Danimarca, la socialdemocrazia arretra ancora: cresce la sinistra, ma avanza anche l’estrema destra

Dopo la batosta delle municipali del novembre 2025, le legislative anticipate del 24 marzo hanno confermato l’indebolimento dei socialdemocratici della premier Mette Frederiksen. L’Alleanza Rosso-Verde diventa la seconda forza del Paese, ma si registra anche la forte avanzata dell’estrema destra nazionalista.

Le elezioni legislative danesi del 24 marzo hanno consegnato un messaggio politico molto chiaro: la socialdemocrazia di governo resta il primo partito del Paese, ma continua a perdere terreno, e il sistema politico entra in una fase più instabile, frammentata e contendibile. Il Partito Socialdemocratico (Socialdemokratiet, S), guidato dalla premier uscente Mette Frederiksen, ha infatti ottenuto il 21,85% dei voti e 38 seggi nel Folketing, il parlamento unicamerale di Copenaghen, in netto calo rispetto ai 50 seggi della precedente legislatura. Si tratta del peggior risultato dei socialdemocratici danesi dal 1903, pur restando essi la prima forza parlamentare. Nessuno dei due blocchi tradizionali ha però raggiunto la maggioranza assoluta dei 90 seggi: il blocco rosso si è fermato a 84, quello blu di destra a 77, mentre i Moderati (Moderaterne, M) dell’ex capo dell’esecutivo Lars Løkke Rasmussen, con 14 seggi, sono tornati a essere l’ago della bilancia.

Questo risultato conferma e approfondisce la tendenza emersa già con le elezioni municipali del 18 novembre 2025, quando i socialdemocratici avevano subito pesanti perdite a livello locale e, soprattutto, avevano perso Copenaghen per la prima volta da oltre un secolo, con l’elezione a sindaca di Sisse Marie Welling, candidata del del Partito Popolare Socialista (Socialistisk Folkeparti, SF). Le legislative non hanno dunque rappresentato una correzione di rotta favorevole a Frederiksen, ma piuttosto la prosecuzione di un logoramento che investe l’intera esperienza del governo centrista formato dopo il voto del 2022 con Venstre (V) e Moderaterne. Anche gli altri due partiti della coalizione uscente, infatti sono arretrati: Venstre è sceso a 18 seggi, mentre i Moderati hanno perso due deputati, pur mantenendo un ruolo decisivo nei negoziati post-elettorali.

Il dato politicamente più rilevante è che il Partito Popolare Socialista, dopo aver conquistato Copenaghen, è diventato la seconda forza nazionale. Guidato da Pia Olsen Dyhr, SF ha ottenuto l’11,59% dei voti e 20 seggi, guadagnandone 5 rispetto al 2022 e collocandosi nettamente davanti alle forze moderate tradizionali. Si tratta di un successo storico per una formazione che ha saputo raccogliere una parte importante del malcontento verso la linea dei socialdemocratici, presentandosi come una sinistra più credibile sul welfare, più coerente sul terreno ecologico e meno compromessa con il centrismo degli ultimi anni. Non a caso, dopo il voto, Pia Olsen Dyhr ha parlato di un mandato chiaro ricevuto dagli elettori, pur avvertendo che senza priorità nette su welfare e transizione verde il partito avrebbe potuto anche restare all’opposizione.

Questo risultato di SF è importante anche perché modifica gli equilibri interni all’intero campo progressista danese. Negli ultimi anni il partito era già emerso come riferimento di una sinistra riformatrice e popolare, capace di avanzare sia nelle elezioni europee sia nelle municipali del 2025, dove aveva conquistato importanti amministrazioni e soprattutto la guida di Copenaghen con Sisse Marie Welling. Le legislative del marzo 2026 consacrano questa tendenza su scala nazionale: SF appare oggi come il principale beneficiario del logoramento della socialdemocrazia, occupando lo spazio di una sinistra di governo che non rinuncia però a rivendicare investimenti pubblici, servizi, redistribuzione e pianificazione ecologica.

