Kazakistan: il referendum costituzionale promuove il “nuovo patto” di Qasym-Jomart Toqaev

Con un’affluenza superiore al 73% e un’ampia maggioranza di voti favorevoli, il referendum del 15 marzo ha approvato la riforma costituzionale promossa da Qasym-Jomart Toqaev. Ora si apre la fase decisiva di attuazione, riassetto istituzionale e gestione degli equilibri interni e regionali.

Il 15 marzo il Kazakistan è tornato alle urne per un referendum che, nelle intenzioni della leadership, segna un salto di fase nella costruzione del “Nuovo Kazakistan”. La consultazione, infatti, non riguardava un ritocco circoscritto, ma l’approvazione di un nuovo impianto costituzionale, maturato dopo mesi di lavoro di una Commissione costituzionale e di un percorso politico avviato già nel 2025 con l’annuncio di una profonda riforma dell’architettura parlamentare. Le proposte iniziali erano state avanzate dal presidente Qasym-Jomart Toqaev nel settembre 2025 e includevano la trasformazione del Parlamento da bicamerale a unicamerale; in gennaio si sono aggiunte ulteriori idee, tra cui l’introduzione della figura del vicepresidente e la riforma degli organi consultivi, oltre a cambiamenti al preambolo della legge fondamentale kazaka.

Secondo i dati riportati dalla stampa locale e ufficializzati dalla Commissione Centrale per il Referendum, l’affluenza ha raggiunto il 73,12% degli aventi diritto, con oltre 9,1 milioni di cittadini che si sono recati alle urne, approvando la riforma costituzionale con l’87,15% dei consensi, che in termini assoluti significa oltre 7,9 milioni di schede. I dati pubblicati indicano anche un sostegno molto alto in diverse regioni, con punte oltre il 90% (per esempio, Pavlodar al 94,14% e Aktobe al 93,96%), mentre nelle grandi aree urbane il consenso appare più contenuto, soprattutto ad Almaty (71,36%). Il voto ha incluso anche i cittadini residenti all’estero: secondo Kazakhstan Today, 12.740 cittadini kazaki hanno votato in 54 Paesi, con un’affluenza registrata dell’88,6%.

Il primo dato da sottolineare è dunque la forza del consenso plebiscitario ottenuto da Qasym-Jomart Toqaev. Una percentuale tanto ampia permette al presidente di presentare il referendum come una legittimazione popolare piena della sua agenda di riforma. Non a caso, subito dopo il voto, Toqaev ha descritto il risultato come una “scelta storica” del popolo kazako a favore di una nuova Costituzione, mentre in un altro passaggio del suo discorso ha sostenuto che con questo voto il Paese ha aperto “una nuova pagina” del proprio sviluppo politico, evidenziando una narrazione ufficiale insiste su unità nazionale, responsabilità civica e consolidamento della sovranità statale.

Come abbiamo sottolineato in un nostro precedente articolo di analisi sulla riforma costituzionale kazaka, il nuovo impianto costituzionale non solo semplifica l’assetto istituzionale, ma rafforza anche in modo sensibile la centralità presidenziale. Tra i punti più importanti figurano infatti l’abolizione del Parlamento bicamerale a favore di un’unica camera, il ripristino della figura del vicepresidente, abolita nel 1996, e l’ampliamento dei poteri del presidente nella nomina di alte cariche dello Stato. Trattandosi di una riforma costituzionale di tale importanza, la Commissione costituzionale, composta da oltre cento politici, esperti e attivisti sociali, giunse alla conclusione che non bastavano semplici emendamenti, poiché le modifiche avrebbero inciso su oltre l’80% del testo esistente. Da qui la scelta di sottoporre agli elettori una nuova Costituzione in senso pieno.

Quando una riforma investe più dell’80% del testo fondamentale, non siamo più nel campo della manutenzione costituzionale, ma in quello della rifondazione politica. Per queste ragioni, la leadership kazaka presenta questo passaggio come l’ingresso in una nuova fase storica del “Nuovo Kazakistan”, fondata su modernizzazione istituzionale, ordine politico e capacità decisionale più rapida.

