L’aggressione all’Iran e il suicidio strategico europeo: il prezzo della subordinazione a Washington

L’attacco imperialista-sionista contro l’Iran viola Carta ONU e principi AIEA e colpisce l’ordine multipolare emergente. L’Europa, incapace di autonomia, si rende complice e si indebolisce. Intervento di Giulio Chinappi alla Conferenza “Ordine multipolare di fronte all’aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran” organizzata dall’Istituto Tsargrad (Russia), disponibile in italiano e in inglese.

Buonasera e grazie per l’invito.

Ciò a cui stiamo assistendo non è semplicemente un’altra escalation regionale. È un brutale atto di aggressione da parte dell’imperialismo statunitense e del regime sionista contro la Repubblica Islamica dell’Iran, in chiara violazione del diritto internazionale e dei principi più elementari della sovranità statale.

La Carta delle Nazioni Unite è esplicita: tutti i membri devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Allo stesso tempo, l’AIEA ha ribadito che attacchi armati contro impianti nucleari non dovrebbero mai avere luogo. Eppure, l’Iran è stato attaccato militarmente e siti collegati al suo programma nucleare, come Natanz, sono stati nuovamente colpiti. Questa non è la difesa del diritto internazionale. È la distruzione del diritto internazionale da parte di coloro che pretendono di esserne i custodi.

Ma questa aggressione non è soltanto un attacco contro l’Iran. È anche un attacco contro il multipolarismo stesso. L’Iran viene punito non perché rappresenti una minaccia imminente alla pace mondiale, ma perché ha rifiutato la subordinazione all’ordine imperialista guidato dagli Stati Uniti. Ha insistito sulla propria sovranità, sul proprio ruolo regionale indipendente, sui propri partenariati strategici al di fuori del controllo di Washington e sul proprio diritto a perseguire un percorso autonomo di sviluppo. In questo senso, l’attacco all’Iran è un avvertimento rivolto a tutti i Paesi che rifiutano l’obbedienza: se non vi sottomettete, sarete sanzionati, isolati, destabilizzati o bombardati.

Ecco perché la questione iraniana non può essere separata dalla più ampia crisi dell’ordine internazionale. Il vero bersaglio non è soltanto Teheran. Il vero bersaglio è la possibilità che uno Stato sovrano possa resistere all’impero e contribuire a un mondo multipolare. Quando gli Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran, non stanno semplicemente colpendo un Paese. Stanno inviando un messaggio contro ogni processo di riequilibrio geopolitico, contro ogni tentativo del Sud globale e delle potenze eurasiatiche di indebolire il dominio unipolare.

Per questa ragione, la posizione assunta dall’Italia e dall’Unione Europea merita la critica più dura. Bruxelles ha formalmente invocato la moderazione e il diritto internazionale, ma in pratica la sua dichiarazione collettiva ha inquadrato l’Iran stesso come il principale problema, presentando il conflitto soprattutto attraverso il prisma delle “attività destabilizzanti” iraniane, delle sanzioni e dell’obiettivo di impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Il testo dell’UE è un compromesso che riflette divisioni interne al blocco, e diplomatici europei hanno ammesso che l’Europa ha scarsa influenza ed è, in sostanza, uno spettatore. Questo è il fallimento politico dell’Unione Europea: parla il linguaggio del diritto mentre accetta la gerarchia della forza imposta da Washington.

Il governo italiano non si è comportato meglio. Roma non ha agito come un soggetto diplomatico autonomo. Ha agito come un avamposto atlantico subordinato, preoccupato soprattutto di gestire le conseguenze della guerra piuttosto che di opporsi alle sue origini criminali. Il ministro degli Esteri Tajani ha ammesso che gli Stati Uniti e Israele hanno deciso “in modo indipendente e riservato” quando intervenire, e che non vi è stata alcuna richiesta di coinvolgere le basi statunitensi in Italia. Anche questo dice molto: l’Italia non è un attore sovrano capace di orientare gli eventi, ma un alleato secondario chiamato ad adeguarsi, a posteriori, a decisioni prese altrove.

