Le elezioni presidenziali del 15 marzo nella Repubblica del Congo hanno confermato, secondo i risultati provvisori, la netta supremazia di Denis Sassou-Nguesso, protagonista della vita politica congolese da oltre quattro decenni e ancora al centro degli equilibri del Paese.

Le elezioni presidenziali svoltesi nella Repubblica del Congo il 15 marzo hanno avuto un esito largamente atteso, confermando ancora una volta Denis Sassou-Nguesso alla guida del Paese. Secondo i risultati provvisori annunciati il 17 marzo dal ministro dell’Interno Raymond Zephirin Mboulou, il presidente uscente ha ottenuto il 94,82% dei voti, mentre l’affluenza ufficiale è stata fissata all’84,65%. Si tratta di un dato che assegna a Sassou-Nguesso un quinto mandato consecutivo e prolunga ulteriormente una permanenza al potere che, sommando i suoi diversi periodi di governo, arriva a sfiorare i quarantadue anni.
Per comprendere la portata politica di questo risultato è necessario ricordare il lungo percorso del leader congolese. Sassou-Nguesso, oggi ottantaduenne, fu eletto per la prima volta nel 1979, quando il Congo era ancora organizzato secondo il modello del partito unico sotto la guida del Partito Congolese del Lavoro (Parti Congolais du Travail, PCT). Rimase in carica fino al 1992, anno in cui l’introduzione del multipartitismo portò alla sua unica vera sconfitta elettorale e alla vittoria di Pascal Lissouba. Tornò però al potere nel 1997, al termine della guerra civile, e da allora ha governato in maniera ininterrotta il Paese. Il voto del 2026 si inserisce dunque in una traiettoria di straordinaria continuità, che fa di Sassou-Nguesso una delle figure più longeve della politica africana contemporanea.
Dal punto di vista istituzionale, il sistema congolese prevede l’elezione del presidente per un mandato di cinque anni. La normativa stabilisce che il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi venga proclamato eletto al primo turno; in caso contrario, è previsto un secondo turno fra i primi due classificati. Un passaggio decisivo nella recente evoluzione costituzionale del Paese è stato il referendum del 2015, che ha eliminato il limite di età di 70 anni e ha ridefinito i margini di rieleggibilità del capo dello Stato, aprendo la strada alle successive candidature di Sassou-Nguesso.
Alla competizione sono stati ammessi sette candidati. Accanto al presidente uscente figuravano Nganguia Engambé Anguios, Joseph Kignoumbi Kia Mboungou, Uphrem Dave Mafoula, Mavoungou Zinga Mabio, Vivien Romain Manangou e Gavet Elengo Melaine Destin. Tra gli sfidanti, quello che aveva attirato una certa attenzione era Destin Gavet, giovane ingegnere del settore petrolifero, mentre Mavoungou-Zinga Mabio, candidato dell’opposizione riunita nell’Alliance pour l’alternance démocratique, si presentava con un profilo più tradizionale. Tuttavia, la corsa elettorale è apparsa fin dall’inizio fortemente sbilanciata a favore del presidente uscente, anche per la debolezza e la frammentazione del fronte avversario.
Un elemento importante di questa tornata elettorale è stato infatti il comportamento dell’opposizione. Diversi partiti hanno scelto il boicottaggio, ritenendo che il processo non offrisse sufficienti garanzie di equità, mentre due figure molto note del panorama politico congolese, Jean-Marie Michel Mokoko e André Okombi Salissa, restano in carcere da quasi un decennio. Mokoko, già capo dell’esercito e candidato alle elezioni del 2016, fu arrestato dopo quella consultazione e condannato nel 2018 a vent’anni di reclusione. Analoga sorte è toccata a Salissa, ex ministro ed ex esponente del partito di governo, anch’egli passato all’opposizione e successivamente condannato. Questo quadro ha inevitabilmente limitato la competitività reale del confronto elettorale.
La campagna si è svolta dal 28 febbraio al 13 marzo. Secondo diverse ricostruzioni, Sassou-Nguesso è stato di fatto il solo candidato in grado di percorrere il Paese con una campagna capillare, mentre a Brazzaville la sua presenza visiva dominava manifesti e spazi pubblici. In molte città i cartelloni del presidente uscente occupavano le principali rotonde e i punti di passaggio, mentre i suoi avversari conducevano iniziative molto meno visibili. In questo senso, più che una sfida aperta tra progetti alternativi, la campagna elettorale ha confermato la netta centralità politica e organizzativa del Partito Congolese del Lavoro e del suo leader.
