Costa Rica: vittoria per la destra, Laura Fernández Delgado eletta alla presidenza

Le elezioni del 1° febbraio hanno consegnato alla Costa Rica una presidenza forte e una maggioranza parlamentare inedita. Il voto conferma la domanda di sicurezza e cambiamento, ma apre interrogativi cruciali sugli equilibri istituzionali della prossima legislatura.

Il voto generale del 1° febbraio in Costa Rica ha segnato la vittoria di Laura Fernández Delgado, candidata della forza conservatrice Partito Popolo Sovrano (Partido Pueblo Soberano, PPSO) e figura di continuità con il presidente uscente Rodrigo Chaves Robles, che ha conquistato la presidenza al primo turno, evitando il ballottaggio. I dati preliminari del Tribunale Supremo Elettorale, la collocano infatti attorno al 48,3% contro il 33,4% di Álvaro Ramos del Partito Librazione Nazionale (Partido Liberación Nacional, PLN) di centro-sinistra, con oltre il 96% dei seggi scrutinati.

In un sistema che richiede il 40% per chiudere la corsa al primo turno, Fernández ha superato la soglia con un margine di circa 8,3 punti, e ha preceduto il secondo candidato di quasi 14,9 punti. Secondo gli analisti, questo scarto trasforma la vittoria in un mandato pieno, ottenuto in una competizione che vedeva ben venti candidati alla massima carica, sebbene Fernández e Ramos fossero gli unici ad avere reali possibilità di successo.

Anche la partecipazione rafforza la lettura di un’elezione politicamente mobilitante. Le rilevazioni disponibili convergono su un’affluenza presidenziale attorno al 69%, in crescita rispetto alla precedente tornata nazionale, segnale che la campagna ha intercettato un elettorato più ampio rispetto al 2022. In questo contesto, il successo dell’ufficialismo non nasce solo dalla disciplina del proprio zoccolo duro, ma da una capacità di espansione verso settori che chiedevano risposte rapide su sicurezza, istituzioni e prestazioni dello Stato. L’idea di “continuità del cambiamento”, usata dalla nuova presidente eletta, ha funzionato come formula di sintesi tra stabilità e rottura.

Per quanto riguarda le elezioni legislative, che si svolgevano in contemporanea con le presidenziali, il PPSO ottiene 31 seggi su 57, mentre il PLN si ferma a 17; tra le altre formazioni, il Frente Amplio di sinistra ne conquista 7, mentre gli ultimi due seggi vanno alla Coalizione Agenda Cittadina (Coalición Agenda Ciudadana, CAC) e al Partito Unità Social Cristiana (Partido Unidad Social Cristiana, PUSC). In termini percentuali, il PPSO controlla circa il 54,4% dell’Assemblea, una maggioranza assoluta che consente di approvare l’agenda ordinaria senza dipendere stabilmente da alleati esterni. Gli analisti sottolineano che è la prima volta dal 1990 che una sola forza controlla insieme presidenza e parlamento, riducendo drasticamente i poteri di interdizione che hanno bloccato molte riforme negli ultimi anni.

Molti hanno anche letto l’esito elettorale come un referendum sull’era Chaves. Il presidente uscente, pur non rieleggibile, arrivava al voto con un consenso ancora alto, attorno al 58% secondo i dati dell’Università del Costa Rica, e con una narrativa anti-establishment capace di mettere in difficoltà i partiti tradizionali. Parallelamente, però, il suo ciclo è stato segnato da forti attriti con istituzioni e contropoteri, incluse denunce davanti al Tribunale Supremo Elettorale (TSE) per interferenze nella campagna. La nuova maggioranza eredita quindi un capitale politico reale, ma anche un sistema già stressato da polarizzazione e conflittualità istituzionale.

Sul terreno programmatico, la priorità resta la sicurezza. La crescita della violenza legata al narcotraffico ha dominato il dibattito elettorale e ha spinto una parte rilevante dell’elettorato verso opzioni che usano una retorica incentrata su ordine pubblico e sicurezza, come sottolineato anche dal Frente Amplio nella sua analisi post-elettorale. Fernández ha promesso una linea dura, la riforma della giustizia e il rafforzamento operativo dello Stato; nel discorso della vittoria ha evocato una “terza repubblica” e cambiamenti profondi. Sebbene il mandato popolare per intervenire sia forte, l’intensità delle riforme annunciate dovrebbe imporre una gestione costituzionalmente prudente, soprattutto quando tocca l’equilibrio tra efficacia repressiva e garanzie democratiche.

Con i suoi 31 seggi, il PPSO potrà governare con continuità su leggi ordinarie, bilancio e molte nomine. Allo stesso tempo, non dispone della maggioranza qualificata di 38 seggi necessari per i pacchetti più radicali evocati in campagna, come riforme costituzionali o giudiziarie di ampia portata e strumenti emergenziali controversi. In altre parole, il nuovo esecutivo ha forza sufficiente per governare, ma non abbastanza per riscrivere da solo l’architettura del sistema. Questo apre uno spazio negoziale che il PLN, il Frente Amplio e le forze minori proveranno a usare in chiave di contenimento e condizionamento selettivo.

Non a caso, la presidente del TSE, Eugenia Zamora, ha richiamato dopo il voto alla distensione e alla riconciliazione nazionale, segnalando il rischio che la retorica conflittuale degli ultimi anni continui a erodere fiducia reciproca tra istituzioni e cittadinanza. Questo monito dovrebbe ricordare alla presidente eletta che la stabilità non dipende solo dalla correttezza del voto, ma anche dalla capacità degli attori di riconoscere la legittimità dell’avversario e rispettare i limiti del potere.

Sul versante esterno, la rapida sequenza di congratulazioni internazionali, inclusa quella statunitense, indica che i partner leggono la transizione come continuità strategica su sicurezza, cooperazione e relazioni economiche. La linea estera della presidente eletta Laura Fernández risulta del resto chiaramente sbilanciata verso Washington, soprattutto sul terreno securitario: in campagna ha dichiarato di essere a favore di una “relazione stretta” con gli Stati Uniti, definiti partner commerciale principale e “alleato affidabile” contro narcotraffico e crimine organizzato, e ha legato la sua agenda anche alla cooperazione con El Salvador in chiave carceraria e repressiva. Infatti, l suo piano di governo propone esplicitamente più cooperazione con la DEA e il rafforzamento di accordi con Interpol/Europol, dentro una strategia di law and order molto dura.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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