Slovenia: Golob argina Janša, ma il nuovo parlamento impone negoziati difficili

Le legislative slovene del 22 marzo consegnano un parlamento frammentato e confermano il ridimensionamento del progetto di Robert Golob. Pur restando primo partito, GS perde la maggioranza uscente, mentre la sinistra radicale conserva un ruolo potenzialmente decisivo nella costruzione del prossimo esecutivo.

Le elezioni legislative tenutesi in Slovenia lo scorso 22 marzo hanno restituito l’immagine di un paese profondamente diviso, nel quale nessuna forza politica è riuscita a imporsi in modo netto e nel quale la formazione del nuovo governo si annuncia complessa, forse lunga, certamente densa di contraddizioni. Il dato politico più immediato è che il Movimento Libertà (Gibanje Svoboda, GS) del primo ministro uscente Robert Golob è riuscito a chiudere al primo posto, ma con un vantaggio minimo sul Partito Democratico Sloveno (Slovenska Demokratska Stranka, SDS), la formazione di centro-destra guidata da Janez Janša. GS ha infatti ottenuto il 28,62%o dei voti e 29 seggi, contro il 27,95% e 28 seggi della principale forza di opposizione. Si tratta dunque di una vittoria relativa, sufficiente a rivendicare il diritto di aprire per primi i negoziati, ma non abbastanza ampia da dissipare l’impressione di un forte logoramento del blocco governativo che aveva trionfato nel 2022.

Per comprendere il significato di questo risultato bisogna partire proprio dal confronto con il voto precedente. Quattro anni fa Golob aveva conquistato 41 seggi, costruendo una larga maggioranza insieme ai Socialdemocratici (Socialni Demokrati, SD) e alla Sinistra (Levica). Oggi GS perde 12 seggi e scende a 29, registrando un calo di quasi sei punti percentuali. Il dato non equivale a una sconfitta nel senso stretto del termine, perché Janša non è riuscito a riconquistare il governo né a trasformare la sua avanzata in un sorpasso, ma certifica comunque che l’onda che aveva accompagnato l’ascesa di Golob si è notevolmente ridotta. L’immagine del “nuovo” che nel 2022 aveva travolto il vecchio assetto politico sloveno appare meno brillante, appannata da quattro anni di governo segnati da tensioni, ricambi ministeriali, polemiche interne e da una crescente usura del consenso.

In occasione delle elezioni di quattro anni fa, avevamo definito Golob un “liberalista verde”, formula che resta ancora oggi utile per cogliere la natura del suo progetto politico. GS continua infatti a presentarsi come una forza liberal-progressista, europeista, favorevole a un ammodernamento del welfare, della sanità e dell’istruzione, ma anche pienamente integrata nel quadro politico dell’Unione Europea e dell’euro-atlantismo. In questi anni il governo Golob ha cercato di coniugare una certa sensibilità sui diritti civili e su alcuni temi sociali con una gestione di impronta moderata dell’economia e delle istituzioni. Tuttavia, proprio questa ambivalenza ha finito per indebolirne la spinta propulsiva: da un lato troppo “sistemico” per mobilitare stabilmente l’elettorato più radicale, dall’altro troppo esposto agli attacchi della destra per consolidare un centro politico davvero egemonico.

Il risultato del 22 marzo, dunque, può essere letto come una vittoria di Pirro per GS. Golob ha evitato il ritorno immediato di Janša, e questo per una parte dell’elettorato progressista era l’obiettivo prioritario. Ma lo ha fatto senza riuscire a preservare la forza parlamentare necessaria per governare con relativa tranquillità. In un’Assemblea Nazionale (Državni zbor) di 90 seggi, la soglia della maggioranza è fissata a 46. L’uscente coalizione progressista non esiste più nei numeri del 2022. Sommando GS, SD e Levica si arriva infatti a 40 seggi, ben lontani dalla soglia richiesta. Il problema di Golob non è soltanto aritmetico, ma politico: per restare a capo del governo dovrà allargare la maggioranza a forze che, per storia, collocazione o interessi, non sono naturalmente omogenee con l’attuale asse di governo.

