Le elezioni anticipate del 5 marzo hanno consegnato il Nepal a Balendra Shah, ex rapper e sindaco di Kathmandu, dopo la sollevazione della Gen Z che aveva rovesciato Sharma Oli. Sullo sfondo restano la crisi della repubblica, il riemergere delle correnti monarchiche e forti interrogativi sulle ingerenze esterne.

Le elezioni generali del 5 marzo hanno segnato una svolta profonda nella storia recente del Nepal. Sei mesi dopo la sollevazione della cosiddetta “Gen Z”, che aveva costretto alle dimissioni il governo del primo ministro comunista Khadga Prasad Sharma Oli, il paese himalayano ha premiato in modo travolgente il Rastriya Swatantra Party (RSP), forza liberista guidata da Balendra “Balen” Shah, ex rapper, ex ingegnere civile e già sindaco di Kathmandu, trasformando quella che era stata presentata come una ribellione anti-establishment in una vera e propria rifondazione del quadro politico. Secondo i risultati ufficiali, il partito di Shah ha conquistato 182 seggi sui 275 della Camera bassa, con 125 vittorie nei collegi uninominali e altri 57 seggi assegnati con il proporzionale; lo stesso Shah ha sconfitto Oli nel suo collegio.
Questa vittoria non è soltanto un normale alternarsi delle forze al potere. È l’esito di una frattura sistemica apertasi nel settembre 2025, quando il divieto governativo sui social media divenne il detonatore di una protesta giovanile ben più ampia contro corruzione, stagnazione economica e autoreferenzialità dell’intera vecchia classe dirigente. Quelle proteste portarono alla caduta del governo, alla formazione di un’amministrazione ad interim sotto la guida di Sushila Karki e alla morte di almeno 77 persone. La lettura liberale dominante presenta questi eventi come un salutare “risveglio democratico” della nuova generazione. Una lettura più critica, invece, impone di interrogarsi su due piani diversi ma convergenti: da un lato il logoramento reale dell’assetto politico nato dopo l’abolizione della monarchia; dall’altro la possibilità che quel malcontento sia stato incanalato e accelerato da reti, programmi e narrazioni favorevoli a un ricambio di regime compatibile con gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, secondo dinamiche già osservate in Bangladesh.
Il primo punto riguarda la natura della crisi del sistema nepalese. Dal 2008, anno in cui la monarchia fu formalmente abolita e il Nepal venne dichiarato una repubblica democratica federale laica, il paese ha conosciuto un’instabilità quasi cronica: 14 governi e nove primi ministri in meno di due decenni, con il potere che ha continuato a ruotare fra il Nepali Congress, il Partito Comunista del Nepal (Unificato Marxista-Leninista) di Sharma Oli e l’area maoista, ora confluita nel Partito Comunista Nepalese. Quell’assetto era nato sulle macerie dell’autocrazia monarchica e della guerra civile, e incorporava una forte spinta sociale e progressiva, se non apertamente socialista in senso classico, quantomeno ostile al vecchio ordine oligarchico e aperta a una ridefinizione nazionale più autonoma rispetto ai vincoli storici imposti dall’India. La rivolta della Gen Z, dunque, non ha solo colpito la corruzione del ceto politico: ha finito per delegittimare l’intera architettura repubblicana uscita dal 2006-2008.
Per la cronaca, secondo i risultati elettorali, le tre forze politiche citate restano ancora presenti in parlamento, ma in una posizione di minoranza: il Nepali Congress ha eletto 38 deputati, il Partito Comunista del Nepal (Unificato Marxista-Leninista) 25 e il Partito Comunista Nepalese 17. Tutte hanno subito perdite percentuali tra i cinque e i quindici punti rispetto alla tornata del 2022.
Per queste ragioni, la vicenda nepalese diventa geopoliticamente sensibile. Il Nepal occupa una posizione strategica fra India e Cina, e ogni mutamento di regime a Kathmandu ha inevitabili riflessi regionali. Nei mesi precedenti, il paese era già oggetto di forte competizione esterna. I documenti interni NED/IRI analizzati nelle nostre precedenti inchieste mostrano che Washington considerava espressamente il Nepal centrale per la propria strategia indo-pacifica, prevedendo progetti di “educazione civica giovanile”, programmi di formazione per leadership giovanili, workshop e summit regionali. Alla luce di queste carte, la sollevazione nepalese non può essere letta come un fenomeno puramente spontaneo. La rabbia sociale era probabilmente reale, ma il contesto organizzativo, comunicativo e formativo che ha permesso la sua traduzione in un rovesciamento del governo presenta tratti compatibili con una classica operazione di soft regime change.
