Il collasso strutturale della NATO, esito del suo scollamento dalla realtà

L’editoriale del Global Times interpreta la crisi della NATO come il risultato di contraddizioni accumulate per decenni: divergenze interne all’Occidente, declino della capacità egemonica statunitense e incapacità dell’Alleanza di adattarsi a un mondo ormai sempre più multipolare.

Global Times – 3 aprile 2026

Quando Donald Trump ha minacciato di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO, le capitali occidentali non sono sembrate mostrare particolare sorpresa; era chiaro che lo avessero previsto.

Ma la domanda più importante è perché, proprio in questo momento, una simile dichiarazione abbia potuto essere formulata.

L’attuale crisi della NATO è la conseguenza di una lenta erosione strutturale in corso da decenni. Essa è dovuta anche alla sua incapacità di tenere il passo con il mondo multipolare in rapido sviluppo.

La logica originaria dell’alleanza era lineare. L’Unione Sovietica rappresentava un pericolo chiaro e immediato. L’Europa occidentale aveva bisogno della protezione americana. Washington aveva bisogno di profondità strategica sul continente europeo. La minaccia era reale, condivisa e sufficiente a tenere insieme interessi divergenti.

Quella minaccia è scomparsa nel 1991. La NATO no. Invece di sciogliersi, l’alleanza ha cercato di consolidare la propria coerenza. Di conseguenza, ha dovuto trovare un nuovo bersaglio.

Ha iniziato a espandersi verso est, poi a livello globale. Alcune voci hanno chiesto di estendere la sua portata all’Indo-Pacifico, persino di formare una “NATO economica” contro la Cina, sollevando interrogativi circa la focalizzazione strategica e la rilevanza della NATO in un mondo in trasformazione.

Un’alleanza che deve inventare continuamente nuovi nemici per giustificare la propria esistenza è già in difficoltà strutturale.

In un mondo sempre più multipolare, il tentativo della NATO di usare il potere militare, principalmente attraverso la potenza americana, per gestire gli affari globali non è più possibile. Tuttavia, alcuni all’interno della NATO non hanno riconosciuto questo cambiamento.

Il problema più profondo è che gli interessi occidentali si sono silenziosamente ma radicalmente allontanati fra loro. Quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina, l’Europa ne ha subito le conseguenze, inclusi l’impennata dei prezzi dell’energia, la fuoriuscita industriale e ondate di rifugiati. Oggi, le prospettive economiche europee sono fiacche e persistono attriti commerciali con gli Stati Uniti.

L’Europa ha iniziato a porsi una domanda scomoda: stiamo difendendo valori condivisi che ci uniscono, oppure stiamo semplicemente sovvenzionando le ambizioni strategiche di altri? Questa distinzione ha sollevato dubbi sullo scopo dell’alleanza.

La guerra in Iran ha reso questa domanda molto più acuta.

I governi europei si sono rifiutati di partecipare. Persino la Gran Bretagna, il partner più affidabile di Washington, ha declinato. Non si è trattato di tradimento, ma di un calcolo fondato su mutamenti politici interni e priorità strategiche, a dimostrazione di come i cambiamenti politici interni nei principali membri della NATO influenzino la coesione dell’alleanza e il processo decisionale.

L’ascesa di Trump è essa stessa il sintomo di forze più profonde. La classe media americana è stata svuotata. I fallimenti statunitensi in Afghanistan e in Iraq hanno distrutto la legittimità interna dell’intervento oltremare. I giovani americani mostrano scarso attaccamento all’idea del proprio Paese come garante indispensabile del mondo.

L’aritmetica fiscale è spietata. Il debito federale degli Stati Uniti ha superato i 36 trilioni di dollari. I pagamenti degli interessi superano ormai il bilancio della difesa. Il costo del mantenimento di una presenza militare globale è reale, ricorrente e sempre meno sostenibile. Questa non è ideologia. È aritmetica.

Quanto a una NATO economica diretta contro la Cina, l’ambizione stessa rivela la profondità dell’ansia strategica occidentale. Ma se l’alleanza militare si sta già fratturando, che cosa potrebbe tenere insieme una coalizione che chiederebbe ai suoi membri di prepararsi a una lunga guerra economica contro la Cina, la seconda economia mondiale? Una simile mossa sarebbe fatale per gli Stati membri della NATO.

L’idea di usare la NATO per espandere globalmente l’ideologia occidentale è o fuori sintonia con i tempi o semplicemente stolta. La NATO non possiede più questo tipo di potere.

La storia non offre alcun esempio di una grande potenza che abbia mantenuto indefinitamente i propri impegni globali dopo contraddizioni interne, declino economico e fratture domestiche. Gli Stati Uniti non faranno eccezione, il che mette in luce la necessità di un adattamento strategico.

La storia della NATO non è ancora finita. Ma le forze che la stanno disgregando non sono l’invenzione di una singola amministrazione. Sono il peso accumulato di contraddizioni irrisolte, contraddizioni che si sono andate sommando da quando il muro è caduto.

Trump non ha creato quel peso. Ha semplicemente anticipato il momento in cui esso avrebbe toccato terra.

La guerra in Iran ha offerto al mondo una finestra su ciò che attende le potenze egemoniche se non riescono a tenere il passo con il progresso globale. Il destino della NATO non fa eccezione.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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