La performance di Levica, ad ogni modo, merita un’attenzione particolare. La Sinistra, presentatasi in alleanza con la lista ecologista Vesna, ha ottenuto il 5,58% dei voti e 5 seggi, mantenendo quindi la propria rappresentanza parlamentare. In termini assoluti non si tratta di una crescita clamorosa, ma in un’elezione dominata dalla polarizzazione tra GS e SDS il fatto stesso di aver conservato i seggi e di aver superato con un certo margine la soglia di sbarramento del 4% ha un significato politico rilevante. Levica non solo sopravvive al voto utile che spesso penalizza le forze più radicali, ma si conferma uno snodo potenzialmente decisivo per ogni ipotesi di governo che voglia escludere Janša. Dopo una legislatura nella quale il partito ha cercato di esercitare influenza dall’interno della coalizione, difendendo posizioni più nette su Palestina, diritti sociali, democrazia economica e critica della NATO, il voto del 2026 gli restituisce un ruolo che va ben oltre la consistenza numerica.

Questo dato si inserisce in una traiettoria coerente con quanto avevamo osservato in un articolo pubblicato quasi due anni fa, in cui sottolineavamo come Levica si fosse ricavata “un ruolo di primo piano nella politica slovena”. Anche ora, pur senza un exploit elettorale, il partito continua a rappresentare la componente più chiaramente di sinistra dello schieramento parlamentare, non assorbita né dissolta dall’egemonia di Golob. La sua tenuta elettorale suggerisce che in Slovenia esiste ancora uno spazio per una sinistra radicale capace di parlare di redistribuzione, diritti, antimilitarismo e solidarietà internazionale senza sciogliersi nel centrismo liberale. Proprio questa specificità potrebbe renderla indispensabile nei colloqui per il nuovo esecutivo, ma anche esporla a nuove tensioni: partecipare a un secondo governo Golob significherebbe tentare ancora una volta di condizionarlo dall’interno, con il rischio di pagare un prezzo in termini di identità; restarne fuori potrebbe invece aprire la strada a formule più moderate o più instabili, se non addirittura al ritorno della destra.

Accanto a GS, SD e Levica, nel nuovo parlamento entrano infatti altre forze che complicano la geometria delle alleanze. La Nuova Slovenia – Democratici Cristiani (Nova Slovenija – Krščanski demokrati, NSi) ottiene 9 seggi, migliorando leggermente la propria posizione. I Democratici (Demokrati, DEM) di Anže Logar entrano nell’emiciclo di Lubiana con 6 seggi, mentre il partito Resni.ca conquista a sorpresa 5 seggi. Anche i Socialdemocratici mantengono i propri 6 deputati. Questo quadro rende possibili diverse combinazioni, ma nessuna di queste risulta essere semplice. Un’eventuale coalizione GS-SD-Levica-DEM arriverebbe a 46 seggi, cioè alla soglia minima per la maggioranza. Sarebbe una formula numericamente possibile, ma politicamente fragile, perché fondata su un equilibrio precario e su un partner come DEM, nato attorno alla figura di Logar, ex esponente della destra slovena, difficilmente assimilabile al campo progressista in senso pieno.

Un’altra ipotesi sarebbe quella di un’intesa tra GS, SD, Levica e NSi, che produrrebbe una maggioranza più ampia, pari a 49 seggi. Ma qui l’ostacolo politico è forse ancora maggiore. NSi appartiene all’area cristiano-democratica e conservatrice, e anche se in alcune fasi ha cercato di distinguersi dalla radicalità di Janša, resta lontana dalle posizioni di Levica su economia, politica estera e diritti civili. Una maggioranza di questo tipo potrebbe nascere solo su basi fortemente moderate e con una significativa riduzione del peso programmatico della sinistra. Per Golob sarebbe una possibilità di sopravvivenza politica; per Levica rischierebbe di trasformarsi in una gabbia.