Accanto all’avanzata di SF, va sottolineato anche il buon risultato dell’Alleanza Rosso-Verde (Enhedslisten – De Rød-Grønne, Ø), coalizione di cui fa parte anche il Partito Comunista di Danimarca (Danmarks Kommunistiske Partei, DKP), che ha ottenuto il 6,34% dei voti e 11 seggi, migliorando la propria rappresentanza parlamentare di 2 seggi rispetto al 2022. Non si tratta di un risultato tanto clamoroso quanto quello del Partito Popolare Socialista, ma di una crescita politicamente significativa, che conferma il consolidamento di una sinistra radicale capace di mantenere un proprio spazio distinto sia dalla socialdemocrazia sia dalla sinistra più moderata rappresentata da SF. L’Alleanza Rosso-Verde esce inoltre dal voto come componente essenziale di qualsiasi ipotesi di maggioranza progressista, con un peso parlamentare maggiore e una linea politica più difficilmente aggirabile.

La posizione di Enhedslisten durante e dopo la campagna elettorale aiuta a capire il significato di questo risultato. Il partito guidato da Pelle Dragsted aveva chiarito che il sostegno ai socialdemocratici non sarebbe stato automatico e che, per appoggiare una nuova soluzione di governo, sarebbe stata necessaria una vera proposta di coalizione del blocco rosso. Ancora più interessante è il fatto che, già nel dicembre 2025, l’Alleanza Rosso-Verde avesse espresso la preferenza per un primo ministro di SF rispetto a uno socialdemocratico, segnalando una crisi di fiducia ormai aperta verso Frederiksen. Non si tratta soltanto di tattica parlamentare, ma della manifestazione di una divergenza strategica: Enhedslisten ritiene che la crisi della sinistra tradizionale danese non possa essere superata rincorrendo il centro o adottando l’agenda della destra su immigrazione, ordine pubblico e vincoli di bilancio.

In questo senso, il rafforzamento congiunto di SF e dell’Alleanza Rosso-Verde mostra che una parte consistente dell’elettorato progressista sta cercando alternative alla linea seguita dai socialdemocratici negli ultimi anni. Il Partito Socialdemocratico ha pagato certamente l’usura del governo, ma anche alcune scelte precise: la partecipazione a una coalizione centrista con Venstre, misure impopolari sul terreno fiscale e del costo della vita, e soprattutto la progressiva normalizzazione di una retorica restrittiva su immigrazione e sicurezza. Le stesse analisi post-elettorali hanno evidenziato come la campagna si sia giocata soprattutto su temi materiali, come pensioni, carovita, tassazione, welfare e ambiente, molto più che sulla politica estera o persino sulla crisi legata alla Groenlandia, sulla quale Frederiksen sperava di capitalizzare il consenso raccolto nei mesi precedenti.

Per anni la premier è stata presentata come il modello di una socialdemocrazia capace di difendere lo Stato sociale adottando al contempo una linea sempre più dura sull’immigrazione. Ma il voto del 2026 mostra con chiarezza che questa sintesi non regge più come prima. A sinistra, una parte dell’elettorato la considera ormai troppo compromessa con un’agenda centrista e securitaria; a destra, il tentativo di assorbire alcune parole d’ordine nazionaliste non ha affatto neutralizzato le forze reazionarie, che anzi tornano a crescere. Il risultato è un indebolimento della socialdemocrazia su entrambi i fronti, urbano e popolare, progressista e periferico.

Se tale processo ha portato beneficio alle forze a sinistra dei socialdemocratici, infatti, lo stesso ha portato anche alla netta avanzata della principale forza dell’estrema destra nazionalista, il Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti, DF). La formazione di Morten Messerschmidt ha ottenuto il 9,10% e 16 seggi, triplicando di fatto il proprio risultato in termini di rappresentanza parlamentare rispetto al 2022. Il partito ha costruito la propria campagna su una miscela di nazionalismo anti-immigrazione e populismo economico, promettendo una stretta sull’immigrazione musulmana e minori tasse sul carburante. Il fatto che il DF sia tornato a questi livelli dimostra che lo spazio dell’estrema destra non è stato prosciugato dalla svolta securitaria dei socialdemocratici; al contrario, esso si è nuovamente allargato.

