Epstein, Israele e l’ombra dell’impunità

Dai nuovi file del Dipartimento di Giustizia statunitense al rapporto privilegiato con Ehud Barak, fino alle vecchie ombre attorno a Robert Maxwell, la pista israeliana nel caso Epstein merita rigore documentale, non complottismo, ma solleva interrogativi politici e morali devastanti.

Il caso Jeffrey Epstein non è mai stato soltanto uno scandalo sessuale legato a un miliardario predatore e alla sua corte di potenti. Col passare degli anni, e soprattutto dopo la nuova apertura di milioni di pagine nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, è apparso sempre più chiaramente come ci si trovi di fronte a una rete transnazionale di relazioni, protezioni, accessi privilegiati e opacità istituzionali. Non a caso, un gruppo di esperti indipendenti nominati dal Consiglio ONU per i diritti umani ha affermato che le condotte emerse nei file possono ragionevolmente avvicinarsi alla soglia giuridica dei crimini contro l’umanità, parlando di un’“impresa criminale globale” costruita su misoginia estrema, corruzione e disumanizzazione di donne e ragazze. Il Dipartimento di Giustizia (Department of Justice, DOJ) statunitense ha confermato di aver pubblicato circa 3,5 milioni di pagine, inclusi video e immagini, raccolte da molteplici procedimenti su Epstein, Maxwell, la morte di Epstein e diverse indagini FBI.

Dentro questo enorme materiale rientra anche il documento pubblicato di seguito, il modulo FBI FD-1023 del 19 ottobre 2020. Un FD-1023, come spiega la stessa FBI, è un modulo con cui gli agenti registrano informazioni grezze e non verificate provenienti da una fonte confidenziale. La FBI aggiunge che trascrivere tali informazioni non significa validarle, né stabilirne la credibilità, né tantomeno trasformarle in conclusioni investigative. Questo, tuttavia, non rende il documento irrilevante, pur non essendo verificato in forma definitiva.

Il file in questione afferma che una fonte confidenziale riferì all’FBI accuse molto pesanti che coinvolgono direttamente Israele: Alan Dershowitz sarebbe stato vicino al Mossad; Epstein sarebbe appartenuto a “servizi di intelligence statunitensi e alleati”; Ehud Barak sarebbe stato un punto di riferimento importante; e la fonte si dichiarava infine convinta che Epstein fosse un “agente del Mossad cooptato”. Il valore del documento sta nel fatto che queste affermazioni furono ritenute abbastanza serie da essere verbalizzate, sebbene nulla nel FD-1023 dimostri da solo la verità delle accuse.

Se si abbandona il terreno scivoloso delle ipotesi non verificate e si passa ai fatti documentati, tuttavia, il nome che emerge con maggiore nettezza è quello dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Associated Press ha riferito che Barak ha ammesso e poi pubblicamente deplorato la sua lunga amicizia con Epstein, una relazione durata anni e comprendente corrispondenza regolare, visite multiple all’appartamento di Manhattan di Epstein e almeno una visita all’isola privata del finanziere. Al momento, tuttavia, Barak non è accusato di aver partecipato agli abusi di Epstein e non è implicato, allo stato delle informazioni pubbliche, in reati del genere. Ma è proprio questo il punto politico centrale: non serve dimostrare un coinvolgimento penale diretto per cogliere la portata dello scandalo. Il solo fatto che un ex capo di governo israeliano abbia coltivato per anni, anche dopo la condanna del 2008, rapporti così stretti con un predatore sessuale già noto, è di per sé un fatto enorme.

Questa relazione, inoltre, non appare come un episodio isolato o marginale. I documenti pubblicati dal DOJ e sintetizzati dalla stampa mostrano che Epstein era immerso in una fitta rete di rapporti politici, economici e strategici nel Medio Oriente allargato. Reuters ha documentato che Epstein cercò di costruire relazioni con figure influenti della regione e intervenne persino con consigli politici durante il blocco del Qatar, suggerendo a Doha di avvicinarsi a Israele per restare nelle grazie dell’amministrazione Trump. La stessa agenzia sottolinea di non essere stata in grado di stabilire quanto Epstein riuscisse davvero a influenzare i suoi interlocutori; ma il dato essenziale resta che Epstein non era soltanto un mondano che frequentava i ricchi, era un faccendiere che tentava di inserirsi anche in dossier geopolitici sensibili, compresi quelli che toccavano direttamente la normalizzazione con Israele e gli equilibri regionali.