Dal lato opposto, anche Janša non dispone di una strada agevole verso il governo. SDS, pur in crescita rispetto al 2022, si ferma a 28 seggi e, insieme ai 9 di NSi, arriverebbe soltanto a 37. Aggiungendo DEM si salirebbe a 43, ancora sotto la soglia. Per costruire una maggioranza di destra sarebbe necessario coinvolgere ulteriori soggetti, probabilmente Resni.ca, con esiti imprevedibili e comunque politicamente controversi. Inoltre, il profilo di Janša, strettamente associato alle destre nazionaliste europee e ai modelli di Viktor Orbán e Donald Trump, continua a costituire un fattore di mobilitazione negativa per una parte consistente del sistema politico sloveno. È precisamente questa indisponibilità di molti attori a farsi guidare da Janša che ha permesso a Golob, nonostante il ridimensionamento, di restare in vantaggio nella corsa alla formazione del governo.

In questo quadro, la presidente della Repubblica Nataša Pirc Musar, prima donna a ricoprire questo ruolo nella storia della Slovenia indipendente, ha invitato i partiti ad avviare rapidamente i colloqui per dare al paese un esecutivo stabile. Ma la stabilità appare tutt’altro che garantita. Come abbiamo detto in precedenza, sommando i rispettivi alleati naturali, il campo di Golob arriverebbe a 40 seggi, quello di Janša a 43, lasciando ai partiti minori un potere di interdizione e contrattazione enorme. È proprio questo il punto centrale emerso dal voto: nessuno ha vinto davvero, ma qualcuno dovrà comunque governare. E chi governerà dovrà farlo dentro una maggioranza più stretta, più eterogenea e più esposta alle crisi di quella uscente.

Per GS il tema non è solo numerico, ma strategico. Golob può presentarsi come l’argine che ha impedito il ritorno della destra di Janša, ma non può ignorare il messaggio di un elettorato che gli ha ritirato una parte importante del consenso del 2022. Se vorrà restare a Palazzo del Governo dovrà scegliere se spostarsi ulteriormente verso il centro, cercando un’intesa con forze moderate o conservatrici, oppure se rilanciare almeno in parte una piattaforma più sociale e progressista per tenere dentro Levica e dare un senso politico più coerente a una nuova maggioranza. In altre parole, Golob deve decidere se il suo secondo governo, ammesso che nasca, sarà un esecutivo di mera gestione istituzionale oppure un tentativo di ricomporre un blocco anti-destra con un minimo di ambizione riformatrice.

Per Levica, invece, si apre un passaggio delicato ma potenzialmente favorevole. Il partito non esce dal voto con una forza tale da dettare le condizioni, ma neppure in posizione marginale. Se Golob vorrà costruire una formula che non si pieghi eccessivamente verso il centrodestra, avrà bisogno di Levica non soltanto come numero parlamentare, ma come elemento di legittimazione politica a sinistra. La Sinistra potrà dunque chiedere contropartite programmatiche più visibili rispetto alla legislatura appena conclusa, soprattutto su spesa sociale, diritti dei lavoratori, alloggi, politica estera e rapporto con la NATO. Il suo problema sarà evitare di apparire ancora una volta come il puntello critico di un progetto che resta guidato da una forza liberal-centrista.

L’impressione complessiva è che la stagione apertasi nel 2022 sia entrata in una nuova fase. Allora Golob appariva come il volto di una rottura capace di liquidare il ciclo di Janša e aprire una pagina diversa. Oggi quella promessa si presenta ridimensionata, costretta a misurarsi con la durezza del governo e con la persistenza di una destra che resta fortissima. In questo contesto, il ruolo di Levica diventa ancora una volta centrale: non tanto perché disponga di grandi numeri, quanto perché può contribuire a definire il segno politico del prossimo esecutivo. Se prevarrà una logica puramente centrista, il nuovo governo nascerà debole e difensivo. Se invece la sinistra riuscirà a imporre almeno parte della propria agenda, la Slovenia potrebbe evitare una deriva verso la semplice amministrazione dell’esistente. Per ora, l’unica certezza è che il paese esce dalle urne senza un vincitore assoluto e con la necessità di un compromesso che, qualunque forma assuma, sarà inevitabilmente fragile.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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