Paesi Bassi, la sinistra urbana rialza la testa: alle municipali il primo segnale contro il governo Jetten

Poche settimane dopo l’insediamento del governo di minoranza guidato da Rob Jetten, le elezioni municipali olandesi del 18 marzo hanno mostrato un dato politico importante: nelle grandi città la sinistra resta forte, e in alcuni casi si rafforza, mentre il centro governativo non sfonda davvero.

Le elezioni municipali dello scorso 18 marzo nei Paesi Bassi hanno avuto un significato politico che va ben oltre la dimensione locale. Tenutesi meno di un mese dopo l’insediamento del governo di minoranza guidato da Rob Jetten, nato il 23 febbraio dall’accordo fra D66 (Democraten 66), VVD (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie) e CDA (Christen-Democratisch Appèl), esse hanno rappresentato il primo test elettorale dopo la lunga crisi seguita alle legislative del 29 ottobre 2025. Il governo, privo di maggioranza stabile in entrambe le Camere, si regge infatti su 66 seggi su 150 alla Tweede Kamer (camera bassa) e ha già suscitato forti polemiche per l’intenzione di aumentare la spesa militare fino al 3,5% del PIL entro il 2035, finanziandola con misure che colpiscono welfare, sanità, sussidi di disoccupazione e pensioni. In questo contesto, il voto municipale non poteva che essere letto come un primo giudizio politico sul nuovo corso centrista e atlantista dell’Aja.

Su scala nazionale, il quadro emerso restituisce due giudizi prevalenti. Da un lato, i partiti locali restano la prima famiglia politica nelle elezioni comunali, confermando una tradizione olandese di forte radicamento territoriale. Dall’altro, tra i partiti nazionali, la coalizione di sinistra tra ecologisti e laburisti GL-PvdA (GroenLinks-Partij van de Arbeid) risulta la forza più votata a livello municipale, mentre D66, pur essendo il partito del primo ministro, non riesce a trasformare la recente vittoria alle legislative in un’egemonia locale. L’affluenza, inoltre, è stata superiore a quella del 2022, superando il 54%, segnale che la competizione è stata percepita come importante anche sul piano nazionale. Questo dato già basta a smentire una possibile lettura semplicistica delle municipali come pura amministrazione locale: l’elettorato ha colto la posta in gioco, e nelle principali città ha premiato soprattutto forze di sinistra e di opposizione all’esecutivo.

Il caso di Amsterdam è il più eloquente. Nella capitale, dove GL e PvdA si sono presentati con due liste distinte, GroenLinks ha conquistato 10 seggi, in aumento di due, mentre il PvdA ne ha ottenuti 7. Considerati insieme, i due partiti arrivano a 17 seggi su 45, restando di gran lunga il blocco dominante della città. D66 cresce a sua volta, passando a 8 seggi, ma resta nettamente dietro al polo rosso-verde, mentre i socialisti di SP (Socialistische Partij) arretrano a un solo seggio. Amsterdam si conferma dunque saldamente a sinistra, e la formula GroenLinks–PvdA continua a rappresentare il baricentro cittadino. Non a caso, i dirigenti locali hanno celebrato il risultato insistendo sul carattere strutturalmente progressista della capitale, che ha confermato l’ecologista Femke Halsema come borgomastro (sindaco). Sofyan Mbarki, vice di Halsema, ha sottolineato che un terzo della città ha votato per le liste di GL e PvdA, mentre la sua collega Zita Pels ha dichiarato che Amsterdam “era di sinistra, è di sinistra e resterà di sinistra”. Nei giorni successivi al voto, la stessa dirigenza cittadina ha chiarito che le opzioni di coalizione restano aperte, ma con una preferenza per soluzioni che non snaturino il profilo sociale e progressista della città, anche valutando intese più avanzate a sinistra con forze come la lista animalista PvD (Partij voor de Dieren), che ha ottenuto tre seggi, Denk, partito della minoranza di origine turca, o BIJ1, entrambi con due scranni.

