflazione ha toccato nel 2025 il livello più alto degli ultimi tredici anni e il mercato nero del dollaro ha continuato a salire, attestandosi a fine marzo a 20,10 rufiyaa per un dollaro; allo stesso tempo il Paese deve affrontare nel 2026 un onere di debito estero di circa un miliardo di dollari. In un contesto simile, la promessa di risparmiare sulle elezioni non poteva suonare come una priorità nazionale convincente.
Paradossalmente, il significato del voto risulta ancora più severo se si considera la debolezza dell’alternativa. La stessa testata Maldives Independent ha sottolineato che l’MDP è arrivato a queste elezioni frammentato in più correnti, privo di una piattaforma chiaramente definita e inizialmente convinto di poter portare a casa, nella migliore delle ipotesi, solo i sindaci delle cinque città. Inoltre, una parte dell’elettorato giovane ha espresso un forte dissenso verso l’intero sistema politico, in un clima di calo della partecipazione registrato da diversi cicli elettorali. Proprio per questo la vittoria dell’opposizione non va letta come un mandato pieno e positivo per l’MDP, ma piuttosto come un voto di avvertimento contro il governo.
Muizzu ha reagito in modo formalmente corretto, riconoscendo il risultato e promettendo di riallineare l’azione dell’esecutivo al sentimento popolare. È una risposta istituzionalmente opportuna, ma ora dovrà tradursi in una rettifica reale della rotta. Le elezioni locali maldiviane hanno già mostrato in passato una capacità di anticipare crisi più profonde: nel 2021 il partito allora al governo perse terreno nei suoi bastioni, e quel segnale fu poi confermato dalla sconfitta presidenziale del 2023. Oggi non siamo ancora a quel punto, ma il messaggio del 4 aprile è limpido. La popolazione maldiviana non sembra voler rinunciare all’autonomia strategica conquistata negli ultimi anni; vuole però che tale autonomia non venga pagata con l’accentramento istituzionale, con riforme affrettate e con una gestione interna percepita come sempre più distante dai bisogni concreti. Se il presidente saprà comprendere questa distinzione, la battuta d’arresto potrà restare tale. Se la ignorerà, il 4 aprile potrebbe essere ricordato come l’inizio del suo declino politico.
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