Esiste tuttavia un’importante eccezione in Europa, ed è la Spagna. Pedro Sánchez ha respinto l’azione statunitense e israeliana, definendola un contributo a un ordine internazionale più incerto e più ostile. La Spagna ha inoltre rifiutato di consentire che le proprie basi di Rota e Morón venissero utilizzate per operazioni collegate agli attacchi contro l’Iran. La reazione furiosa di Trump, comprese le minacce di ritorsioni economiche, ha soltanto confermato quanto sia diventato raro e politicamente significativo persino un atto limitato di dissenso europeo. La Spagna ha dimostrato che dire no a Washington è ancora possibile.

La tragedia più profonda è che il servilismo politico europeo sta ora producendo conseguenze materiali. L’Italia e l’UE hanno compiuto una forma di suicidio strategico smantellando il rapporto energetico con la Russia per soddisfare le priorità geopolitiche statunitensi. Dati ufficiali dell’UE mostrano che il gas russo è sceso da circa il 40-45 per cento delle importazioni nel 2021 a circa il 12-13 per cento nel 2025, mentre il GNL statunitense è aumentato in modo massiccio. Reuters ha riferito che nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno fornito il 60 per cento di tutte le importazioni europee di GNL, e persino il commissario europeo all’energia ha messo in guardia dal “sostituire una dipendenza con un’altra”. Questa non è sovranità energetica. È una dipendenza riorganizzata sotto guida statunitense.

E ora le conseguenze stanno diventando ancora più evidenti. La guerra contro l’Iran sta scuotendo i mercati energetici, minacciando le rotte marittime e aumentando i timori sullo Stretto di Hormuz. Gli stessi funzionari dell’UE hanno riconosciuto i rischi economici dell’escalation, comprese possibili interruzioni delle consegne di petrolio e delle catene di approvvigionamento, mentre i prezzi dell’energia stanno salendo e i mercati sono scossi dall’allargamento del conflitto. L’Europa si è resa più debole due volte: prima spezzando una relazione energetica relativamente stabile con la Russia, poi legando il proprio futuro al GNL statunitense e al caos strategico generato dalle guerre statunitensi.

Così oggi l’Europa paga il prezzo della propria subordinazione. Ha perso energia a basso costo, ha perso autonomia strategica, ha perso credibilità diplomatica, e ora rischia di essere trascinata sempre più a fondo in una catena di guerre che non controlla e da cui non trae alcun beneficio. Per questo la definisco un suicidio strategico. Un continente che avrebbe potuto costituire un polo in un ordine multipolare ha invece scelto di funzionare come appendice civile e militare degli Stati Uniti.

In conclusione, l’aggressione contro l’Iran deve essere condannata senza ambiguità. È illegale, destabilizzante e profondamente pericolosa. È un’aggressione contro uno Stato sovrano, un’aggressione contro il diritto internazionale e un’aggressione contro l’ordine multipolare emergente. Il ruolo dell’Italia e della maggior parte dell’Unione Europea è stato vergognoso: non il ruolo di costruttori di pace, ma di seguaci compiacenti. E la crisi energetica che oggi colpisce l’Europa non è un incidente. È il risultato diretto di scelte politiche compiute in obbedienza a Washington, contro gli stessi interessi dell’Europa.

Se l’Europa vuole un futuro, deve rompere con questa logica. Deve respingere la guerra imperialista, recuperare autonomia strategica, ricostruire una politica energetica indipendente e accettare la realtà che il mondo non è più unipolare. Altrimenti continuerà a declinare economicamente, politicamente e moralmente, mentre saranno altri a plasmare il nuovo ordine internazionale.

Grazie.


Aggression against Iran and Europe’s strategic suicide: the price of subordination to Washington

Good evening and thank you for the invitation.

What we are witnessing is not simply another regional escalation. It is a brutal act of aggression by U.S. imperialism and the Zionist regime against the Islamic Republic of Iran, in clear violation of international law and of the most basic principles of state sovereignty.

The United Nations Charter is explicit: all members shall refrain from the threat or use of force against the territorial integrity or political independence of any state. At the same time, the IAEA has reiterated that armed attacks on nuclear facilities should never take place. Yet Iran has been attacked militarily, and nuclear-related sites such as Natanz have again come under fire. This is not the defence of international law. It is the destruction of international law by those who claim to be its guardians.