Per le forze di sinistra questo è un monito serio. La crescita di SF e il buon risultato dell’Alleanza Rosso-Verde mostrano che esiste uno spazio reale per una risposta progressista alla crisi sociale, ma non abbastanza ampia, almeno per ora, da impedire che il disagio venga intercettato anche dalla destra radicale. La Danimarca esce dal voto più polarizzata: da una parte avanzano forze che chiedono più welfare, più investimenti pubblici, più diritti sociali e una transizione verde non piegata al mercato; dall’altra si rafforza una destra xenofoba che reinterpreta il malessere in chiave etnonazionale. In mezzo, la socialdemocrazia resta la principale forza parlamentare ma sempre meno il centro egemonico del sistema.

Il voto, dunque, non ha prodotto una maggioranza chiara. Il cosiddetto blocco rosso è arrivato davanti al blocco blu, ma senza raggiungere autonomamente la soglia decisiva dei 90 seggi nel Folketing. In questo scenario, il ruolo di ago della bilancia ricade ancora una volta sui Moderati di Rasmussen, che con 14 seggi hanno mantenuto una posizione centrale nei negoziati per la formazione del nuovo esecutivo. Lo stesso re Frederik X ha incaricato Frederiksen di avviare colloqui con le altre forze, mentre la premier uscente ha riconosciuto implicitamente che la stagione dei governi fondati su blocchi rigidi appare sempre meno sostenibile.

La premier ha indicato come opzione più realistica un’intesa che coinvolga i cinque partiti del blocco rosso, vale a dire Socialdemocratici, SF, Alleanza Rosso-Verde, Partito Danese Social Liberale (Radikale Venstre, RV) e Alternativa (Alternativet), con la possibile aggiunta dei Moderati. Tuttavia, Rasmussen ha ribadito di non gradire né una soluzione esclusivamente rossa né una soluzione esclusivamente blu, e durante la campagna aveva escluso l’idea di sostenere un governo che includesse formalmente Enhedslisten o il Partito Popolare Danese. Questo rende difficile immaginare, almeno nel breve periodo, un ingresso diretto dell’Alleanza Rosso-Verde nell’esecutivo, pur accrescendone il potere di pressione.

Per Enhedslisten, dunque, la questione centrale non è soltanto partecipare o meno al governo, ma come usare il proprio rafforzamento elettorale. Un sostegno condizionato dall’esterno potrebbe consentire al partito di incidere su welfare, casa, lavoro, clima e tassazione senza dissolvere il proprio profilo in una coalizione troppo moderata. Al tempo stesso, il partito dovrà misurarsi con il fatto che SF, oggi seconda forza nazionale, ha assunto una posizione di leadership più forte all’interno del blocco progressista. Il rapporto tra queste due sinistre, una più riformatrice e una più radicale, sarà decisivo nei prossimi mesi: se riusciranno a spingere insieme l’asse del dibattito a sinistra, la crisi socialdemocratica potrebbe trasformarsi in una ristrutturazione progressiva del campo rosso; se invece prevarranno logiche di compatibilità centrista, la delusione potrebbe ancora una volta avvantaggiare la destra.

Tirando le somme, le legislative danesi del 24 marzo on hanno semplicemente registrato un arretramento dei socialdemocratici. Hanno certificato l’apertura di una nuova fase politica. Il Partito Popolare Socialista si afferma come seconda forza nazionale e principale vincitore nel campo progressista. L’Alleanza Rosso-Verde consolida il proprio radicamento e conferma che una sinistra radicale coerente ha spazio nella società danese. Ma, allo stesso tempo, il Partito Popolare Danese mostra che il terreno della protesta resta conteso e che l’estrema destra può tornare a crescere rapidamente quando il malessere sociale non trova una risposta sufficientemente forte e credibile da sinistra. Per questo il voto rappresenta un potenziale passaggio strategico che dimostra come la Danimarca stia ridefinendo il proprio equilibrio politico; il futuro dipenderà in larga misura dalla capacità delle sinistre di trasformare l’attuale avanzata elettorale in una proposta di governo, di classe e di società, capace di battere insieme il centrismo esausto e la reazione nazionalista.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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