Il voto dell’8 febbraio in Thailandia ha prodotto un duplice esito: la conferma politica del blocco conservatore guidato da Anutin Charnvirakul e, insieme, un mandato popolare a riaprire il dossier costituzionale. Ne emerge una transizione ibrida, in equilibrio instabile tra continuità istituzionale e domanda di cambiamento.

Le elezioni generali e il referendum costituzionale celebrati in Thailandia lo scorso 8 febbraio hanno rappresentato un passaggio di straordinaria densità politica, non solo per l’assetto interno del regno, ma anche per gli equilibri del Sud-Est asiatico. Il voto, infatti, è arrivato dopo una sequenza di crisi concentrate in pochi mesi: la caduta del precedente esecutivo guidato da Paetongtarn Shinawatra, la fase di governo di Anutin Charnvirakul in veste di premier uscente, il ritorno della questione di confine con la Cambogia come detonatore nazionalista e una competizione elettorale segnata da forte polarizzazione istituzionale. In tale contesto, Anutin, dopo essere diventato premier nel 2025, ha sciolto il parlamento in dicembre e ha cercato legittimazione elettorale anche facendo leva sulla congiuntura securitaria e sul clima politico creato dal conflitto di confine con la Cambogia.
Dal punto di vista numerico, le elezioni hanno messo in ballo 500 seggi complessivi alla Camera dei Rappresentanti, con soglia di maggioranza fissata a 251. Poiché nessuna forza politica ha raggiunto questa soglia, si è subito imposta la necessità di una fase di negoziati per la formazione di una coalizione. L’affluenza si è attestata intorno al 65%, un valore politicamente significativo perché segnala, malgrado sfiducia e conflitto istituzionale, una mobilitazione elevata dell’elettorato.
Il risultato ha comunque consegnato una vittoria netta al Bhumjaithai Party (BJT) del primo ministro Anutin Charnvirakul: 193 seggi totali, con una performance robusta sia sul lato circoscrizionale sia su quello proporzionale. Il People’s Party (PPLE) si è collocato secondo a 118 seggi, mentre il Pheu Thai, che fa capo alla famiglia Shinawatra, si è fermato a 74, registrando un arretramento pesante rispetto al proprio storico ruolo di polo centrale della politica thailandese. Questa configurazione descrive un cambiamento della grammatica della competizione, con il passaggio da un duopolio conflittuale a una competizione tripolare dove il baricentro istituzionale si è spostato verso una destra conservatrice capace di aggregare consensi trasversali.
A decidere la conferma di Anutin è stato proprio l’accordo tra il BJT e il Pheu Thai, che insieme godono di una maggioranza sostanziale del parlamento, con un totale di 267 scranni su 500, oltre al possibile sostegno di altre forze minori.
L’intesa Bhumjaithai-Pheu Thai, del resto, è uno dei dati più rilevanti dell’intera tornata. Oltre ad un accordo per il raggiungimento della maggioranza parlamentare, infatti, si tratta di un riallineamento strategico che chiude una fase di forte antagonismo e apre una logica di governabilità “a trazione conservatrice con supporto pragmatico populista”. Il sostegno di Pheu Thai offre ad Anutin una maggioranza chiara, mentre la collaborazione tra i due ex partner, già alleati nel ciclo precedente prima della caduta dell’esecutivo di Paetongtarn Shinawatra, viene rilanciata in nome della stabilità. In altre parole, la coalizione non è un incidente tattico ma la risposta sistemica di due apparati politici che, pur concorrenti, riconoscono i costi elevati della frammentazione in una fase di rallentamento economico e tensioni regionali.
Il rovescio della medaglia è il ridimensionamento del People’s Party, che pure partiva con aspettative alte in una parte dei sondaggi pre-voto e che resta il principale vettore di domanda riformista urbana e giovanile. L’architettura del sistema gli ha impedito di trasformare quel capitale sociale in leadership governativa, riproducendo una dinamica già osservata in precedenti cicli thailandesi: forte capacità di mobilitazione, minore capacità di traduzione in potere esecutivo stabile. Non a caso, molte analisi insistono proprio su questo punto, parlando di “ritorno del vecchio ordine” e di persistenza del peso delle grandi famiglie politiche e delle reti territoriali locali (“baan yai”) nella selezione effettiva del potere.
Se il versante parlamentare ha premiato la continuità conservatrice, il referendum costituzionale ha espresso una domanda di revisione istituzionale non trascurabile. Il quesito principale chiedeva se il Paese dovesse dotarsi di una nuova costituzione. I “sì” hanno prevalso con il 62,80% contro il 37,20% dei “no”, su un’affluenza del 67,45%. Numeri di questa ampiezza indicano che, anche in presenza di una vittoria del partito governativo, esiste un consenso sociale maggioritario per intervenire sul quadro costituzionale. La combinazione è politicamente interessante: elettorato conservatore sul governo, ma riformista sul perimetro delle regole.
Al tempo stesso, la traiettoria della riforma resta complessa. Dopo la crisi del 2025, il processo costituzionale è stato incardinato dentro un percorso a più tappe e condizionato da pronunce giudiziarie: la Corte costituzionale ha indicato un iter in tre referendum e ha posto vincoli anche sulla modalità di composizione dell’organo di redazione costituzionale. Ciò significa che il voto dell’8 febbraio è solo il primo gradino. Siamo, insomma, davanti a un caso di “riforma controllata”: la pressione popolare per cambiare le regole è reale, ma il ritmo e l’ampiezza della trasformazione restano presidiati da istituzioni di garanzia non elettive e da compromessi inter-élite.
Resta aperta la questione più profonda: la Thailandia sta entrando in una nuova fase o sta riproducendo, in forma aggiornata, il ciclo politico dell’ultimo ventennio? L’argomento della “restaurazione” è forte: il ridimensionamento del polo riformista, il ritorno di patti tra apparati rivali, la resilienza dei notabilati territoriali. Ma è altrettanto vero che il referendum ha mostrato una domanda popolare ampia di revisione del patto costituzionale, e questo impedisce una lettura puramente conservatrice. In sostanza, il sistema thailandese sembra avviarsi verso una formula ibrida: governo forte ma non egemonico, coalizione larga ma potenzialmente conflittuale, riforma costituzionale avviata ma incardinata in un percorso lungo e vincolato.
Infine, resta da sciogliere il nodo della politica estera, in particolare della crisi di confine con la Cambogia. Questa situazione di tensione, che ha avuto un ruolo nella dinamica elettorale, tende a produrre un doppio movimento: retorica di fermezza verso l’opinione pubblica interna e ricerca di de-escalation negoziale nei canali regionali, soprattutto ASEAN, per non danneggiare commercio, investimenti e logistica. In prospettiva, un governo Anutin consolidato potrebbe accentuare una postura “sovranista pragmatica”: meno slanci ideologici, più diplomazia transazionale, con l’obiettivo di massimizzare autonomia di manovra tra partner regionali e grandi potenze. Questa è un’inferenza analitica coerente con una vittoria trainata anche da sentimenti nazionalisti, che tuttavia ha portato alla costruzione di una coalizione ampia orientata alla stabilità.
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