But this aggression is not only an attack on Iran. It is also an attack on multipolarity itself. Iran is being punished not because it represents an imminent threat to world peace, but because it has refused subordination to the U.S.-led imperial order. It has insisted on its sovereignty, on its independent regional role, on its strategic partnerships outside Washington’s control, and on its right to pursue an autonomous path of development. In this sense, the attack on Iran is a warning to all country that refuse obedience: if you do not submit, you will be sanctioned, isolated, destabilised, or bombed.

This is why the Iranian question cannot be separated from the broader crisis of the international order. The real target is not just Tehran. The real target is the possibility that a sovereign state can resist the empire and contribute to a multipolar world. When the United States and Israel attack Iran, they are not simply striking one country. They are sending a message against every process of geopolitical rebalancing, every attempt by the Global South and Eurasian powers to weaken unipolar domination.

For this reason, the position taken by Italy and by the European Union deserves the harshest criticism. Brussels has formally invoked restraint and international law, but in practice its collective statement has framed Iran itself as the main problem, while presenting the conflict above all through the prism of Iranian “destabilising activities,” sanctions, and the objective of preventing Iran from acquiring a nuclear weapon. The EU text is a compromise reflecting divisions inside the bloc, and European diplomats admitted Europe has little influence and is essentially a bystander. This is the political bankruptcy of the European Union: it speaks the language of law while accepting the hierarchy of force imposed by Washington.

The Italian government has been no better. Rome has not acted as an autonomous diplomatic subject. It has acted as a subordinate Atlantic outpost, concerned above all with managing the consequences of war rather than opposing its criminal origins. Foreign Minister Tajani admitted that the United States and Israel decided “independently and confidentially” when to intervene, and that there had been no request to involve American bases in Italy. Even this says a great deal: Italy is not a sovereign actor shaping events, but a secondary ally expected to adapt after the fact to decisions taken elsewhere.

There is, however, an important exception inside Europe, and that is Spain. Pedro Sánchez rejected the U.S.-Israeli action, calling it a contribution to a more uncertain and hostile international order. Spain also refused to allow its bases at Rota and Morón to be used for operations linked to the strikes on Iran. Trump’s furious reaction, including threats of economic retaliation, only confirmed how rare and politically significant even a limited act of European dissent has become. Spain has shown that saying no to Washington is still possible.

The deeper tragedy is that Europe’s political servility is now producing material consequences. Italy and the EU have committed a form of strategic suicide by dismantling the energy relationship with Russia in order to satisfy U.S. geopolitical priorities. Official EU data show that Russian gas fell from around 40-45 percent of imports in 2021 to roughly 12-13 percent in 2025, while U.S. LNG has surged. Reuters reported that in January 2026 the United States supplied 60 percent of all EU LNG imports, and even the EU’s own energy commissioner warned against “replacing one dependency with another.” This is not energy sovereignty. It is dependency reorganised under American leadership.

And now the consequences are becoming even more evident. The war against Iran is shaking energy markets, threatening maritime routes and increasing fears over the Strait of Hormuz. EU officials themselves have acknowledged the economic dangers of escalation, including disruptions to oil deliveries and supply chains, while energy prices are rising and markets are rattled by the widening conflict. Europe has made itself weaker twice over: first by severing a relatively stable energy relationship with Russia, and then by tying its future to U.S. LNG and to the strategic chaos generated by American wars.

So today Europe is paying the price of its own subordination. It has lost cheap energy, lost strategic autonomy, lost diplomatic credibility, and now risks being dragged ever deeper into a chain of wars that it neither controls nor benefits from. This is why I call it strategic suicide. A continent that could have been a pole in a multipolar order has instead chosen to function as a civilian and military appendage of the United States.

In conclusion, the aggression against Iran must be condemned without ambiguity. It is illegal, destabilising, and profoundly dangerous. It is an aggression against a sovereign state, an aggression against international law, and an aggression against the emerging multipolar order. The role of Italy and of most of the European Union has been shameful: not the role of peacemakers, but of compliant followers. And the energy crisis now hitting Europe is not an accident. It is the direct result of political choices made in obedience to Washington, against Europe’s own interests.

If Europe wants a future, it must break with this logic. It must reject imperial war, recover strategic autonomy, rebuild an independent energy policy, and accept the reality that the world is no longer unipolar. Otherwise, it will continue to decline economically, politically and morally, while others shape the new international order.

Thank you.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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