Amsterdam mostra dunque due elementi che meritano attenzione. Il primo è che il governo Jetten non ha prodotto alcun “effetto traino” tale da spostare il centro di gravità della città verso D66. Il secondo è che la sinistra urbana, pur non essendo sempre radicale in senso anticapitalista, si presenta come il principale argine alle politiche di moderazione sociale che il nuovo esecutivo nazionale sembra voler imporre. Il rilancio di GL–PvdA nella capitale si collega infatti a una piattaforma che insiste su casa, costo della vita, servizi pubblici e transizione ecologica con una forte impronta redistributiva, come dimostra il fatto che, pochi giorni prima del voto, dieci capilista rosso-verdi delle grandi città avessero lanciato un manifesto comune sul diritto alla casa, chiedendo più alloggi accessibili e un intervento pubblico più deciso sul mercato abitativo.

Anche Rotterdam consegna un risultato di grande rilievo per la sinistra. Qui la lista unitaria GroenLinks–PvdA ha ottenuto 46.542 voti, pari al 22,05%, conquistando 11 seggi, due in più rispetto al 2022. È vero che la lista è arrivata a pari seggi con la destra locale di Leefbaar Rotterdam (Rotterdam Vivibile), anch’essa a 11, ma il dato politico fondamentale è che il blocco rosso-verde è risultato il primo in voti e ha consolidato la propria posizione in una città tradizionalmente più contesa e socialmente più polarizzata della capitale. D66 e VVD si fermano a 5 seggi ciascuno, mentre SP conserva appena un seggio. Qui il successo della sinistra appare ancora più significativo, perché si realizza in una città dove il discorso securitario e anti-immigrazione della destra municipale ha storicamente avuto una presa forte. Il fatto che, a poche settimane dalla nascita del governo Jetten, non sia D66 ma GroenLinks–PvdA a emergere come principale forza di alternativa a queste politiche dimostra che l’elettorato urbano più sensibile alle questioni sociali non vede nel nuovo premier la risposta ai problemi strutturali della metropoli portuale.

Rotterdam, dunque, rende visibile un altro nodo. D66, pur facendo parte del governo nazionale e pur mantenendo una presenza significativa, non intercetta in modo dominante la richiesta di cambiamento nelle città. La sua collocazione governativa, già segnata da aperture a tagli sociali e aumento della spesa militare, tende a rafforzare l’idea di un partito di gestione, più che di trasformazione. Al contrario, il blocco GroenLinks–PvdA beneficia di una percezione più direttamente legata ai temi dell’abitare, della giustizia urbana, dei trasporti, della lotta alla disuguaglianza e della qualità dei servizi. In una città come Rotterdam, dove le contraddizioni sociali sono molto acute, questo scarto pesa più delle etichette ideologiche generali.

Anche Groningen offre un quadro positivo per la sinistra olandese, visto che GL–PvdA si conferma nettamente primo partito con 28.817 voti, pari al 24,98%, e 13 seggi, pur perdendone due rispetto alla somma dei risultati separati del 2022. D66 sale a 6 seggi, VVD a 4, CDA a 3, mentre SP scende da 4 a 3. Tuttavia, anche in questo caso il dato più rilevante è che, in una grande città universitaria e progressista, la sinistra resta il perno della politica locale. La testata locale OOG Groningen ha sottolineato che GroenLinks–PvdA rimane “con ampio margine” il primo partito, mentre la stessa affluenza, pari al 58%, è stata letta come un segnale di partecipazione superiore al passato.

Per GroenLinks–PvdA, dunque, queste municipali hanno avuto una funzione di riequilibrio politico dopo la delusione delle legislative del 2025. A livello nazionale, il partito aveva perso terreno e poi cambiato leadership, con Jesse Klaver subentrato a Frans Timmermans. Il voto del 18 marzo ha permesso invece al cartello rosso-verde di rivendicare di essere diventato “il più grande partito dei Paesi Bassi” nelle amministrazioni locali. È un’affermazione politicamente importante, perché rafforza la narrativa di una forza non soltanto parlamentare, ma radicata nel tessuto urbano e amministrativo del Paese. Allo stesso tempo, questo successo non cancella la contraddizione di fondo: GroenLinks–PvdA rappresenta una sinistra certamente attenta ai temi sociali, ma pienamente interna al quadro dell’Unione Europea e della NATO, e la sua opposizione al governo Jetten si concentra soprattutto sulla distribuzione dei costi sociali, più che su una messa in discussione dei pilastri strategici del nuovo esecutivo. Al momento dell’insediamento del governo, Klaver aveva formulato una dura critica ai piani dell’esecutivo, considerati “ingiusti” perché avrebbero colpito soprattutto i redditi più bassi. Le municipali rafforzano questa opposizione sociale, ma non la trasformano automaticamente in un’alternativa di sistema.

