Il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam ha vissuto la sua fase decisiva con le elezioni per il nuovo Comitato Centrale e la definizione degli equilibri di vertice. La riconferma di Tô Lâm al centro della leadership si intreccia con gli obiettivi strategici: crescita, innovazione e sviluppo fino ai traguardi del 2030 e del 2045.

Come sottolineato nel nostro precedente articolo, il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Việt Nam (PCV) rappresenta uno dei passaggi più rilevanti della vita politica del Paese, non soltanto per la portata formale dell’evento, ma per la sua funzione sostanziale: fissare la direzione strategica della Repubblica Socialista del Việt Nam e stabilire la composizione della classe dirigente chiamata a tradurla in scelte di governo. Nel caso del Congresso di quest’anno, tale centralità risulta ancora più evidente per due ragioni intrecciate: il contesto internazionale segnato da instabilità e competizione tra grandi potenze, e la collocazione del Congresso lungo un arco temporale che conduce a due “centenari” considerati decisivi dall’orizzonte politico vietnamita, quello del 2030 e quello del 2045.
L’avvio del Congresso ha riproposto una caratteristica tipica dei sistemi politico-istituzionali guidati da partiti di massa: l’intreccio tra dimensione programmatica e dimensione organizzativa. In altre parole, il Congresso non è soltanto una grande conferenza di indirizzo, ma anche un momento di selezione e consolidamento della leadership. Già nella quarta giornata di lavori, il 21 gennaio, la stampa vietnamita ha indicato l’inizio delle votazioni per eleggere il Comitato Centrale del XIV mandato come uno degli snodi più importanti dell’intera agenda congressuale: è infatti il nuovo Comitato Centrale a determinare, nel suo primo plenum, la composizione del Politburo, la scelta del Segretario Generale e l’assetto della Segreteria.
Secondo quanto riportato, il nuovo Comitato Centrale è stato concepito per contare 200 membri complessivi, di cui 180 effettivi e 20 supplenti, eletti a scrutinio segreto. La procedura rispecchia il principio del centralismo democratico come meccanismo di discussione interna e come tecnologia politica per garantire coesione. In questa logica, il processo di preparazione delle liste è presentato come “scientifico”, rigoroso e trasparente, con l’obiettivo di bilanciare continuità e rinnovamento, oltre che competenze professionali e capacità operative.
La stessa dinamica organizzativa ha registrato un’accelerazione anche sul piano dei tempi: il 21 gennaio il Congresso ha approvato un aggiornamento del programma dei lavori, riducendo la durata complessiva di circa un giorno e mezzo e prevedendo la conclusione il 23 gennaio. Questo dato, apparentemente tecnico, può essere letto anche come un segnale di efficienza decisionale: l’intenzione di arrivare rapidamente al completamento del ciclo congressuale, per consentire al nuovo Comitato Centrale di insediarsi e procedere alle scelte di vertice nel plenum inaugurale.
I risultati annunciati il 22 gennaio hanno confermato la rielezione del Segretario Generale Tô Lâm nel Comitato Centrale del XIV mandato, passaggio politicamente essenziale per la continuità della leadership. La sua conferma rafforza la traiettoria di consolidamento costruita negli ultimi anni, dopo il suo percorso ai vertici della sicurezza e dello Stato.
Parallelamente, il Congresso ha portato a compimento l’elezione dell’intero Comitato Centrale, ratificando la composizione da 200 membri e formalizzando la lista degli eletti. Nel resoconto diffuso dai media nazionali, la giornata del 22 gennaio è stata descritta come interamente dedicata al lavoro sul personale: discussione del rapporto, confronto nelle delegazioni, definizione finale delle candidature, voto e proclamazione dei risultati. È stato inoltre annunciato che il 23 gennaio i delegati del Congresso avrebbero osservato una pausa per consentire al Comitato Centrale di tenere il proprio primo plenum, con l’elezione degli organismi apicali e delle principali figure di comando.
