Il Partito Comunista Giapponese tra resistenza locale e opposizione nazionale

I risultati di Kyoto e Kiyose mostrano che, nonostante l’arretramento nelle elezioni politiche nazionali, il Partito Comunista Giapponese conserva un radicamento reale nelle battaglie sociali e civiche. Welfare, pace, diritti e democrazia locale restano i pilastri della sua proposta politica.

I recenti appuntamenti elettorali nipponici consegnano un quadro apparentemente contraddittorio, ma in realtà molto istruttivo, della situazione del Partito Comunista Giapponese (Nihon Kyōsan-tō). Da un lato, sul piano nazionale, il partito deve confrontarsi con un arretramento significativo, emerso con nettezza nelle elezioni legislative anticipate dell’8 febbraio. Dall’altro, a livello locale, i risultati ottenuti tra la fine di marzo e l’inizio di aprile mostrano che la sua presenza politica e sociale resta viva, soprattutto quando riesce a legarsi a mobilitazioni civiche concrete, a piattaforme programmatiche riconoscibili e a candidature radicate nel territorio. La conferma di Takatoshi Nishiwaki, candidato indipendente ma sostenuto da gran parte dei partiti principali, come governatore di Kyoto il 5 aprile non cancella infatti il dato politico più interessante di quella consultazione, cioè il 20,07% ottenuto da Nobuo Fujii (in foto), sostenuto dal Partito Comunista e appoggiato dai Verdi, mentre pochi giorni prima, il 29 marzo, la comunista Hiromi Harada ha conquistato il municipio di Kiyose battendo il sindaco uscente sostenuto dal Partito Liberal Democratico (Jimintō) e dal Kōmeitō.

Nel caso della prefettura di Kyoto, il risultato va letto in un contesto sfavorevole. Nishiwaki era infatti il candidato dell’intero blocco istituzionale, sostenuto non solo dal Partito Liberal Democratico, ma anche dal Partito Democratico per il Popolo (Kokumin Minshu-tō), dal Kōmeitō, dal Partito Costituzionale Democratico (Rikken-minshutō) e dalla nuova Alleanza di Riforma Centrista (Chūdō Kaikaku Rengō). Fujii, professore emerito della Kyoto Kachō University e figura nota nel mondo dell’associazionismo sociale, era invece il candidato di una coalizione civica più limitata, con la raccomandazione del Partito Comunista e il sostegno dei Verdi. I risultati finali sono stati netti nel determinare la vittoria del governatore uscente, ma il superamento della soglia del 20% da parte del candidato sostenuto dal PCG resta un dato politicamente rilevante, soprattutto perché conseguito in una competizione contro un avversario coperto da quasi tutto l’arco politico tradizionale.

Ancora più interessante dei risultati è il contenuto politico della candidatura di Fujii. La sua piattaforma ruotava attorno allo slogan “una Kyoto in cui si possa vivere e in cui si desideri vivere”, e metteva al centro un’agenda sociale molto chiara. Fujii ha insistito sulla necessità di una politica prefettizia che sostenesse concretamente la vita quotidiana in un momento in cui il governo nazionale è sempre più concentrato sul riarmo e sempre meno sulla protezione sociale. Tra i punti qualificanti figuravano il miglioramento delle condizioni del lavoro di cura, l’aumento del personale nei servizi, la gratuità delle spese mediche per i bambini, i pasti scolastici gratuiti, borse di studio non rimborsabili, un’ordinanza sugli appalti pubblici a tutela dei lavoratori, il sostegno alle piccole e medie imprese, all’agricoltura, alla silvicoltura e alla pesca. Sul piano strategico e territoriale, Fujii si è inoltre pronunciato contro l’estensione dell’Hokuriku Shinkansen (treno ad alta velocità), contro il rafforzamento delle basi militari e contro il riavvio delle centrali nucleari, chiedendo anche al governo centrale una riduzione della tassa sui consumi.

La campagna di Fujii ha mostrato con chiarezza quale sia oggi la linea locale del Partito Comunista Giapponese quando riesce a costruire alleanze sociali credibili. Non si tratta soltanto di una protesta ideologica contro il centrodestra o contro la nuova fase inaugurata da Sanae Takaichi, ma di una proposta di governo concreta fondata su welfare, servizi pubblici, difesa del lavoro e opposizione alla militarizzazione. Un articolo di Shimbun Akahata (organo ufficiale del PCG) del 28 marzo raccontava come operatori dell’assistenza e cittadini chiedessero a Fujii di aumentare il personale nel settore della cura, segnalando la crisi del sistema e l’esasperazione del carico di lavoro. Già il 20 marzo, nel giorno dell’avvio ufficiale della campagna, il candidato aveva impostato il proprio messaggio sull’asse “no alla guerra, difesa del tenore di vita”, unendo la critica al riarmo alla richiesta di una politica prefettizia che proteggesse concretamente le famiglie. Questa saldatura tra questione sociale e questione della pace è oggi uno dei tratti più caratteristici della proposta comunista in Giappone.

