L’apertura delle indagini su due figure apicali dell’Esercito Popolare di Liberazione conferma che la campagna anticorruzione in Cina resta una priorità politica centrale. La posta in gioco non è solo disciplinare: riguarda comando, modernizzazione militare e credibilità istituzionale.

L’annuncio dello scorso 24 gennaio ha segnato un passaggio di enorme rilievo politico: secondo quanto riportato da Xinhua, il Ministero della Difesa cinese ha comunicato che Zhang Youxia e Liu Zhenli sono oggetto di indagine per “gravi violazioni della disciplina e della legge”, su decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Nello stesso resoconto vengono ricordati i rispettivi ruoli, cioè vice presidente della Commissione Militare Centrale (CMC) nel caso di Zhang e capo di stato maggiore del Dipartimento di Stato Maggiore Congiunto della CMC nel caso di Liu.
Le fonti ufficiali, allo stato attuale, non dettagliano capi specifici, tempi procedurali o eventuali imputazioni penali definitive. Questo significa che un’analisi seria non può fondarsi su voci o ricostruzioni speculative, ma sul quadro politico-istituzionale reso pubblico da Pechino. Ed è proprio quel quadro a indicare con chiarezza la direzione: la leadership cinese continua a definire la corruzione come una minaccia strutturale e non episodica. Al IV Plenum della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, del resto, Xi Jinping ha ribadito che la lotta anticorruzione resta “grave e complessa” e che non è ammesso alcun allentamento.
Il secondo elemento decisivo riguarda il perimetro di questa linea politica, che non è limitata all’apparato civile, ma include in modo esplicito il sistema militare. Sullo stesso argomento, Xinhua riporta anche che Xi ha chiesto di “vincere con determinazione la guerra prolungata e complessiva contro la corruzione”, insistendo sull’idea che la rigorosa governance del Partito deve attraversare tutti i livelli e tutti i settori, con enfasi anche sugli apparati strategici dello Stato. In altre parole, il messaggio è che il principio della “disciplina totale” non conosce zone franche, neppure ai vertici della catena di comando.
Da questo punto di vista, il caso Zhang-Liu non è isolabile dal percorso recente. La stessa macchina istituzionale aveva già mostrato di poter intervenire su figure militari di primissimo piano: la stampa cinese aveva riferito, ad esempio, della sospensione di Miao Hua per sospette gravi violazioni disciplinari e legali, specificando che il procedimento era stato avviato dall’autorità disciplinare e di supervisione della CMC. Il dato politico, dunque, è una continuità di metodo: centralizzazione del controllo, attivazione di canali disciplinari interni al sistema Partito-Forze armate, e successivo eventuale trasferimento su piano giudiziario quando necessario.
Quali possono essere allora, in termini analitici, le ragioni di fondo dietro le nuove indagini? La prima è la natura stessa del modello politico cinese, in cui l’affidabilità politica del comando militare è trattata come componente essenziale della sicurezza nazionale. Se la corruzione erode la catena fiduciaria tra vertice politico e vertice operativo, il problema non è solo etico o amministrativo, ma strategico. La seconda ragione è legata alla fase di trasformazione dell’EPL: più crescono complessità tecnologica, integrazione interforze e programmi ad alta intensità di capitale, più il rischio corruttivo diventa un problema di performance militare oltre che di legittimità politica. La terza ragione è interna al ciclo di governance inaugurato da Xi: dimostrare che il principio “nessuno è intoccabile” continua a valere anche quando i nomi coinvolti sono tra i più alti del sistema.
In questo senso, la logica non è soltanto punitiva, ma anche preventiva e sistemica. Nella comunicazione ufficiale del Partito e dello Stato ritorna spesso la formula della lotta integrata “non osare corrompersi, non poter corrompersi, non voler corrompersi”, cioè una combinazione di deterrenza, vincoli istituzionali e trasformazione della cultura organizzativa. Trasposta nel settore militare, questa formula implica che l’anticorruzione non serva solo a rimuovere individui sospettati, ma a rafforzare i processi di controllo delle filiere decisionali, tracciabilità negli acquisti, responsabilità multilivello, verifica permanente dei comportamenti di comando.
Dal punto di vista della politica, interna, poi la leadership rafforza la propria credibilità verso la base del Partito e verso l’opinione pubblica: l’idea è che la stabilità non si difenda proteggendo i vertici in quanto tali, ma colpendo deviazioni anche quando toccano livelli apicali. Allo stesso tempo, ogni indagine di questo calibro produce inevitabilmente un momento di stress istituzionale, perché costringe a riequilibri rapidi nelle funzioni decisionali più sensibili. La tenuta del sistema dipende allora dalla capacità di combinare fermezza disciplinare e continuità amministrativa, evitando sia il lassismo sia la paralisi.
Sul piano militare, l’effetto immediato è una maggiore attenzione alla continuità della catena di comando. In un contesto di competizione strategica internazionale crescente, Pechino ha interesse a impedire che l’anticorruzione venga percepita come segnale di indebolimento operativo. La narrativa ufficiale tende anzi a sostenere il contrario: la pulizia disciplinare è presentata come condizione necessaria per aumentare efficacia, prontezza e affidabilità delle forze. Anche la stampa di partito insiste che il rigore nella costruzione del Partito e nello stile di lavoro è una garanzia per obiettivi di sviluppo di lungo periodo, non un ostacolo. Applicato all’ambito militare, questo principio implica che disciplina e capacità combattiva siano viste come variabili convergenti.
Insomma, per chi legge abitualmente la stampa occidentale, i corruzione ai vertici militari cinesi vengono generalmente interpretati come segnale di fragilità; al contrario, gli analisti cinesi li considerano come una prova di capacità autocorrettiva del sistema. Il fatto stesso che i procedimenti vengano annunciati pubblicamente da canali istituzionali statali indica la volontà di gestire la crisi in cornice normativa, non in opacità. Del resto, la credibilità di una grande potenza non dipende dall’assenza assoluta di scandali, ma da come li affronta, con quali strumenti e con quale coerenza temporale.
In definitiva, le indagini su Zhang Youxia e Liu Zhenli sembrano confermare che la campagna anticorruzione sotto Xi Jinping è entrata in una fase di istituzionalizzazione avanzata: meno eccezionalità mediatica, più integrazione nei meccanismi ordinari di governo politico-amministrativo e militare. Le autorità cinesi continuano a presentare la disciplina come architrave della sicurezza nazionale e della modernizzazione, e a trattare la corruzione come rischio sistemico da contenere con strumenti permanenti, non con interventi una tantum. Nella Cina contemporanea l’anticorruzione, dunque, non è una campagna collaterale, bensì un meccanismo centrale di costruzione del potere statale e militare.
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