I risultati provvisori diffusi il 17 marzo mostrano, come anticipato, un margine amplissimo a favore del presidente uscente. Sassou-Nguesso ha raccolto 2.507.038 voti, pari al 94,82%, mentre il secondo classificato, Mavoungou-Zinga Mabio, si è fermato all’1,48%. Gli altri candidati sono tutti rimasti sotto l’1,1%. In termini assoluti, i voti validi sono stati oltre 2,64 milioni. Il confronto con la precedente tornata del 2021 è significativo: allora Sassou-Nguesso aveva ottenuto circa l’88,5% dei consensi, con un’affluenza ufficiale inferiore rispetto a quella proclamata quest’anno. Anche sotto questo profilo, il voto del 2026 conferma non solo la continuità del potere presidenziale, ma anche la capacità del sistema politico congolese di riprodurre un rapporto di forza estremamente favorevole al capo dello Stato.
Sullo sfondo di questa continuità politica resta però il nodo economico e sociale. La Repubblica del Congo è il terzo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana e ricava oltre l’80% delle proprie entrate da esportazione dal settore petrolifero. Negli ultimi anni il governo ha puntato anche sul gas naturale liquefatto, la cui produzione ed esportazione sono iniziate nel 2024. Eppure, questa ricchezza di risorse non si è tradotta in un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita. Secondo i dati richiamati dalle fonti internazionali, il 52% dei circa 6,1 milioni di abitanti vive in povertà, mentre il Paese occupa una posizione molto bassa nell’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite. Il problema della diversificazione economica continua, dunque, a restare centrale nella vita del Congo-Brazzaville.
In questo quadro, il voto del 15 marzo ha espresso ancora una volta una forte tensione tra stabilità politica e persistenti difficoltà strutturali. Sassou-Nguesso ha condotto la sua campagna nel segno della continuità, promettendo di accelerare i progetti di sviluppo e di ampliare l’accesso all’istruzione e alla formazione professionale. Al tempo stesso, tuttavia, i cittadini segnalavano stanchezza, sfiducia e scarso entusiasmo verso una consultazione il cui esito appariva, agli occhi di molti, largamente scontato. È proprio questa compresenza di stabilità istituzionale e insoddisfazione sociale a rappresentare uno degli elementi più rilevanti del quadro congolese attuale.
Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda la collocazione internazionale del Congo e del suo presidente. Sassou-Nguesso ha consolidato nel tempo una rete di relazioni che va da Parigi a Mosca fino a Pechino, relazioni che hanno contribuito a rafforzare il suo profilo e a garantire al Paese investimenti e margini di manovra sul piano diplomatico. In un contesto africano e internazionale sempre più competitivo sul terreno energetico e minerario, il Congo-Brazzaville conserva una rilevanza non trascurabile proprio per la sua produzione di petrolio, per le prospettive del gas e per la sua posizione nell’Africa centrale. Anche per questo motivo, la tenuta del sistema politico costruito attorno a Sassou-Nguesso non è solo una questione interna, ma ha inevitabili riflessi regionali e internazionali.
Accanto alla conferma del presidente uscente, resta poi aperta la questione della successione. Da tempo gli osservatori discutono della possibilità che Denis-Christel Sassou-Nguesso, figlio del presidente e già figura di rilievo nelle istituzioni del Paese, venga gradualmente preparato a raccoglierne l’eredità politica. Allo stesso tempo, alcuni analisti hanno ricordato che, dietro la nuova candidatura del presidente, continua a muoversi una complessa dinamica interna al potere congolese, nella quale pesano anche altri nomi influenti vicini alla famiglia presidenziale. La scelta del Partito Congolese del Lavoro di puntare ancora su Sassou-Nguesso per il 2026 ha dunque rinviato, ma non cancellato, il tema della futura transizione.
Tirando le somme, le presidenziali del 15 marzo confermano che la Repubblica del Congo resta saldamente ancorata alla figura di Denis Sassou-Nguesso. Il risultato del 94,82%, la debolezza dell’opposizione, il boicottaggio di alcuni partiti e la persistenza di un sistema politico fortemente centrato sul presidente uscente descrivono un Paese nel quale la continuità prevale nettamente sull’alternanza. Resta ora da vedere se, nel corso del nuovo mandato, Brazzaville saprà trasformare la stabilità politica in una risposta più efficace alle questioni economiche e sociali che continuano a segnare la vita quotidiana di una larga parte della popolazione.
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