I socialisti di SP escono invece dal voto in una posizione più debole. Nelle tre città prese in esame il partito ha infatti registrato un calo di consensi: ad Amsterdam scende a un seggio, a Rotterdam resta a uno, a Groningen cala a tre. Sarebbe però riduttivo leggere questi dati come semplice irrilevanza. SP continua a rappresentare una critica più sociale e più netta alle politiche di austerità, al peggioramento del welfare e all’innalzamento dell’età pensionabile. Nelle settimane immediatamente precedenti alle municipali, il partito aveva lanciato una campagna forte contro l’aumento dell’età pensionabile, raccogliendo testimonianze di lavoratori che già oggi arrivano alla pensione con enormi difficoltà. Sul piano politico, il Partito Socialista insiste su un’agenda centrata su costo della vita, case popolari, servizi locali, lotta alla povertà e difesa della sanità pubblica. Il problema di SP, semmai, è un altro: mentre il suo linguaggio sociale intercetta temi reali, la polarizzazione del voto urbano progressista continua a favorire il cartello più largo e più “governativo” di GroenLinks–PvdA.

Sul piano dell’analisi strategica, questo significa che la sinistra olandese si presenta oggi divisa tra una forza principale capace di vincere o guidare le città ma ancora interna alla cornice euro-atlantica, e una sinistra socialista che mantiene una critica sociale più netta ma fatica a trasformarla in espansione elettorale nei grandi centri. Tuttavia, se davvero l’esecutivo Jetten procederà con tagli sociali per finanziare riarmo, sanità più onerosa e pensioni più lontane, il terreno di scontro su cui la SP e la sinistra sociale possono crescere diventerà più favorevole. Ma, per ora, il voto municipale mostra che quel malcontento si è espresso soprattutto premiando GroenLinks–PvdA come forza urbana più credibile e più immediatamente utile per contenere il centro liberale e la destra.

Il punto di vista del Nuovo Partito Comunista dei Paesi Bassi (Nieuwe Communistische Partij Nederland, NCPN) si colloca su un piano ancora diverso, esterno sia alla logica governativa sia a quella della sinistra parlamentare. In vista delle municipali il Partito Comunista aveva denunciato le amministrazioni locali come un “laboratorio di privatizzazioni e tagli”, sottolineando che i comuni ricevono sempre più competenze con sempre meno fondi e che il cosiddetto ravijnjaar, l’“anno del burrone” dei bilanci locali, costringe le municipalità a comprimere welfare, assistenza e servizi di prossimità. In un’altra dichiarazione, il NCPN ha spiegato di non partecipare al voto per ragioni organizzative, ribadendo però la necessità di una voce comunista coerente contro lo smantellamento di sanità, cultura e sport e contro la guerra. Questa impostazione porta i comunisti olandesi a leggere anche il buon risultato della sinistra urbana con uno sguardo critico: importante come argine immediato alla destra e al neoliberismo municipale, ma insufficiente se non mette in discussione la subordinazione dei bilanci pubblici alle logiche del capitale e del riarmo.

Le municipali del 18 marzo, dunque, non rovesciano il quadro politico olandese, ma lo chiariscono. Mostrano che il governo Jetten nasce in un Paese nel quale il centro può governare, ma non domina il sentimento urbano progressista. Mostrano che nelle grandi città la sinistra, soprattutto nella forma di GL–PvdA, conserva una forte capacità di egemonia locale. Mostrano che il Partito Socialista continua a esprimere una critica sociale reale, anche se ancora non sufficientemente tradotta in avanzata elettorale. E mostrano, infine, che il NCPN continua a collocarsi fuori dalla contesa istituzionale, insistendo sulla necessità di una risposta di classe al nesso tra austerità municipale, militarizzazione e impoverimento sociale. In questo senso, il voto del 18 marzo è stato davvero il primo segnale politico dopo la nascita del governo Jetten: un segnale che dice che nelle città olandesi lo spazio per una opposizione sociale e di sinistra non solo esiste, ma resta centrale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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