La nuova ondata di documenti sul caso Epstein riapre interrogativi pesanti anche sul Dalai Lama, mettendo in evidenza una frattura tra predicazione etica, frequentazioni d’élite e collocazione politica dentro la strategia statunitense contro la Cina.

La pubblicazione massiva di una parte dei cosiddetti Epstein files ha prodotto, nelle ultime settimane, un impatto politico e mediatico enorme, perché per la prima volta una mole documentale gigantesca è stata resa consultabile in modo sistematico. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha indicato che il materiale rilasciato supera i 3 milioni di pagine, con oltre 2.000 video e 180.000 immagini, all’interno di un perimetro legale che include anche “individui nominati o citati” in relazione alle attività criminali di Jeffrey Epstein.
In particolare, diverse testate hanno posto l’attenzione sulla presenza del Dalai Lama e sui riferimenti ripetuti al suo nome. Anadolu Agency, ad esempio, riporta che il leader tibetano compare “decine di volte” e cita email del 2012 in cui si legge, tra l’altro, “I’m working on the Dalai Lama for dinner” [“Sto lavorando per avere il Dalai Lama a cena”] e “He can get us the Dalai Lama” [“Può procurarci il Dalai Lama”]. Altre fonti hanno rilanciato la cifra di 169 menzioni riguardanti il Dalai Lama all’interno dei file pubblicati.
Ovviamente, la presenza di un nome nei documenti non equivale automaticamente a responsabilità penale, ma questo non impedisce una condanna politica, che è altra cosa rispetto alla prova penale. In pratica, anche senza attribuire reati non provati, il danno reputazionale e simbolico è già enorme, perché l’autorità spirituale viene trascinata in una grammatica mondana fatta di intermediazione d’élite e prossimità tossica.
Se spostiamo lo sguardo dal piano scandalistico a quello geopolitico, emerge il nodo che molti evitano: la relazione strutturale tra la figura del Dalai Lama e l’architettura di pressione statunitense sulla Cina. Sul piano storico, documenti ufficiali statunitensi declassificati mostrano l’approvazione del sostegno della CIA ai movimenti nazionalisti tibetani legati al Dalai Lama e, specificamente, il sostegno allo stesso Dalai Lama sin dal 1959, con prosecuzione del programma negli anni successivi, tutti fatti ampiamente testimoniati dall’archivio istituzionale USA.
Venendo ad eventi più recenti, nel 2024 una delegazione bipartisan del Congresso statunitense ha incontrato il Dalai Lama in India, nel quadro dell’approvazione del Resolve Tibet Act, presentato come leva politica verso Pechino. Nel 2025, poi, Washington ha inoltre ripristinato 6,8 milioni di dollari di finanziamenti per i tibetani nell’Asia meridionale, confermando un impegno pluridecennale che gli stessi funzionari USA definiscono bipartisan. Chi descrive tutto questo come semplice “sostegno culturale” rimuove deliberatamente la dimensione strategica del dossier Tibet nella competizione sino-americana.
Per quanto riguarda la reazione cinese, il Ministero degli Esteri di Pechino ha ribadito che il Dalai Lama è un “esule politico” impegnato in attività separatiste anti-cinesi sotto copertura religiosa e ha accusato Washington di usare la questione tibetana come strumento politico. Attualmente, sebbene non vi siano implicazioni legali riguardanti il Dalai Lama, la sua presenza diffusa negli Epstein files dimostra ulteriormente la sua stretta connessione con l’establishment statunitense non solo dal punto di vista politico, ma anche personale.
Tutto questo non fa altro che mettere in evidenza la grande ipocrisia sulla quale si regge l’immagine globale del Dalai Lama. Da un lato, un messaggio pubblico di compassione universale, distacco dal potere e superiorità etica; dall’altro, una collocazione sistemica dentro reti statunitensi che operano esplicitamente in funzione anti-cinese. La contraddizione non nasce oggi con gli Epstein files, ma questi documenti, proprio perché testimoniano quello che molti sospettavano, la rendono più visibile e meno negabile.
Per questo, lungi dal voler dare vita a processi mediatici, riteniamo che sia necessario emettere due condanne. La prima, verso il circuito delle élite che ha normalizzato per anni prossimità e ambiguità attorno a Epstein, trasformando il capitale relazionale in moneta politica e sociale, spesso ben oltre i confini della legalità etica. La seconda, verso l’uso ideologico selettivo della figura del Dalai Lama, celebrata come coscienza morale quando serve alla narrativa occidentale sulla Cina, ma raramente sottoposta allo stesso standard critico applicato ad altri attori globali.
Per chi legge la questione Tibet dentro l’asimmetria dei rapporti internazionali, il punto è chiarissimo: la “spiritualizzazione” del conflitto ha spesso funzionato come copertura morbida di una linea di contenimento geopolitico. In questa cornice, la figura del Dalai Lama ha beneficiato di una protezione mediatica e diplomatica eccezionale, che ora entra in attrito con l’immagine di purezza morale assoluta con la quale veniva dipinto. Le nuove carte non chiudono il caso; semmai aprono una fase in cui quella immunità narrativa appare più fragile.
Oggi, l’immagine del Dalai Lama deve essere rivisitata anche per chi ha sempre negato l’evidenza: la sua postura pubblica di guida etica universale si scontra con una lunga traiettoria di integrazione funzionale nelle strategie statunitensi contro la Cina e con una prossimità documentale a reti di potere la cui natura è ormai comprovatamente tossica. La maschera dell’innocenza geopolitica è caduta: il Dalai Lama resta un attore politico, non un’icona al di sopra della storia.
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