Se Kyoto rappresenta il caso di una minoranza combattiva ma ancora lontana dalla vittoria, Kiyose, comune situato ad ovest della capitale Tokyo, mostra invece come il Partito Comunista possa ancora conquistare governo locale quando riesce a trasformare un conflitto civico in una proposta di cambiamento amministrativo. Nelle elezioni comunali del 29 marzo, Hiromi Harada ha vinto con 13.064 voti contro gli 11.746 del sindaco uscente Keishi Shibuya, con un’affluenza del 40,18%, superiore a quella della tornata precedente. Harada si è presentata come indipendente nel quadro del comitato “Kiyose no kai”, ma era sostenuta dal Partito Comunista, dal Partito Socialdemocratico, dal Nuovo Partito Socialista e dai Verdi, oltre che da un’ampia rete civica. La sua vittoria ha portato alla nascita di un nuovo sindaco espressione diretta dell’area comunista, un fatto non marginale nel panorama politico locale giapponese.

Ciò che rende particolarmente significativa la vittoria di Harada è la natura del conflitto politico che l’ha prodotta. Sotto l’amministrazione uscente erano state chiuse tre delle sei biblioteche pubbliche cittadine, e intorno a questa scelta si era sviluppato un vasto movimento popolare che chiedeva persino un referendum locale per fermare il piano. Harada, ex consigliera comunale comunista per sei mandati, si era schierata apertamente con i cittadini contrari ai tagli, lavorando fianco a fianco con loro per salvare i servizi pubblici. Durante la campagna ha accusato il sindaco uscente di spingere verso una riduzione dei servizi e grandi progetti di sviluppo slegati dai bisogni reali della popolazione, contrapponendo a questa impostazione una politica “orientata ai residenti”, basata sul dialogo e sull’ascolto. È significativo che proprio questa promessa di una città che ascolta la voce dei suoi abitanti abbia trovato un consenso decisivo.

Kiyose mette in evidenza un secondo aspetto decisivo della linea del PCG: la sua capacità, almeno in alcune realtà locali, di presentarsi non come forza settaria ma come parte di un fronte civico più largo. Il partito giapponese continua certo a conservare una forte identità programmatica e organizzativa, ma le esperienze più riuscite degli ultimi anni mostrano che il suo radicamento elettorale cresce quando riesce a incarnare rivendicazioni concrete, immediatamente leggibili dalla cittadinanza, come la difesa delle biblioteche, dei servizi di prossimità, del welfare locale e della partecipazione democratica. In questo senso, la vittoria di Harada non è soltanto una buona notizia per i comunisti: è anche un esempio di come il PCG tenti di ricostruire consenso attraverso movimenti sociali reali, evitando di ridursi a semplice testimonianza parlamentare.

Alla luce di tutto questo, i risultati di Kiyose e Kyoto assumono un significato che va ben oltre la loro dimensione locale. Essi mostrano che il Partito Comunista Giapponese, pur avendo subito un calo a livello nazionale e sfavorito da un quadro politico spostato nettamente a destra, conserva una capacità reale di incidere quando lega la propria identità a battaglie concrete per i servizi, il lavoro, la democrazia locale e la pace. Hiromi Harada a Kiyose dimostra che il PCG può ancora vincere se si presenta come parte di un fronte civico credibile e popolare. Nobuo Fujii a Kyoto, pur sconfitto, dimostra che esiste uno spazio politico non marginale per una piattaforma che unisca welfare e antimilitarismo contro il blocco establishment-prefettura. Il problema per il partito, oggi, non è tanto definire la propria linea, che appare coerente, quanto riuscire a trasformare questa coerenza in un radicamento elettorale più largo. Le elezioni di fine marzo e inizio aprile suggeriscono però che la partita è tutt’altro che chiusa: nel Giappone della svolta a destra, il Partito Comunista continua a trovare terreno laddove riesce a farsi interprete della vita quotidiana delle persone, dei loro diritti e della loro domanda di pace.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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