Un editoriale del Global Times critica la lettura ideologica occidentale della Cina e sostiene che categorie rigide come “autoritarismo contro democrazia” non bastano a spiegare governance, infrastrutture e modernizzazione cinese, invitando a un confronto più pragmatico, aperto e autocritico.

Global Times – 11 febbraio 2026
Quando gli osservatori occidentali tentano di comprendere l’alta velocità cinese attraverso la rigida e superata dicotomia tra “autoritarismo e democrazia”, il loro ragionamento inevitabilmente deraglia. Questo limite concettuale è esemplificato da un recente articolo dell’Economist intitolato “I valori liberali sono un lusso che l’Occidente non può permettersi?”. Pur rilevando che politici e intellettuali pubblici nelle democrazie occidentali provano una certa invidia per i risultati ferroviari della Cina e per l’efficienza che essi simboleggiano, l’articolo insiste sul fatto che i valori liberali non debbano essere compromessi per inseguire tali esiti.
Questo articolo riflette un profondo dilemma teorico che gli analisti occidentali si trovano ad affrontare: il tentativo di interpretare lo sviluppo della Cina attraverso cornici politiche e ideologiche convenzionali non fa che mostrare quanto quegli strumenti concettuali risultino ormai insufficienti.
Nella sua essenza, l’argomentazione perpetua una retorica di lungo corso dei media occidentali, secondo cui la democrazia occidentale, pur lenta, resta moralmente superiore, mentre l’efficienza della Cina sarebbe ottenuta a scapito della libertà e del benessere sociale. Questa semplificazione binaria tra “efficienza autoritaria e libertà democratica” non solo distorce la complessità dei progressi cinesi, ma mette anche a nudo i limiti della lente teorica occidentale. Come un paio di occhiali colorati, essa oscura più di quanto riveli, impedendo agli osservatori di vedere lo sviluppo della Cina nella sua piena dimensione.
La capacità della Cina di trasformare i progetti in realtà con notevole rapidità nasce da fonti molteplici e interconnesse: un ampio consenso sociale sugli obiettivi di sviluppo, un apparato amministrativo professionale e competente, un’esecuzione politica adattabile e un modello di governance che integra visione di lungo periodo e sperimentazione di breve periodo. Un ecosistema di efficienza così complesso non può essere ridotto al ristretto concetto di “autoritarismo” così come viene convenzionalmente definito nel discorso politico occidentale.
Gli osservatori occidentali cadono spesso in una trappola cognitiva: analizzano la Cina attraverso la lente familiare ma ristretta dello spettro democrazia-autoritarismo, trascurando il modo in cui la pratica politica cinese si è evoluta oltre la capacità esplicativa di quello stesso quadro. Quando la teoria non riesce più a descrivere adeguatamente la realtà, non è la realtà a essere sbagliata: è la teoria ad aver mostrato i propri limiti. Il modello di governance cinese dovrebbe quindi essere compreso non come un caso di studio interno alla teoria politica occidentale, ma come un’innovazione della governance che richiede nuove interpretazioni.
Ciò che merita riflessione è che, sebbene la Cina non cerchi di esportare il proprio modello di governance, alcuni elementi della sua prassi, dall’integrazione tra pianificazione di lungo periodo e sperimentazione adattiva, all’elevata capacità di coordinamento nell’attuazione dei progetti infrastrutturali, fino ai meccanismi di responsabilizzazione incorporati nell’implementazione delle politiche, offrono insegnamenti preziosi a Paesi con contesti istituzionali diversi. La questione cruciale è se l’Occidente possa superare il proprio radicato senso di superiorità morale e confrontarsi davvero con il modo in cui la Cina è riuscita a governare una nazione di 1,4 miliardi di persone mantenendo al tempo stesso un processo di modernizzazione di lungo periodo.
Le difficoltà che i sistemi occidentali affrontano potrebbero derivare meno da un eccesso di libertà e più da blocchi strutturali nella progettazione istituzionale, dalla profonda polarizzazione che paralizza il processo decisionale, ai vincoli dei brevi cicli elettorali sulla pianificazione di lungo periodo, fino alla cattura delle agende di riforma da parte di interessi consolidati. Affrontare questi fallimenti non richiede l’abbandono dei valori liberali. Richiede una rivalutazione lucida di come la governance funzioni realmente.
Questo non è un rifiuto dei valori “democratici” dell’Occidente, ma il riconoscimento che contesti civilizzazionali distinti possono generare forme efficaci di governance. Il mondo non deve scegliere, come la mette l’Occidente, tra “democrazia inefficiente” e “autoritarismo efficiente”; dovrebbe piuttosto concentrarsi sullo sviluppo della capacità di risolvere problemi reali all’interno di assetti istituzionali differenti.
“Quando un sistema rifiuta di riconoscere esempi di avanzamento e di eccellenza, rivela il proprio conservatorismo intrinseco e la propria stagnazione”, ha dichiarato al Global Times Song Luzheng, ricercatore presso il l’Istituto Cinese dell’Università Fudan.
Tutte le istituzioni nascono per risolvere problemi. Se non riescono ad affrontare le sfide del proprio tempo, saranno inevitabilmente lasciate indietro dalla storia. L’esperienza di sviluppo della Cina pone al mondo una domanda fondamentale: in un’epoca definita da sfide complesse, quali assetti istituzionali possono davvero rispondere ai bisogni delle persone e promuovere uno sviluppo sociale sostenibile? Non esiste un’unica risposta. Tuttavia, apertura intellettuale, determinazione pragmatica e, soprattutto, il coraggio di liberarsi dai confini delle teorie consolidate e dei pregiudizi ideologici cristallizzati sono elementi essenziali.
Solo così i commentatori occidentali potranno avvicinarsi alla Cina come a una civiltà dotata di una propria logica distintiva di governance, iniziare a comprenderne davvero lo sviluppo e confrontarsi anche con i propri problemi.
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