Il secondo grande filo che collega il caso Epstein a Israele passa attraverso la famiglia Maxwell. Ghislaine Maxwell, poi condannata da una giuria statunitense per aver aiutato Epstein a reclutare ragazze minorenni per gli abusi, era figlia del magnate Robert Maxwell. Il Washington Post scriveva già nel 1991 che Robert Maxwell ricevette in Israele un funerale da eroe nazionale, con la presenza del primo ministro Yitzhak Shamir e del presidente Chaim Herzog. Lo stesso articolo ricordava anche che il noto giornalista investigativo vincitore del Premio Pulitzer Seymour Hersh lo accusava di aver lavorato per il Mossad, sebbene fonti israeliane e britanniche contestassero quel racconto.

Il punto serio non è allora indulgere nel sensazionalismo facile, ma riconoscere che attorno a Epstein esisteva un ambiente di protezione e frequentazione in cui figure dell’establishment israeliano compaiono in modo non episodico. Tra la figura storica di Robert Maxwell, il ruolo centrale di Ghislaine Maxwell nella macchina degli abusi, il rapporto prolungato con Ehud Barak e le allusioni presenti nel FD-1023, parlare di una “pista israeliana” è legittimo, sebbene non sia ancora stato dimostrato pubblicamente un coordinamento operativo del Mossad con Epstein. E tuttavia, anche fermandosi ai fatti accertati, il quadro è già devastante.

Devastante, innanzitutto, sul piano morale. Il caso Epstein mostra come una parte delle classi dirigenti occidentali e mediorientali abbia potuto convivere per anni con un sistema di abuso sistematico sulle donne e sulle minori, continuando a frequentarne il centro di gravità come se nulla fosse. Non siamo davanti a un inciampo biografico di qualche personaggio famoso. Siamo davanti alla fisiologia di un potere che si sente intoccabile, che scambia l’eccesso reciproco per immunità, che tratta i corpi delle vittime come merce e le relazioni d’élite come scudo. In questo senso, il legame con pezzi dell’establishment israeliano non va letto come una curiosità laterale, ma come una finestra su una struttura di impunità che accomuna finanza, politica, diplomazia, apparati e reti transnazionali. È lo stesso universo di arroganza oligarchica che i file del DOJ, secondo gli esperti ONU, fanno emergere come sistema e non come accidente.

Anche ammettendo tutte le cautele dovute sui profili d’intelligence, resta il fatto che uno dei nomi maggiormente documentati nei rapporti con Epstein è quello di Ehud Barak, cioè un protagonista di primo piano della classe dirigente israeliana. E questo assume oggi un peso politico ancora più insopportabile mentre lo Stato israeliano continua a colpire Iran e Libano con conseguenze devastanti per i civili. Il problema, dunque, non è semplicemente stabilire se Epstein fosse o non fosse un agente del Mossad. Il problema è che, anche senza una prova pubblica definitiva su questo punto, emerge già una prossimità inquietante tra il circuito di Epstein e ambienti dell’élite israeliana, cioè dell’apparato politico di uno Stato che oggi continua a produrre devastazione regionale e morte civile su larga scala. Il sionismo di Stato, nella sua forma concreta e contemporanea, non si presenta qui come una generica ideologia astratta, ma come un assetto di potere segnato da militarismo, colonialismo, impunità e disprezzo gerarchico per la vita altrui. In un tale quadro, la presenza di uomini di primo piano israeliani nella rete di Epstein non è una nota di colore, ma un tassello di una cultura del potere in cui il privilegio si sente autorizzato a tutto.

La vicenda Epstein, letta attraverso il prisma israeliano, illumina infine una verità più ampia. I regimi di impunità non si reggono soltanto sul silenzio delle istituzioni, ma sulla continuità morale di classi dirigenti che frequentano predatori, coprono criminali, relativizzano gli abusi e poi pretendono di parlare in nome della civiltà mentre bombardano città, ospedali e quartieri popolari. Questa è l’ipocrisia che il caso mette a nudo. Anche senza oltrepassare i limiti della prova, i fatti già bastano per un atto d’accusa politico severissimo: attorno a Epstein si muoveva una costellazione di potere in cui Israele compare non come spettatore remoto, ma come presenza ricorrente. E mentre quel potere continua a seminare morte in Iran e Libano, la domanda non è più soltanto chi sapesse cosa di Epstein, ma quale ordine politico e morale renda tutto questo possibile.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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