Con il 53,56% dei voti e un’affluenza del 58,93%, gli elettori hanno respinto la riforma costituzionale della giustizia voluta dal governo Meloni. Non è un rifiuto di ogni cambiamento: è il rifiuto di una revisione percepita come sbilanciata e regressiva.

Il refererendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha consegnato un messaggio politico limpido, già analizzato da miriadi di commentatori e testate. Il No ha prevalso con il 53,56%, lasciando il Sì al 46,41%; ha vinto in tutte le regioni tranne Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, e in tutti i capoluoghi di regione. L’affluenza, al 58,93%, è stata alta per un referendum costituzionale di questo tipo e ha trasformato la consultazione in qualcosa di più di una verifica tecnica su un testo di revisione: è diventata una prova di forza sul rapporto tra governo, magistratura e architettura costituzionale.
Per capire la portata della sconfitta del governo bisogna ricordare che cosa conteneva la riforma. Il provvedimento mirava a separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti, modificando gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione. Prevedeva inoltre due distinti Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, con componenti scelti in larga parte mediante sorteggio, e istituiva un’Alta Corte disciplinare competente in via esclusiva per i procedimenti disciplinari dei magistrati ordinari. È dunque riduttivo descriverla come una semplice misura organizzativa: in caso di vittoria, ne sarebbe scaturita una revisione profonda di equilibri costituzionali delicati.
Il punto, tuttavia, non è sostenere che la Costituzione sia intoccabile. La Costituzione italiana prevede espressamente la propria revisione all’articolo 138: le leggi costituzionali possono essere modificate, e quando non raggiungono i due terzi delle Camere possono essere sottoposte a referendum confermativo; la legge non è promulgata se non ottiene la maggioranza dei voti validi. È la Carta stessa, quindi, ad ammettere e disciplinare il proprio cambiamento. Ma proprio per questo il voto popolare di marzo va preso sul serio: chi ha respinto la riforma non lo ha fatto per negare aprioristicamente la possibilità di modificare la legge fondamentlae, ma per affermare questa revisione, in questo contesto politico e con questo impianto, non meritava di passare.
Chi liquida il risultato come una ribellione corporativa o come l’ennesimo riflesso conservatore non coglie il punto politico di fondo. Secondo l’analisi dei flussi e delle rilevazioni post-voto riportate da ANSA, una parte decisiva dell’elettorato del No ha motivato la scelta con l’idea di “difendere la Costituzione”; hanno pesato anche l’elettorato moderato del centrodestra, non del tutto allineato con il governo, e una forte mobilitazione giovanile orientata contro la riforma. In altre parole, non si è trattato soltanto di un voto di opposizione ideologica: si è manifestata una diffusa diffidenza verso una modifica percepita come capace di alterare i contrappesi e di rafforzare il primato dell’esecutivo.
E, soprattutto, si conferma con forza la difesa della natura antifascista della Costituzione del 1948. Vale la pena di ricordare che, nella XII disposizione transitoria e finale la Carta stabilisce che “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”; si tratta della prova che l’ordinamento repubblicano nasce dalla rottura con il fascismo e si costruisce attorno al rifiuto della concentrazione autoritaria del potere. Mentre i neofascisti sono oggi al governo, difendere quell’impianto oggi non significa imbalsamare il passato; significa ricordare che i meccanismi di equilibrio tra poteri, le garanzie e l’autonomia delle istituzioni non sono orpelli, ma anticorpi.
Facendo un parallelo con il referendum costituzionale del 2016, anche allora gli italiani respinsero la riforma Renzi-Boschi con circa il 59,1% dei No contro il 40,9% dei Sì, su una revisione che puntava al superamento del bicameralismo perfetto, alla revisione dei rapporti Stato-Regioni, all’eliminazione del riferimento alle province e alla soppressione del CNEL. I contesti erano diversi, i contenuti non sovrapponibili, e Renzi non apparteneva certo alla tradizione della destra post-fascista. Ma in entrambi i casi l’elettorato ha dato la stessa lezione di metodo: la Costituzione non è un terreno da forzare con logiche di schieramento, né un trofeo da esibire come prova muscolare del capo del governo di turno.
Naturalmente, ripetiamo che sarebbe un errore trasformare queste vittorie del No allo smembramento dei principi costituzionali in una religione dell’immobilismo. La Costituzione non è immutabile, e guai a farne un feticcio. Le società cambiano, i rapporti economici cambiano, mutano le forme del lavoro, le diseguaglianze territoriali, la crisi ambientale, la qualità della rappresentanza, la fragilità dei diritti sociali. Una sinistra degna di questo nome non dovrebbe limitarsi a custodire la Carta come una reliquia; dovrebbe battersi per attuarla fino in fondo e, quando serve, aggiornarla in senso espansivo e progressista: più tutela del lavoro contro la precarietà, più universalismo nei diritti sociali, più strumenti di partecipazione democratica, più garanzie per scuola e sanità pubblica, più eguaglianza sostanziale tra territori e classi sociali.
La vera linea di discrimine, dunque, non è tra chi vuole cambiare la Costituzione e chi non vuole cambiarla. La linea passa tra chi vuole migliorarla per allargare diritti, redistribuire potere, rendere più effettiva l’eguaglianza, e chi invece la tratta come un ostacolo da aggirare o da piegare a una visione verticale del comando. Nel primo caso si parla di avanzamento progressista. Nel secondo, di vandalismo istituzionale. Ed è precisamente questo che gli italiani hanno intuito nel voto del 22-23 marzo: non la minaccia di una dittatura domani mattina, ma il rischio di un’erosione graduale dei contrappesi, di un abbassamento della soglia di garanzia, di un’idea plebiscitaria del governo che considera ogni mediazione come un fastidio.
La destra di Giorgia Meloni ha cercato di presentare la riforma come un’operazione di modernizzazione e di efficienza. Ma il corpo elettorale ha letto altro: una modifica costituzionale concepita dall’alto, spinta da una maggioranza politicamente aggressiva verso la magistratura, e caricata di un significato generale sul rapporto tra esecutivo e limiti costituzionali. La sconfitta non rovescia il governo, ma dimostra che, anche dentro un elettorato non integralmente ostile al governo, si è formato un argine contro la revisione proposta.
Concludendo, per la seconda volta in dieci anni, gli italiani hanno respinto una revisione costituzionale promossa dal governo in carica: nel 2016 contro Renzi, nel 2026 contro Meloni. La storia non si ripete mai in fotocopia, ma il segnale è inequivocabile. La Costituzione repubblicana del 1948 può essere cambiata, ma non può essere presa d’assalto. Non può essere piegata a un progetto di verticalizzazione del potere. E, soprattutto, non può essere vandalizzata da una destra che porta con sé una genealogia post-fascista e che continua a considerare i contrappesi come intralci. Il voto del 22-23 marzo dice questo: la Carta non è sacra, ma è seria. E chi la tocca deve farlo per far avanzare i diritti, non per ridurli.
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