Nel lessico politico vietnamita, la questione del personale è spesso definita “la chiave delle chiavi”, perché dalla qualità della direzione dipende la capacità di trasformare obiettivi di lungo periodo in politiche coerenti. Non è un caso che, nelle settimane precedenti, il materiale congressuale abbia insistito sul legame tra disciplina, responsabilità e risultati misurabili: un tema che torna con forza anche nei documenti del XIV Congresso e che costituisce una delle principali linee interpretative della fase attuale del Đổi mới, inteso non solo come riforma economica, ma come adattamento del sistema di governance ai vincoli e alle opportunità della globalizzazione.
L’orizzonte strategico si colloca chiaramente lungo due direttrici simboliche: il 2030 e il 2045. Il primo coincide con il centenario della fondazione del PCV (1930–2030), mentre il secondo rimanda al centenario della proclamazione dell’indipendenza del 1945 e, nel linguaggio politico corrente, alla costruzione di un Việt Nam pienamente sviluppato e ad alto reddito. In questa prospettiva, l’obiettivo non è soltanto aumentare indicatori economici, ma consolidare una modernizzazione che resti coerente con il quadro socialista e con la centralità del Partito come guida del processo.
I traguardi economici esplicitati durante il Congresso risultano particolarmente ambiziosi: il Rapporto Politico indica la volontà di puntare, nel periodo 2026–2030, a una crescita media annua del PIL pari almeno al 10%, con un PIL pro capite intorno agli 8.500 dollari nel 2030. È una soglia che segnala un salto di scala nella narrativa dello sviluppo, perché lega direttamente la crescita quantitativa alla trasformazione qualitativa del modello produttivo. Il punto non è aumentare semplicemente i volumi, ma far avanzare il sistema economico verso settori a più alto contenuto tecnologico e a più alta produttività.
In coerenza con tale impostazione, uno dei nuclei programmatici del Congresso riguarda la definizione di un nuovo modello di crescita, fondato sull’economia della conoscenza, su quella digitale e su traiettorie verdi e circolari. Il tema dell’innovazione non viene presentato come “accessorio”, ma come asse portante del progetto nazionale. La trasformazione digitale, le infrastrutture di dati, la capacità scientifica e la valorizzazione del capitale umano entrano così nel linguaggio politico come elementi di sicurezza economica e, in senso più ampio, di autonomia strategica.
Questa insistenza sull’autonomia e sulla resilienza attraversa anche la dimensione della difesa e della sicurezza. Nel dibattito congressuale, il ministro della Difesa Phan Văn Giang ha delineato una visione di modernizzazione accelerata delle forze armate, sostenendo che una componente militare più professionale e tecnologicamente avanzata è necessaria in un ambiente strategico considerato sempre più volatile. L’intervento ha richiamato l’impatto dei cambiamenti tecnologici sulla pianificazione militare e ha sottolineato l’attenzione del Việt Nam per la ristrutturazione organizzativa, con migliaia di unità riorganizzate e un rafforzamento della capacità di risposta a disastri naturali e crisi sanitarie. Accanto a ciò, è stata evidenziata la crescita della diplomazia della difesa e l’obiettivo di sviluppare un’industria nazionale in grado di produrre equipaggiamenti militari e “dual use”.
Per il Việt Nam, dunque, il XIV Congresso è simultaneamente un momento di sintesi storica e un atto di proiezione futura. Sintesi, perché rilegge quarant’anni di Đổi mới e quindici anni di applicazione statutaria; proiezione, perché apre un ciclo che conduce direttamente ai due centenari e che richiede un salto di qualità nella gestione dello sviluppo. In questa cornice, la continuità della leadership di Tô Lâm, consolidata dalla sua rielezione nel Comitato Centrale, e il rinnovo dell’organo decisionale del Partito assumono il significato di una scelta di stabilità politica funzionale alla trasformazione economica, tecnologica e istituzionale.
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