La Cina rappresenta una minaccia per la Groenlandia?

Washington sostiene di voler “controllare” la Groenlandia per fermare presunte minacce cinesi e russe, ma i dati e le autorità danesi smentiscono. La presenza cinese sull’isola è minima e limitata al commercio ittico, non alla sicurezza.

di Pei Si (Global Times) – 22 gennaio 2026

Dall’inizio del 2026, gli Stati Uniti hanno ripetutamente affermato di dover assumere il controllo della Groenlandia per prevenire minacce provenienti da Cina e Russia, sostenendo che vi sarebbero navi cinesi e russe “dappertutto” al largo della Groenlandia. Ma qual è la realtà? Qual è l’effettiva presenza della Cina in Groenlandia? E la Cina rappresenta davvero una minaccia per la Groenlandia?

Sulla base di informazioni provenienti da varie fonti, la Cina attualmente non ha istituzioni ufficiali in Groenlandia, né progetti di investimento, né aziende residenti. Vi sono soltanto circa 30 lavoratori cinesi impiegati in aziende ittiche groenlandesi. La cooperazione tra Cina e Groenlandia è in gran parte limitata al commercio, in particolare dei prodotti ittici. Nel 2025, l’interscambio commerciale bilaterale tra Cina e Groenlandia ha raggiunto i 429 milioni di dollari, di cui le esportazioni groenlandesi verso la Cina ammontavano a 420 milioni di dollari, soprattutto gamberi artici, halibut (ippoglosso, ndt), merluzzo, aragoste e altri frutti di mare. Le importazioni groenlandesi dalla Cina sono state pari a 9 milioni di dollari, costituite in larga misura da beni di consumo quotidiano.

Non sono molti neppure i turisti cinesi che visitano la Groenlandia. Sebbene l’isola vanti paesaggi naturali straordinari, non è facile raggiungerla dalla Cina e resta una destinazione di nicchia per i viaggiatori cinesi. Nel 2024 soltanto circa 3.500 turisti cinesi hanno visitato la Groenlandia.

Le affermazioni secondo cui vi sarebbero navi cinesi ovunque nelle acque vicine alla Groenlandia, o secondo cui la Groenlandia sarebbe esposta a una presunta “minaccia cinese”, risultano ancora più prive di fondamento. Il 16 gennaio, Søren Andersen, maggior generale del Comando Artico Congiunto della Danimarca in Groenlandia, ha respinto tali accuse in un’intervista, dichiarando chiaramente che “non c’erano navi cinesi o russe vicino alla Groenlandia”. Anche i dati di tracciamento delle imbarcazioni di MarineTraffic e LSEG non mostrano alcuna presenza di navi cinesi nelle vicinanze della Groenlandia. Il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha ripetutamente chiarito ai media che non esiste una “minaccia immediata” da parte della Cina. Rasmus Jarlov, presidente della commissione parlamentare danese per la difesa, è stato ancora più diretto: l’affermazione secondo cui vi sarebbe “una grande minaccia da Cina e Russia contro la Groenlandia” è delirante.

Sia in termini di fatti sia in termini di politica, la Cina non rappresenta una minaccia per la Groenlandia. In realtà, la Cina è stata sottoposta a restrizioni ingiuste proprio in quel contesto. Rasmussen ha riconosciuto apertamente che il governo danese in passato ha utilizzato misure amministrative per porre il veto alla partecipazione di imprese cinesi all’ampliamento degli aeroporti groenlandesi e a progetti minerari, e ha già istituito un meccanismo di controllo degli investimenti che in futuro non permetterà investimenti cinesi in Groenlandia. Che simili sacrifici nei confronti della Cina possano comprare un “lasciateci in pace” da parte degli Stati Uniti è altamente dubbio e, in ogni caso, difficilmente meritevole di rispetto.

È evidente che le attuali tensioni nell’Artico derivano principalmente dalle azioni di un determinato Paese che avanza pretese in violazione del diritto internazionale e degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Al contrario, nel suo Libro bianco del 2018 sulla politica artica, la Cina ha dichiarato esplicitamente che “tutti gli Stati dovrebbero rispettare i trattati internazionali come la Carta delle Nazioni Unite e la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), nonché il diritto internazionale generale. Dovrebbero rispettare la sovranità, i diritti sovrani e la giurisdizione di cui godono gli Stati artici in questa regione, e rispettare la tradizione e la cultura dei popoli indigeni”.

Il 12 gennaio, la portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha ulteriormente sottolineato in una conferenza stampa regolare: “L’Artico riguarda gli interessi comuni della comunità internazionale. Le attività della Cina nell’Artico mirano a promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile della regione. Esse sono conformi al diritto internazionale. Il diritto e la libertà degli Stati di svolgere attività nell’Artico in conformità alla legge devono essere pienamente rispettati. Gli Stati Uniti non dovrebbero usare altri Paesi come pretesto per perseguire interessi egoistici”.

Dal punto di vista della Cina, il futuro dell’Artico non dovrebbe essere un campo di battaglia per la rivalità geopolitica, ma una regione a bassa tensione per la cooperazione internazionale sul cambiamento climatico e sullo sviluppo sostenibile. Le affermazioni secondo cui “la Cina minaccia la Groenlandia” sono semplicemente troppo assurde per meritare una smentita.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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