Bombardare l’Iran, seppellire il TNP: come Washington e Tel Aviv stanno sabotando la non proliferazione

L’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran non colpisce soltanto uno Stato sovrano: demolisce la credibilità del regime di non proliferazione e trasmette al Sud globale un messaggio perverso, secondo cui solo la deterrenza nucleare può davvero scoraggiare l’imperialismo armato.

Articolo pubblicato su Strategic Culture Foundation

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna una frattura storica non solo nel già fragile equilibrio mediorientale, ma anche nell’architettura globale della non proliferazione nucleare. Il punto non è soltanto che Washington e Tel Aviv abbiano colpito uno Stato sovrano in assenza di un chiaro mandato del Consiglio di Sicurezza e fuori dai requisiti stretti della legittima difesa previsti dalla Carta dell’ONU, il che rappresenta di per sé una flagrante violazione del diritto internazionale. Il punto, ancora più grave, è che questa aggressione proietta nel sistema internazionale un messaggio politico devastante: chi rinuncia all’arma atomica o resta al di qua della soglia nucleare si espone alla coercizione, al bombardamento e persino alla decapitazione politica; chi invece possiede una deterrenza credibile diventa molto più difficile da aggredire.

Come noto, la Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato, e l’articolo 51 riconosce il diritto di autodifesa solo “if an armed attack occurs”, cioè in caso di attacco armato subito, fino all’intervento del Consiglio di Sicurezza. Numerosi giuristi internazionali hanno espresso il parere secondo cui i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran violano il divieto cardine dell’uso della forza e configurano un caso di aggressione, in quanto non sono avvenuti in risposta a un attacco armato iraniano, né a seguito di un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Del resto, lo stesso Segretario generale António Guterres ha affermato al Consiglio di Sicurezza che i bombardamenti hanno violato il diritto internazionale, inclusa la Carta dell’ONU.

Se già il piano dello jus ad bellum è stato calpestato, il danno ulteriore riguarda il regime di non proliferazione. Il Trattato di non proliferazione, infatti, riconosce all’Iran e a tutti gli altri Paesi il diritto a un programma nucleare civile, pur vietando l’uso della tecnologia nucleare per sviluppare armi atomiche. Dunque, il TNP si regge su un compromesso elementare: gli Stati non dotati di armi nucleari accettano di non costruirle, e in cambio mantengono il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare dentro un quadro di controlli, verifiche e regole. Ma se uno Stato che resta formalmente nel quadro del TNP e sottopone parti del proprio programma a salvaguardie viene comunque bombardato per obbligarlo a rinunciare all’uso dell’energia nucleare, quel compromesso perde credibilità politica. Chi dovrebbe ancora fidarsi di un sistema che non protegge chi osserva la cornice della non proliferazione?

La posizione dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) è in questo senso eloquente. Il direttore generale Rafael Grossi ha richiamato le risoluzioni della Conferenza generale dell’Agenzia che affermano che gli attacchi armati contro installazioni nucleari “non dovrebbero mai avere luogo” e che tali attacchi possono provocare rilasci radioattivi con conseguenze gravi dentro e oltre i confini dello Stato colpito. Anche quando l’Agenzia ha detto di non avere indicazioni immediate di danni rilevanti ad alcuni siti o di aumenti anomali di radioattività, il principio ribadito resta chiaro: le infrastrutture nucleari sotto salvaguardie non devono diventare bersagli militari. Quando invece lo diventano, il messaggio che passa non è che le regole valgono solo finché le grandi potenze decidono di rispettarle.

Da parte loro, Washington e Tel Aviv sostengono di agire per impedire la proliferazione, ma il loro comportamento produce l’incentivo più forte immaginabile alla proliferazione stessa. Se il possesso di capacità nucleari sospette o incomplete non impedisce l’attacco, e se la trasparenza o la cooperazione con gli organismi internazionali non mettono al riparo dall’uso della forza, allora molti governi del Sud globale trarranno una conclusione brutale: non basta restare dentro il TNP, occorre arrivare a una deterrenza vera. Il punto non è auspicare o meno questo esito, ma constatare che la condotta di Stati Uniti e Israele lo rende politicamente più plausibile, più razionale agli occhi di molti decisori, più spendibile nelle élite di sicurezza dei Paesi non allineati.