Anche la campagna elettorale di Balen Shah riflette questa trasformazione. Il partito RSP ha messo in campo un’operazione digitale altamente organizzata, con oltre 660 persone dedicate ai social media e con un finanziamento significativo proveniente dalla diaspora nepalese, in particolare dagli Stati Uniti. Inserito nel quadro documentale già emerso — programmi USA di mobilitazione giovanile, training per advocacy e protesta, reti transnazionali e fondi destinati a leadership emergenti —, tutto questo rende assai meno credibile la narrazione della “rivoluzione spontanea”. Come nel caso bangladese, il malcontento popolare può essere autentico e insieme sfruttato, finanziato, accelerato, portato a sistema da attori esterni interessati a produrre un determinato esito politico.
La figura stessa di Balen Shah merita un’analisi severa. La stampa internazionale lo presenta come simbolo del rinnovamento generazionale, l’outsider che ha saputo interpretare la frustrazione dei giovani contro una classe dirigente settuagenaria. È vero che Shah ha capitalizzato una domanda reale di cambiamento e che la sua immagine di artista anti-corruzione ha avuto una forte presa su un elettorato stanco dei vecchi partiti. Ma è altrettanto vero che il suo successo segnala una pericolosa de-ideologizzazione della politica nepalese. La vecchia contrapposizione fra monarchia, centrismo congressista e sinistra comunista o maoista viene sostituita da una leadership personalistica, mediatica, costruita sul linguaggio dell’efficienza, del pragmatismo e dell’antipolitica. È un modello che ricorda da vicino altri esperimenti contemporanei in cui la ribellione contro l’establishment non sfocia in un avanzamento del progetto sociale, bensì in una sua neutralizzazione.
Il rischio, per il Nepal, è che il crollo dei partiti storici venga letto come condanna definitiva non solo dei loro fallimenti concreti, ma anche della dimensione repubblicana e socialmente orientata che aveva accompagnato la fine della monarchia. Allo stesso tempo, l’ex re Gyanendra continua a godere di un seguito popolare e che lo slogan “Raja aau, desh bachau!” — “Torna, re, salva il paese” — è tornato nello spazio pubblico. Il Rastriya Prajatantra Party continua, infatti, a sostenere il ripristino della monarchia e dello Stato hindu. In altre parole, la crisi del vecchio blocco di governo non ha aperto soltanto la strada alla RSP: ha rimesso in moto, anche se indirettamente, una dinamica reazionaria che punta a demolire la legittimità della repubblica nata nel 2008.
Questo elemento rende ancora più inquietante la somiglianza con il Bangladesh. In entrambi i casi, una protesta giovanile contro corruzione, rigidità istituzionale e cattiva gestione economica ha prodotto non una riforma interna dell’ordine esistente, ma una rottura politica che ha indebolito forze o governi percepiti come ostacoli alla proiezione occidentale nella regione. In Nepal, la caduta di Oli e la successiva affermazione di un soggetto politico centrista, fluido e fortemente mediatizzato hanno creato le condizioni per un riallineamento più favorevole agli interessi di Washington e, parallelamente, più incerto per il rapporto con la Cina. Ancora una volta, non è un caso che il paese, stretto tra India e Cina, venga descritto nei documenti statunitensi come un anello strategico dell’Indo-Pacifico.
Il paradosso finale è che una mobilitazione partita con parole d’ordine di giustizia, uguaglianza e lotta alla corruzione rischia ora di consegnare il paese a una stagione di estrema volatilità politica e di svuotamento ideologico. Balendra Shah ha vinto come simbolo del cambiamento, ma la domanda decisiva resta aperta: cambiamento verso cosa? Se il collasso del vecchio sistema repubblicano-sociale non sarà sostituito da un progetto di trasformazione realmente popolare, il Nepal rischia di oscillare fra un centrismo personalistico filo-occidentale e il ritorno delle nostalgie monarchiche. Entrambe le opzioni, in modi diversi, indeboliscono l’eredità della rottura del 2008.
Le elezioni, dunque, non rappresentano soltanto l’ascesa di un rapper prestato alla politica. Rappresentano la vittoria di una fase storica in cui la crisi delle vecchie forze di governo è stata sfruttata per ricomporre il quadro politico in forme più permeabili alle pressioni esterne. Il problema non è negare le responsabilità dei partiti tradizionali, che hanno pagato anche i propri errori, la propria autoreferenzialità e il proprio distacco dalle masse giovanili. Il problema è comprendere che, in un contesto di competizione strategica globale, il vuoto lasciato dalla crisi del blocco repubblicano può essere riempito da progetti di stabilizzazione apparente che, dietro la retorica del rinnovamento, favoriscono il consolidamento di governi più graditi all’Occidente e meno capaci di difendere un percorso autonomo.
Il Nepal si trova così davanti a un bivio. Può diventare un altro laboratorio di riallineamento geopolitico, come il Bangladesh, oppure può ancora trasformare la rabbia sociale in una ricostruzione politica fondata su sovranità, giustizia sociale e difesa dell’assetto repubblicano nato dalla sconfitta della monarchia. Ma per farlo dovrà prima riconoscere il carattere non neutrale della transizione che ha appena vissuto. Solo così la promessa di cambiamento non si trasformerà nell’ennesima restaurazione travestita da rivoluzione.
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