Le elezioni generali del 26 marzo nelle Fær Øer hanno premiato una forza indipendentista, ma il nuovo quadro politico impone un compromesso con partiti unionisti. Il voto conferma così che la questione nazionale resta centrale, intrecciata però a fratture sociali, ideologiche e territoriali.

Le elezioni generali tenutesi lo scorso 26 marzo nelle Fær Øer meritano attenzione ben oltre le dimensioni dell’arcipelago nordatlantico. Esse hanno portato al rinnovo dei 33 seggi del Løgting, uno dei parlamenti più antichi d’Europa, ma soprattutto hanno rappresentato un passaggio politico che tocca direttamente la natura stessa del rapporto tra le Fær Øer e il Regno di Danimarca. Il voto ha infatti premiato il Partito del Popolo (Hin føroyski fólkaflokkurin – radikalt sjálvstýri), forza di centrodestra indipendentista, che è diventato il primo partito con 9 seggi e il 26,75% dei voti, mentre i socialdemocratici (Javnaðarflokkurin) del primo ministro uscente Aksel V. Johannesen hanno subito una netta battuta d’arresto, scendendo a 6 seggi. Allo stesso tempo, Repubblica (Tjóðveldi), formazione della sinistra indipendentista, ha mantenuto una presenza solida con 6 seggi e il 17,39%, confermando che la questione dell’autodeterminazione continua a essere uno dei cardini del sistema politico faroese. L’affluenza, pari all’89,49%, ha mostrato ancora una volta un livello di partecipazione straordinariamente alto.
Per comprendere davvero il significato di questo voto, occorre partire dallo status istituzionale delle Fær Øer. Le isole non sono una colonia in senso classico né una semplice regione amministrativa della Danimarca, ma una comunità politica autonoma interna all’“Unità del Regno”. La loro posizione costituzionale poggia sulla Costituzione danese, sullo Home Rule Act del 1948 e sul Takeover Act del 2005. Quest’ultimo ha ampliato notevolmente le competenze che le autorità faroesi possono assumere direttamente, fino a comprendere quasi tutti i campi di governo, salvo alcune materie riservate come la Costituzione, la cittadinanza, la Corte Suprema, la politica estera, di difesa e di sicurezza, nonché il cambio e la politica monetaria. Le Fær Øer eleggono inoltre due membri del Folketing, il parlamento danese, e il governo locale può negoziare e concludere accordi internazionali nelle materie di propria competenza trasferita. In altre parole, si tratta di un’autonomia molto estesa, ma ancora inscritta in una sovranità esterna che rimane danese.
Questo assetto rende il sistema partitico faroese differente da molti altri sistemi europei, perché la principale linea di frattura non coincide soltanto con l’asse sinistra-destra, ma si intreccia costantemente con l’asse indipendenza-unionismo. Alcuni partiti definiscono infatti la propria identità prima di tutto in relazione al rapporto con Copenaghen. Il Partito del Popolo è storicamente una forza conservatrice e liberale sul piano economico, ma anche indipendentista. Repubblica, invece, unisce l’obiettivo dell’indipendenza a un profilo di socialismo democratico e di nazionalismo di sinistra. Il Partito dell’Unione (Sambandsflokkurin), ormai seconda forza politica dell’arcipelago, si colloca sul versante unionista e conservatore, mentre il Partito Socialdemocratico ha tradizionalmente mantenuto una posizione più pragmatica, meno ideologica sulla questione costituzionale e più centrata su welfare e gestione dell’autonomia. Anche il piccolo partito liberale Sjálvstýri, rientrato in parlamento con 1 seggio, rappresenta storicamente una sensibilità autonomista o gradualista.
Il risultato delle recenti elezioni, come detto, ha premiato in primo luogo il Partito del Popolo, guidato da Beinir Johannesen. Il partito ha guadagnato tre seggi rispetto alle precedenti elezioni e ha ottenuto la quota di voto più alta per un singolo partito dal 1990. Questo dato è politicamente rilevante non solo perché segnala la sconfitta del governo uscente, ma anche perché conferma la forza di un indipendentismo di taglio conservatore, radicato soprattutto in una visione favorevole a maggiore sovranità economica e nazionale. Tuttavia, pur essendo il leader di una forza indipendentista, Beinir Johannesen ha aperto i negoziati per una coalizione con il Partito dell’Unione e con i socialdemocratici, cioè con due forze che non condividono un’impostazione apertamente secessionista. Questo dato rivela quanto, nelle Fær Øer, la questione nazionale resti decisiva ma non sia da sola sufficiente a strutturare una maggioranza di governo.
La crisi del governo uscente spiega in parte questo esito. Le elezioni sono state anticipate proprio perché la coalizione formata nel 2022 dai socialdemocratici, da Repubblica e dal partito centrista Progresso (Framsókn) non reggeva più. Il primo ministro Aksel V. Johannesen aveva motivato la convocazione del voto con una “mancanza fondamentale di fiducia” tra i partner di governo. Il crollo del Partito Socialdemocratico, che ha perso tre seggi e ha registrato il peggior risultato dal 2011, è dunque anche il riflesso di una maggioranza ormai logorata. In un sistema politico piccolo, altamente personalizzato e segnato da coalizioni spesso trasversali, il venir meno della fiducia interna ha un impatto particolarmente rapido sugli equilibri di governo.