Il caso della Corea del Nord è, in questo quadro, il precedente più istruttivo. Non a caso, anche diversi organi di stampa occidentali hanno riferito che numerosi esperti e ex funzionari ritengono che i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran rafforzeranno ulteriormente il programma nucleare di Kim Jong Un. Uno di essi, Song Seong-jong, ha sintetizzato la lezione in modo brutale: “Kim deve aver pensato che l’Iran è stato attaccato in questo modo perché non possiede armi nucleari”. La Corea del Nord dispone, ad oggi, di un arsenale stimato di circa 50 testate e di materiale fissile sufficiente a produrne fino a 40 ulteriori; per questo, molti analisti ritengono che oramai sia impossibile un processo di denuclearizzazione per la Corea del Nord, divenuta di fatto inattaccabile. La conclusione politica, per chi osserva il sistema dall’esterno dell’Occidente, è quasi inevitabile: Pyongyang non è stata trattata come Teheran o come Caracas proprio perché possiede una capacità nucleare già consolidata.

L’aggressione contro l’Iran, del resto, si inserisce in una sequenza più ampia che rende la lezione ancora più corrosiva. L’uccisione di ʿAlī Khāmeneī è arrivata appena due mesi dopo il sequestro di Nicolás Maduro in un raid delle forze speciali statunitensi in Venezuela, un altro leader alla guida di uno Stato privo di deterrenza nucleare.

Anche la narrativa statunitense con cui si è costruito il caso contro l’Iran contribuisce a questa erosione della credibilità del regime di non proliferazione. L’affermazione di Donald Trump secondo cui l’Iran avrebbe presto avuto missili in grado di colpire gli Stati Uniti non à supportata dai rapporti della stessa intelligence statunitense. Nel complesso, Trump ha usato argomenti enfatizzati o non corroborati nel tentativo di costruire il consenso interno a possibili raid. Se una superpotenza ricorre a minacce gonfiate, informazioni dubbie e rivendicazioni unilaterali per giustificare l’uso della forza, allora il problema non è solo l’illegalità dell’atto finale; è la trasformazione della non proliferazione in pretesto geopolitico. Da regime di regole, essa diventa linguaggio di guerra selettiva.

Per decenni l’Occidente ha sostenuto che la sicurezza collettiva richiede meno armi nucleari, più controlli, più trasparenza, più accordi. In teoria è ancora vero. In pratica, però, gli Stati Uniti e Israele stanno insegnando al resto del mondo la lezione opposta: le garanzie diplomatiche sono revocabili, le negoziazioni possono essere spezzate, le salvaguardie non proteggono dai bombardamenti, e un Paese che non dispone di deterrenza credibile rischia di essere trattato come un bersaglio disponibile, nonostante i colloqui sul nucleare tra Washington e Teheran fossero ancora aperti al momento dell’attacco. Se persino il negoziato non impedisce l’aggressione, quale incentivo resta alla moderazione strategica?

Da questo punto di vista, la vera vittima collaterale dei raid contro l’Iran è la fiducia nel regime di non proliferazione. Il TNP sopravvive non solo perché esiste un testo giuridico, ma perché gli Stati ritengono che l’adesione al trattato migliori la loro sicurezza rispetto all’alternativa. Se invece cresce la convinzione che solo la bomba scoraggi il cambio di regime, l’assassinio mirato o il bombardamento “preventivo”, allora il calcolo strategico di molti Paesi non allineati cambia radicalmente. Non nel senso che tutti si precipiteranno a costruire arsenali, ma nel senso che l’argomento antinucleare perderà forza nelle burocrazie militari, nei consigli di sicurezza nazionale e nelle opinioni pubbliche che si sentono esposte alla coercizione occidentale.

La lezione finale è dunque che non sono Teheran, Pyongyang o altri Stati del Sud globale a distruggere il regime di non proliferazione. A demolirne la credibilità sono prima di tutto le potenze che pretendono di difenderlo bombardando, assassinando e applicando il diritto in modo selettivo. Quando Washington e Tel Aviv colpiscono l’Iran e chiamano questa violenza “sicurezza”, non stanno rafforzando il mondo contro la bomba. Stanno dicendo a tutti gli altri che, nel sistema internazionale realmente esistente, la vulnerabilità invita l’aggressione e la deterrenza la scoraggia. Il problema non è se questa conclusione sia moralmente giusta. Il problema è che, dopo ciò che è accaduto, rischia di apparire strategicamente vera.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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