La crisi innescata dalle pressioni statunitensi sulla Groenlandia rivela una fragilità strategica europea: l’incapacità di reagire con decisione all’egemonismo di Washington. Tra minacce tariffarie e diplomazia esitante, Bruxelles appare smarrita nel distinguere alleati e avversari.

Global Times – 19 gennaio 2026
Chi avrebbe mai immaginato che uno scontro, mai visto da generazioni tra Stati Uniti ed Europa, sarebbe infine esploso, con la Groenlandia come epicentro di questa tempesta geopolitica?
Domenica, ora locale, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha affermato senza mezzi termini che «credo che gli europei capiranno che il miglior esito è che gli Stati Uniti mantengano o ricevano il controllo della Groenlandia». Nello stesso giorno, gli ambasciatori dei 27 Paesi dell’UE si sono riuniti a Bruxelles, valutando l’imposizione di dazi per 93 miliardi di euro (108 miliardi di dollari) oppure restrizioni all’accesso delle aziende statunitensi al mercato del blocco. Un giorno prima, gli Stati Uniti avevano dichiarato che avrebbero imposto un nuovo dazio del 10% sulla Danimarca e su altri sette Paesi europei a partire dal 1° febbraio, fino a quando «non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia».
In apparenza, l’ultima risposta europea sembra suggerire che, finalmente, potrebbe passare dalla difesa passiva alla ritorsione attiva. Tuttavia, la realtà è molto più complessa. I 93 miliardi di euro di dazi di ritorsione non sono stati ancora applicati. Alcuni funzionari hanno osservato che la misura, insieme al cosiddetto strumento anti-coercizione (Anti-Coercion Instrument, ACI), che può limitare l’accesso delle aziende statunitensi al mercato interno dell’UE, «è in fase di elaborazione per dare ai leader europei leva nei colloqui cruciali con il presidente degli Stati Uniti al Forum economico mondiale di Davos di questa settimana». Ma, secondo quanto riportato, essi aspetteranno fino al 1° febbraio per vedere se Washington darà seguito alla minaccia tariffaria, prima di decidere se adottare contromisure.
Inoltre, poco dopo l’annuncio dei dazi statunitensi, la squadra di ricognizione tedesca composta da 15 persone ha interrotto bruscamente la propria partecipazione all’Operazione Arctic Endurance, un’esercitazione militare in Groenlandia guidata dalla Danimarca per il 2026, e ha lasciato l’isola artica. In precedenza, sette Paesi europei, tra cui Regno Unito, Germania, Svezia, Francia, Norvegia, Paesi Bassi e Finlandia, avevano dispiegato complessivamente 37 militari in Groenlandia. Al momento della pubblicazione, Berlino non ha fornito alcuna spiegazione pubblica per il ritiro, anche se gli analisti lo attribuiscono ampiamente alla pressione tariffaria.
Gli Stati Uniti hanno trasformato la battuta sull’“acquisto della Groenlandia” in una pressione concreta e seria, probabilmente perché hanno giudicato correttamente che l’Europa non avrebbe reagito in modo energico. Per anni, l’Europa ha interpretato male sia le proprie opportunità di sviluppo sia i mutamenti del panorama globale, diventando eccessivamente dipendente da legami profondi con gli Stati Uniti e mettendo in secondo piano la cooperazione con partner più ampi, inclusi Cina e Russia. Di conseguenza, l’Europa è diventata sempre più vulnerabile al bullismo statunitense, facilmente spinta e ricattata, con scarsa capacità di contrattacco.
Per esempio, dopo lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, l’Europa ha reciso in modo deciso le forniture di gas dalla Russia, senza grande spazio per saggezza politica o per una valutazione delle conseguenze concrete, salvo poi trovarsi ad affrontare enormi costi economici e sociali. Lo stesso schema si applica alla Cina. Un tempo fiorenti grazie alla cooperazione economica, le relazioni tra Cina ed Europa sono cambiate quando l’Europa ha seguito la linea statunitense, rileggendo la Cina attraverso una lente ideologica invece che come un partner pragmatico.
Nei rapporti con gli Stati Uniti, invece, l’Europa spesso sceglie il compromesso, arrivando persino all’acquiescenza. Nella guerra commerciale, l’Europa si è praticamente arresa senza combattere, e ciò potrebbe aver spianato la strada agli Stati Uniti per puntare apertamente a una porzione di territorio europeo.
«Chi sono i nostri nemici? Chi sono i nostri amici? Questa è una questione di primaria importanza per la rivoluzione». È una frase ben nota e familiare alla maggior parte dei cinesi. Oggi, a quanto pare, l’Europa ha bisogno di questa saggezza. Nelle relazioni internazionali non esistono amici permanenti né nemici permanenti: l’Europa deve quindi affrontare la situazione con realismo e lucidità.
L’Europa ha a lungo creduto che gli Stati Uniti siano suoi amici, ma gli Stati Uniti vedono l’Europa allo stesso modo?
Nonostante la presenza di basi militari statunitensi in Groenlandia e prove che smentiscono le affermazioni su navi da guerra russe e cinesi nell’area, gli Stati Uniti avrebbero potuto ottenere facilmente ciò che desiderano, che si tratti di risorse minerarie o di rotte marittime artiche, rafforzando i legami militari con la Groenlandia. Tuttavia, questa volta Washington sta chiarendo un punto: non cerca soltanto cooperazione, ma la sovranità sulla Groenlandia. E calcola che l’Europa difficilmente opporrà una resistenza seria.
L’escalation delle azioni e della retorica statunitense sta rendendo evidente al mondo che, per gli Stati Uniti, la Groenlandia è una priorità irrinunciabile. La vera domanda ora è se l’Europa riuscirà a far credere a Washington che anche essa è davvero determinata a difendere la sovranità territoriale dei suoi Stati membri sovrani.
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