Uno dei nodi principali, come accennato in precedenza, riguarda la nuova struttura del potere legislativo. Il passaggio da un Parlamento bicamerale a un’assemblea unicamerale, denominata Kurultai, viene giustificato con la necessità di snellire il processo decisionale e rendere più efficiente la governance. In una fase di tensioni internazionali, riallineamento delle catene logistiche eurasiatiche e trasformazione digitale, Astana ritiene evidentemente che un sistema più rapido sia preferibile a uno più lento e negoziale. Chiaramente, ridurre i passaggi di mediazione può aumentare l’efficienza, ma può anche comprimere gli spazi di controllo e la rappresentanza delle differenze territoriali e politiche, motivo per il quale le istituzioni kazake dovranno dimostrare di poter rispondere a tutte le istanze in maniera efficace.

Anche la reintroduzione della carica di vicepresidente merita di essere analizzata. Formalmente, la nuova carica serve a chiarire la successione e a rendere più ordinata la continuità dello Stato in caso di vacanza anticipata del potere. In termini istituzionali, questa innovazione può essere letta come un tentativo di prevenire incertezze o lotte tra élite nei momenti di transizione. Ma proprio per questo la figura del vicepresidente assume un peso strategico enorme. Alcuni critici hanno letto la riforma come possibile strumento per designare un successore o, alternativamente, per ridefinire il quadro entro cui Toqaev potrebbe gestire il proprio futuro politico. Tuttavia, lo stesso presidente, interpellato dopo il voto, ha cercato di smorzare tali ipotesi, dichiarando che le prossime elezioni presidenziali si terranno regolarmente nel 2029, alla scadenza del suo attuale mandato settennale.

Inoltre, quando la nuova Costituzione entrerà pienamente in vigore, il Parlamento attuale dovrà essere sciolto, si terranno nuove elezioni legislative, il governo dovrà dimettersi e verrà formato un nuovo esecutivo, mentre il vicepresidente dovrà essere nominato entro due mesi dalla prima sessione del nuovo Parlamento. In altre parole, il voto del 15 marzo non è il punto di arrivo, ma l’inizio di un vero reset istituzionale. Toqaev esce dal referendum con una vittoria politica, ma questa vittoria lo obbliga ora a gestire una transizione amministrativa e parlamentare che ridisegnerà concretamente l’equilibrio tra gruppi dirigenti, apparato statale e rappresentanza politica.

Ad ogni modo, il presidente ha potuto esprimere la propria soddisfazione dopo la vittoria referendaria, affermando che la maggioranza dei cittadini ha scelto la via del “progresso, giustizia, legge e ordine”, e ha presentato la nuova Costituzione come fondamento dell’indipendenza e della sovranità del Paese, nonché come garanzia inviolabile dei diritti e delle libertà, trasmettendo il messaggio secondo il quale la Costituzione non è solo una macchina normativa, ma una dichiarazione di direzione storica.

Toqaev ha anche ricevuto i messaggi di congratulazioni di diversi leader regionali e mondiali. Diverse capitali e capi di Stato hanno inviato messaggi di congratulazioni ad Astana, leggendo l’esito del voto come un fattore di stabilità per il Kazakistan e per l’intera regione. Le reazioni positive di partner regionali e di grandi attori vicini mostrano quanto il Kazakistan sia percepito come un perno strategico dell’Asia Centrale. Trattandosi di un Paese di grandi dimensioni, ricco di risorse naturali e collocato tra Russia, Cina e i corridoi commerciali eurasiatici, ogni sua trasformazione costituzionale ha inevitabilmente una risonanza regionale.

In definitiva, il referendum del 15 marzo ha prodotto tre effetti simultanei. Ha rafforzato la legittimazione personale di Qasym-Jomart Toqaev, gli ha fornito il mandato per un’ampia ricostruzione dell’architettura statale e ha aperto una nuova fase in cui la questione decisiva non sarà più l’approvazione della riforma, ma la sua attuazione concreta, al fine di dare vita al “Nuovo Kazakistan”. Se, come annunciato dalla leadership kazaka, il nuovo assetto saprà tradursi in istituzioni più prevedibili, in una successione più ordinata e in una capacità amministrativa più elevata, Toqaev potrà sostenere di aver davvero rifondato il sistema. Saranno le pratiche concrete del potere, la qualità del nuovo Parlamento, il ruolo effettivo del vicepresidente e la capacità dello Stato di trasformare consenso plebiscitario in fiducia durevole a dire se la “scelta storica” evocata da Toqaev avrà davvero aperto una nuova fase, quella del “Nuovo Kazakistan”.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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