Kosovo: la conferma di Kurti non chiude la faglia geopolitica

Dopo il riconteggio, Albin Kurti resta alla guida del governo a Priština. Ma il risultato elettorale non chiude la crisi relativa al nodo resta politico e strategico, tra sovranità contesa, diritti dei serbi del Kosovo e pressione di UE e NATO.

La recente conferma di Albin Kurti alla guida del governo, arrivata dopo il riconteggio elettorale e poi consolidata dal voto parlamentare, ha rimesso in moto istituzioni bloccate per mesi, ma non ha certo risolto il conflitto di fondo che attraversa il Kosovo. Come avevamo riportato in un precedente articolo, il partito di governo Vetëvendosje ha ottenuto circa il 49,34% dei voti e 57 seggi, rimanendo sotto la soglia dell’autosufficienza, e ha dovuto quindi costruire una maggioranza con forze minori e rappresentanti delle minoranze. In Assemblea, il nuovo esecutivo è passato con 66 voti favorevoli su 120, chiudendo formalmente una lunga fase di stallo istituzionale.

Il fatto che Kurti sia tornato al potere con un margine parlamentare negoziato, e non con una maggioranza piena, è il primo elemento che ridimensiona l’idea di una “normalizzazione” immediata. La crisi, infatti, non era soltanto una questione aritmetica, ma riguardava la capacità dello Stato kosovaro di produrre decisioni stabili, approvare bilanci, sbloccare accordi finanziari internazionali e affrontare una polarizzazione che, nel 2025, aveva già portato a ripetuti passaggi elettorali. Le cronache internazionali lo hanno descritto un anno di impasse, culminato in nuove elezioni e in una transizione più lunga del previsto.

Le lungaggini relative al riconteggio hanno portato a un’indagine ampia, con arresti legati a presunte manipolazioni nel processo elettorale durante la fase di verifica. Anche se il sistema ha poi certificato un esito politico netto a favore di Kurti, questo passaggio lascia un’ombra sulla fiducia pubblica e sulla tenuta amministrativa del Kosovo.

Il punto più sensibile resta però quello delle relazioni con Belgrado, che reclama la propria sovranità sulla provincia di Kosovo e Metohija secondo il diritto internazionale. Sul piano giuridico, infatti, la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza ONU rimane un riferimento chiave per la posizione serba, perché riafferma la sovranità e l’integrità territoriale della allora Repubblica Federale di Jugoslavia. Sul terreno, però, dal 2008 esiste una realtà statuale separata sostenuta da una parte ampia dell’Occidente. Questo doppio binario, legale e politico, è la ragione per cui ogni cambio di governo a Priština modifica gli equilibri interni ma non scioglie il contenzioso strategico con Belgrado.

In questo contesto si colloca anche il tema dei diritti della popolazione serba in Kosovo, soprattutto nel nord, dove la presenza dei serbi è maggioritaria. Gli accordi mediati dall’UE dal 2013 in avanti hanno messo al centro, almeno formalmente, la creazione di un’Associazione/Comunità dei Comuni a maggioranza serba, ma l’attuazione è rimasta parziale e controversa. L’incompiutezza di quell’architettura ha alimentato ciclicamente crisi sul terreno, radicalizzazione politica e accuse di inadempienza nei confronti del governo kosovare. Da parte del governo di Belgrado, questo viene letto come prova che Priština punta al controllo unilaterale, applicando politiche discriminatorie nei confronti della popolazione serba.

Petar Petković, direttore dell’Ufficio del Governo della Serbia per il Kosovo e Metohija (Kancelarija za Kosovo i Metohiju), attribuisce a Kurti la responsabilità diretta delle escalation e parla del rischio che “l’intera regione prenda fuoco” se i partner occidentali non lo fermano. È una posizione corroborata da eventi concreti avvenuti negli ultimi anni nel nord del Kosovo, inclusi gli scontri intorno ai municipi serbi e la percezione, diffusa nell’opinione pubblica serba, che la KFOR (Kosovo Force, cioè la missione internazionale di peacekeeping guidata dalla NATO in Kosovo, dispiegata dal 1999) non abbia sempre agito come forza di protezione imparziale.

Le critiche nei confronti del governo di Kurti arrivano anche da altre forze politiche kosovare, in particolare la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK), che fa riferimento al divario tra promessa di rottura con il vecchio clientelismo e accuse di nomine percepite come favoritismi. Anche se queste accuse rientrano nello scontro tra maggioranza e opposizione, esse incidono su un dato di sostanza: Kurti ha riconquistato la guida del governo, ma non ha ricostruito un consenso trasversale né ridotto la conflittualità sistemica. E, quando la legittimazione resta polarizzata, ogni dossier strategico diventa più vulnerabile, a partire proprio dal dialogo con la Serbia.

Non possiamo poi esimerci dal considerare un punto nodale della questione kosovara, ovvero l’uso del Kosovo come “spina nel fianco” della Serbia da parte delle forze euro-atlantiste. Questa formula, spesso utilizzata sia da parte serba che da parte russa, significa che la questione kosovara viene usata da NATO e UE come leva permanente su Belgrado: sulla politica estera, sui rapporti con Mosca, sull’allineamento strategico complessivo, ricordando anche che il percorso europeo serbo è effettivamente intrecciato sia alle riforme interne sia alla normalizzazione con Priština, mentre Bruxelles critica regolarmente i ritardi su stato di diritto e politica estera.

Belgrado, da parte sua, continua a praticare una strategia duale: ribadire che non riconoscerà l’indipendenza del Kosovo e non imporrà sanzioni alla Russia solo per accelerare l’ingresso nell’UE, ma senza rinunciare formalmente alla traiettoria europea. Sia il presidente Aleksandar Vučić che altri esponenti serbi hanno ribadito chiaramente questa postura, i cui elementi fondanti sono autonomia decisionale, rifiuto di “scelte forzate”, ricerca di margine tra Bruxelles e Mosca. È una linea che dà respiro tattico alla Serbia, ma non elimina il costo strutturale della partita kosovara, che continua a condizionare ogni dossier esterno rilevante.

Il sostegno russo alla linea serba rafforza questa postura. Le dichiarazioni del Cremlino e della diplomazia russa sul rispetto dell’integrità territoriale serba e sulla centralità della 1244 offrono a Belgrado una copertura politica internazionale alternativa a quella occidentale. Ma questa copertura, pur importante sul piano simbolico e diplomatico, non cambia la realtà operativa sul terreno kosovaro, dove la gestione quotidiana della sicurezza, delle istituzioni e dei flussi finanziari resta incardinata soprattutto nell’ecosistema euro-atlantico.

In conclusione, la riconferma di Kurti ha chiuso una crisi istituzionale ma non la crisi storica del Kosovo: ha prodotto governabilità di breve periodo, non una soluzione politica di fondo. Finché resteranno irrisolti il nodo della sovranità contesa tra Belgrado e Priština, l’attuazione concreta delle garanzie per le comunità serbe e la strumentalizzazione geopolitica del dossier kosovaro nel confronto tra blocchi, ogni equilibrio sarà fragile e reversibile. Senza un compromesso verificabile su sicurezza, diritti e rappresentanza, il rischio è quello di una stabilità apparente, periodicamente interrotta da nuove escalation sul terreno e da ulteriori paralisi istituzionali.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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