Ma il voto non è stato semplicemente un referendum sul governo uscente. La campagna elettorale si è concentrata soprattutto su questioni economiche e sociali molto concrete: il costo della vita, la difficoltà di trattenere i giovani e frenare l’emigrazione qualificata, la domanda di alloggi accessibili e il dibattito sul tempo di lavoro. È emersa anche la volontà, pressoché unanime tra i leader di partito, di non riaprire immediatamente lo scontro sulla nuova legge che consente l’aborto fino a 12 settimane, approvata dal Løgting nel dicembre 2025. Questi temi mostrano che, anche in un contesto fortemente segnato dalla questione nazionale, le dinamiche materiali e sociali hanno un peso determinante. In un certo senso, il voto del 2026 indica che l’elettorato faroese chiede sì una ridefinizione del rapporto con il Regno, ma dentro una più ampia domanda di stabilità, servizi e prospettive di vita sostenibili.
Per quanto riguarda la principale forza della sinistra radicale, Repubblica, oggi guidata da Sirið Stenberg, come anticipato questa ha tenuto bene: 6 seggi, esattamente come il Partito Socialdemocratico, e quasi il 17,4% dei voti. Per una formazione dichiaratamente di sinistra, repubblicana e indipendentista, si tratta di una conferma significativa. Tjóðveldi, del resto, continua a rappresentare una corrente politica peculiare: non solo la richiesta di piena indipendenza dalle strutture statali danesi, ma anche una lettura sociale di quel processo, in cui l’autodeterminazione nazionale è concepita come strumento per un modello più egualitario, più democratico e meno subordinato agli equilibri del centro danese. Il partito resta dunque il principale referente della sinistra indipendentista e, più in generale, della sinistra radicale faroese.
Il suo risultato è tanto più rilevante se si considera che la vittoria è andata a un’altra forza indipendentista, seppur molto diversa per cultura politica e programma sociale. Il Partito del Popolo e Repubblica condividono l’obiettivo di un futuro più autonomo, o indipendente, per le Fær Øer, ma divergono profondamente sul piano socioeconomico. Il primo si colloca su posizioni conservatrici e liberali, la seconda su un asse di socialismo democratico e sinistra verde nordica. Ciò significa che il campo indipendentista è tutt’altro che omogeneo, e che la questione nazionale non cancella il conflitto di classe, né la distinzione tra una destra conservatrice e una sinistra progressista.
Per quanto riguarda il futuro governo dell’arcipelago, si va verso quella che gli analisti hanno ribattezzato coalizione “ABC”, composta da Partito del Popolo, Partito dell’Unione e Partito Socialdemocratico, le tre formazioni che hanno ottenuto il maggior numero di consensi, con il leader popolare Beinir Johannesen alla sua guida ed un sostegno da parte di 22 deputati su 33. Tale coalizione avrebbe dunque una solida base parlamentare, ma sarebbe politicamente composita: includerebbe una forza indipendentista di destra, una forza unionista classica e una formazione socialdemocratica pragmatica. Una simile soluzione suggerisce che, almeno nell’immediato, l’obiettivo prioritario non sia l’apertura di un processo di secessione, ma la costruzione di una maggioranza governativa capace di amministrare le isole e gestire i dossier economici e sociali più urgenti.
Repubblica, dal cantos uo, resta in una posizione importante ma non centrale per la formazione dell’esecutivo. Nonostante il buon risultato, la sinistra indipendentista dovrebbe restare fuori dal governo proprio perché il partito arrivato primo sembra preferire un compromesso con forze meno conflittuali sul piano istituzionale.
Il voto del 2026 si colloca inoltre in un contesto geopolitico nordatlantico più ampio. Le Fær Øer osservano inevitabilmente ciò che accade in Groenlandia e nel resto del Regno di Danimarca. Negli ultimi mesi, il tema dell’autonomia e della sovranità nei territori nordatlantici sotto la sovranità danese è tornato al centro del dibattito, anche per effetto delle tensioni internazionali attorno all’Artico e del nuovo attivismo delle grandi potenze. In questo quadro, le Fær Øer appaiono come una realtà che cerca di massimizzare i margini di autogoverno senza precipitare in un’avventura istituzionale priva di basi economiche e diplomatiche sufficienti. Il Takeover Act del 2005 e la possibilità di concludere accordi internazionali nelle materie trasferite hanno già offerto strumenti notevoli di proiezione esterna; il nodo resta se, quando e come tradurre questa quasi-statualità in piena indipendenza.
Al momento, tuttavia, l’arcipelago si trova piuttosto in una fase di equilibrio instabile, in cui l’autonomia avanzata garantita dall’ordinamento del Regno permette ampi spazi di autogoverno, ma non esaurisce la spinta verso una piena soggettività politica. In questo spazio intermedio, le forze indipendentiste restano centrali, ma si dividono tra una destra nazional-liberale vincente e una sinistra radicale repubblicana capace di tenere il campo. Sarà proprio il rapporto tra queste due anime dell’indipendentismo, e la loro capacità o incapacità di dialogare con le forze unioniste, a determinare il prossimo capitolo della storia politica delle Fær Øer.
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