Una cooperazione più profonda con la Cina è una scelta pragmatica per la rivitalizzazione industriale dell’UE

In un’Europa attraversata da timori di deindustrializzazione e da crescenti pressioni protezionistiche, il confronto interno sull’industria si intensifica. Secondo questa analisi, la ripresa manifatturiera passa da più apertura e da una cooperazione più profonda con la Cina.

Global Times – 12 febbraio 2026

Con l’aumento dei timori di deindustrializzazione e il persistere di venti contrari per l’industria, la ripresa del settore manifatturiero europeo è diventata un tema di dibattito in tutta l’UE.

In un’intervista al Financial Times pubblicata mercoledì, il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha avvertito che il protezionismo non può essere la ricetta del successo europeo.

Pur riconoscendo che le imprese dell’UE devono affrontare una dura concorrenza da parte della Cina e che il blocco è stato lento nel rispondere alle preoccupazioni delle aziende, Kristersson ha dichiarato: “Dobbiamo essere in grado di competere per qualità e per innovazione, non perché cerchiamo di proteggere i mercati europei. Non vogliamo proteggere imprese europee che, di fatto, non sono competitive.”

Le sue dichiarazioni sono arrivate dopo l’appello del presidente francese Emmanuel Macron a una politica “Buy European”, che richiederebbe che alcuni beni chiave siano prodotti all’interno del blocco anche a costi più elevati, e hanno messo a nudo divergenze e dubbi all’interno dell’UE rispetto alla svolta protezionistica.

L’economia europea si trova ad affrontare pressioni multiple: volatilità geopolitica, prezzi dell’energia persistentemente elevati, riduzione della produzione industriale e delocalizzazione della capacità produttiva. In questo contesto, come rivitalizzare le industrie locali è diventata la questione centrale dell’UE.

Alcune forze politiche hanno scelto di attribuire il problema alla concorrenza esterna e hanno tentato di creare un ambiente di mercato protetto, costruendo barriere commerciali per evitare pressioni competitive. Ma questo approccio miope fraintende alla radice i fondamenti stessi della forza industriale europea.

La competitività europea non si è mai basata sulla chiusura. È il prodotto di decenni di concorrenza aperta, che hanno forgiato sofisticazione tecnologica, rigoroso controllo della qualità e capacità di innovazione costante. Ogni grande avanzamento della manifattura europea è stato inseparabile da una profonda integrazione nell’economia globale. Per questo, i tentativi di mettere in sicurezza l’industria attraverso il protezionismo finirebbero per minare le stesse basi che l’hanno resa forte.

In effetti, il protezionismo non è mai una panacea per risolvere il problema della competitività, e può anzi diventare un vincolo. Nel breve periodo, le barriere commerciali possono offrire un rifugio temporaneo ad alcune imprese. Ma nel lungo periodo erodono gli incentivi a innovare, smussano il vantaggio competitivo e, in ultima istanza, relegano l’Europa in una posizione passiva nella competizione industriale globale.

I dati di Eurostat mostrano che a dicembre i prezzi alla produzione industriale sono diminuiti del 2,1% su base annua nell’area dell’euro e dell’1,9% nell’UE. Se l’Europa resta ancorata a una mentalità protezionistica, i suoi vantaggi residui continueranno a erodersi e il percorso verso una ripresa manifatturiera diventerà ancora più difficile.

La vera soluzione sta nell’abbracciare una cooperazione aperta e, in questo contesto, è necessario rivalutare il valore strategico delle relazioni economiche e commerciali Cina-UE. Cina ed Europa non sono impegnate in una rivalità a somma zero. I loro settori manifatturieri sono profondamente complementari. Con un sistema industriale completo, un vasto mercato interno e scenari applicativi tecnologici diversificati, la Cina offre una scala e una capacità innovativa senza pari.

L’Europa, dal canto suo, continua a essere all’avanguardia nella manifattura di fascia alta, nella strumentazione di precisione e nel software industriale. La Cina non è soltanto un mercato di destinazione per i prodotti europei: è un ancoraggio vitale che sostiene la competitività globale delle imprese europee. Il fatto che i produttori europei stiano, secondo quanto riportato, aumentando gli investimenti nelle fabbriche in Cina ne è una prova.

Esiste inoltre spazio per collaborare su altri fronti, come la transizione energetica verde. I vantaggi produttivi della Cina nelle attrezzature per l’energia solare ed eolica, insieme alla profonda competenza europea nelle tecnologie per l’energia pulita e nell’integrazione dei sistemi, possono accelerare la trasformazione profonda della struttura energetica globale. Nel campo biomedico, le abbondanti risorse cliniche della Cina e il suo mercato in rapida espansione si allineano in modo efficace con le capacità europee di ricerca e sviluppo.

In questo senso, approfondire il coinvolgimento con la Cina non è uno slogan. Se l’Europa vuole davvero rivitalizzare il proprio settore manifatturiero, questa è una scelta strategica pragmatica e urgente. Richiede una visione di lungo periodo della competizione globale e la volontà di andare oltre il protezionismo. Solo trasformando la complementarità in slancio concreto di crescita l’Europa potrà recuperare vitalità industriale.

Il protezionismo non può alimentare una rinascita manifatturiera. Ciò di cui l’Europa ha bisogno ora è la determinazione a forgiare nuovi vantaggi comparati in un mondo aperto, e il primo passo di questo percorso inizia con il coraggio di approfondire la cooperazione con la Cina.

CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.