L’intrusione con un coltello nell’ambasciata cinese rivela pericolose tendenze della destra in Giappone

L’irruzione armata nell’ambasciata cinese a Tokyo viene interpretata dal Global Times come il segnale di una più ampia radicalizzazione della destra giapponese, alimentata da revisionismo storico, militarizzazione e crescente ostilità anti-cinese nel discorso pubblico.

Global Times – 24 marzo 2026

Martedì mattina, un uomo che ha affermato di essere un ufficiale in servizio delle Forze di autodifesa del Giappone ha scavalcato il muro ed è penetrato nell’ambasciata cinese a Tokyo. L’individuo ha ammesso che le sue azioni erano illegali e ha minacciato di uccidere diplomatici cinesi nel cosiddetto “nome di Dio”. Secondo NHK, sul posto è stato trovato un coltello, ma fortunatamente nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito. Non si tratta affatto di un caso isolato di estremismo individuale; al contrario, esso funge da specchio che riflette la cupa realtà della dilagante ideologia dell’estrema destra e della rinascita del militarismo nel Giappone di oggi.

Armato di coltello, dopo aver scavalcato il muro, essersi introdotto con la forza e aver minacciato di uccidere: sia dal punto di vista giuridico sia da quello diplomatico, ciò costituisce un palese crimine internazionale. La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stabilisce esplicitamente che il corriere diplomatico gode dell’inviolabilità personale; i locali della missione sono inviolabili e gli agenti dello Stato accreditatario non possono entrarvi, salvo con il consenso del capo della missione.

L’ambasciata cinese in Giappone è un’importante istituzione di rappresentanza all’estero della Repubblica Popolare Cinese; la sua sicurezza e la sua dignità non devono essere oggetto di alcuna provocazione o violazione. Le azioni dell’uomo costituiscono una grave violazione del diritto internazionale, minacciando direttamente la sicurezza personale del personale diplomatico cinese e la sicurezza delle strutture diplomatiche. La natura di questi atti è gravissima e il loro impatto è estremamente dannoso.

La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stabilisce inoltre che lo Stato accreditatario deve trattare l’agente diplomatico con il dovuto rispetto e adottare tutte le misure appropriate per impedire qualsiasi attentato alla sua persona, libertà o dignità. In quanto Paese ospitante, il Giappone ha l’inalienabile obbligo, ai sensi del diritto internazionale, di garantire la sicurezza delle ambasciate straniere presenti sul suo territorio. Tuttavia, il fatto che un trasgressore sia riuscito con facilità a violare il perimetro di difesa dell’ambasciata portando con sé un’arma e introducendosi nei locali con l’intenzione di commettere un omicidio rivela una grave falla nei dispositivi di sicurezza della polizia giapponese. Se questo individuo è realmente un membro della Forza di autodifesa terrestre del Giappone, allora il governo giapponese porta una responsabilità innegabile per non aver sorvegliato e formato adeguatamente il proprio personale delle Forze di autodifesa. Il Ministero degli Esteri cinese ha immediatamente presentato forti rimostranze e proteste al Giappone, chiedendo alla parte giapponese di indagare a fondo e senza indugio sull’incidente. Questa azione è del tutto giustificata e inattaccabile.

Commettere violenza “in nome di Dio”? Questo suona più come il fanatico delirio di un’Inquisizione medievale che come qualcosa di compatibile con i valori di una moderna nazione civilizzata del XXI secolo. Nella sua essenza, esso rappresenta un palese disprezzo per l’ordine internazionale moderno e per le norme fondamentali della civiltà. Dopo l’incidente, la maggior parte dei media giapponesi ha scelto il silenzio o l’elusione; i pochi resoconti apparsi sono stati sommari e minimizzanti, nel tentativo di sottrarre il Giappone alle proprie responsabilità, di oscurare la diffusione interna dell’ideologia dell’estrema destra e di evitare di suscitare attenzione e critiche internazionali. Un’informazione così selettiva dimostra ulteriormente quanto il clima politico orientato a destra eserciti una forte presa sul discorso pubblico. Di recente, i reati in Giappone contro cittadini cinesi si sono verificati con frequenza crescente, inclusi episodi che hanno coinvolto i butsukari otoko, o “uomini che urtano intenzionalmente”, aggressioni violente immotivate e atti di provocazione e molestia. I rischi per la sicurezza che prendono di mira i turisti cinesi sono in aumento. L’intrusione può essere vista come una manifestazione estrema del costante peggioramento del sentimento pubblico verso la Cina in Giappone nel corso del tempo.

Non si può fare a meno di chiedersi: perché questa ondata maligna di ideologia dell’estrema destra ha potuto fermentare e diffondersi così liberamente nella società giapponese? Tali sviluppi non emergono dall’oggi al domani, e il governo giapponese non può sottrarsi alle proprie responsabilità per la situazione attuale. Per anni, le politiche errate del governo giapponese su questioni centrali nelle relazioni sino-giapponesi, come l’interpretazione della storia e la questione di Taiwan, hanno avuto profonde e durature ripercussioni. La revisione dei manuali di storia per minimizzare, imbiancare o persino negare gli atti di aggressione; le narrazioni chiuse e autoreferenziali sulla questione delle isole Diaoyu; l’amplificazione della cosiddetta narrativa della “minaccia cinese”; l’alimentazione del sentimento pubblico anti-cinese, dell’ostilità e dell’esclusione; e il costante spostamento a destra della propaganda accompagnato dagli appelli all’espansione militare: tutto ciò ha creato un terreno fertile per la logica distorta e la violenza estrema emerse in incidenti come questa intrusione.

Da quando il governo Takaichi è salito al potere, ha accelerato l’apertura del “vaso di Pandora”, indulgendo nella revisione costituzionale, nell’espansione militare e nella distorsione della storia, tre azioni diaboliche che lacerano il sigillo di pace del dopoguerra e consentono alla svolta a destra del Giappone di accelerare, rappresentando una minaccia reale per la pace regionale.

Le Forze di autodifesa giapponesi stanno mostrando una serie di tendenze pericolose: una ristrutturazione e un’espansione su larga scala, il rafforzamento dei dispiegamenti militari nelle isole sud-occidentali, la creazione di un “gruppo di operazioni spaziali”, lo sviluppo di missili offensivi a lungo raggio e perfino la sperimentazione di modifiche ai “Tre principi non nucleari”.

Le Forze di autodifesa stanno rapidamente superando i limiti di una postura “esclusivamente difensiva” e stanno passando verso capacità militari offensive. In questo contesto, il recente incidente può essere considerato una pericolosa nota a piè di pagina di questa svolta?

L’incidente ha fatto scattare l’allarme in tutto il mondo. Esso conferma la cupa realtà della crescente minaccia del “neo-militarismo” giapponese. La comunità internazionale dovrebbe restare altamente vigile. Il governo giapponese indulge nelle ideologie estremiste, incita emozioni divisive e glorifica le azioni della destra. Le sue politiche non soltanto compromettono le relazioni sino-giapponesi, ma minacciano anche l’ordine sociale interno del Giappone, le fondamenta dello Stato di diritto e la sua credibilità internazionale. Il Giappone deve indagare prontamente sull’incidente, punire severamente il responsabile e adottare misure efficaci per garantire l’assoluta sicurezza delle missioni diplomatiche e del personale cinese in Giappone, fornendo una spiegazione responsabile alla Cina e alla comunità internazionale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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