Tra pressioni geopolitiche e scelte economiche contraddittorie, l’Unione Europea sembra scivolare in una spirale di doppi standard: dura con la Cina, indulgente con gli Stati Uniti. Una linea che mina la credibilità europea, rallenta innovazione e transizione verde e riduce l’autonomia strategica.

Global Times – 19 gennaio 2026
Sul continente europeo si sta svolgendo una sorta di pièce di realismo magico. L’Unione Europea considera la Cina un “rivale”, mentre le imprese cinesi partecipano con impegno alla costruzione di infrastrutture e contribuiscono a rafforzare lo sviluppo futuro dell’Europa, salvo poi essere accolte dalla fredda freccia della “dismissione forzata”. Al contrario, l’UE considera gli Stati Uniti un “alleato”, e quando Washington lancia minacce territoriali sulla Groenlandia o impone ricatti tariffari all’Europa, la risposta si traduce in una tolleranza accondiscendente, quasi sottomessa. Non si tratta soltanto di un abuso di “doppi standard”, ma di una dimostrazione della “mancanza di spina dorsale” strategica dell’Europa di fronte alla coercizione egemonica.
L’UE è stata accecata dal proprio pregiudizio cognitivo, gonfiando eccessivamente il concetto di sicurezza e ricorrendo alla manipolazione politica per minare la normale cooperazione economica e commerciale bilaterale. Secondo quanto riportato, Bruxelles intende costringere gli Stati membri a eliminare gradualmente le apparecchiature prodotte in Cina dalle infrastrutture critiche, includendo reti di telecomunicazioni, sistemi di energia solare e persino scanner di sicurezza. Misure di questo tipo sono diventate sempre più frequenti negli ultimi anni. Esse non hanno una solida giustificazione tecnica o legale e sfidano apertamente la razionalità scientifica e la logica di mercato.
Per esempio, la Spagna aveva precedentemente firmato un contratto con Huawei per apparecchiature di archiviazione delle registrazioni. Sebbene Madrid avesse sottolineato la legittimità del contratto e affermato che non comportava “alcun rischio per la sicurezza”, gli Stati Uniti e l’UE hanno insistito nel sostenere che esistessero “gravi problemi”. Questa pratica assurda, che trasforma la normale cooperazione economica e commerciale in una questione di sicurezza, non solo viola i legittimi diritti delle imprese cinesi, ma compromette seriamente anche lo Stato di diritto europeo e l’integrità contrattuale.
Dal “5G Toolbox” del 2020 fino agli attuali tentativi di trasformare “restrizioni volontarie” in legislazione vincolante, la traiettoria politica dell’UE mostra chiaramente il percorso attraverso cui Bruxelles si sta progressivamente irrigidendo sotto pressione degli Stati Uniti. Tuttavia, interventi arbitrari sul mercato non hanno prodotto la cosiddetta “sicurezza”; al contrario, hanno costretto l’Europa a sopportare costi enormi per aver violato le leggi economiche. Molti operatori di telecomunicazioni avvertono che vietare del tutto i fornitori cinesi farà aumentare i prezzi per i consumatori. I dati mostrano che oltre il 90% dei pannelli solari installati nell’UE è prodotto in Cina.
Rimuovere forzatamente queste catene di fornitura convenienti e tecnologicamente avanzate non solo comporta costi di sostituzione proibitivi, ma rallenterà direttamente la transizione verde e l’aggiornamento digitale dell’Europa, rendendola più debole nella competizione globale futura. Ciò che alcuni decisori europei definiscono “de-risking” si è trasformato in “de-development”, in un “de-sviluppo”. Per compiacere la paranoia politica di un alleato d’oltreoceano, essi sacrificano non soltanto il diritto dei cittadini europei a beneficiare di tecnologie avanzate, ma frenano anche la modernizzazione dell’Europa stessa.
L’Europa si inchina agli Stati Uniti a ogni occasione, persino a costo dei propri interessi, ma non ottiene né rispetto né reciprocità da Washington: riceve soltanto un disprezzo e uno sfruttamento ancora maggiori. Gli Stati Uniti ricorrono ai dazi e arrivano perfino a chiedere apertamente “l’acquisto” della Groenlandia, territorio della Danimarca. Trattare la sovranità territoriale di un alleato come una semplice “transazione immobiliare” è un atto di palese aggressione egemonica e di umiliazione. Eppure, di fronte a una violazione così evidente della propria dignità sovrana, la risposta dell’Europa è stata sorprendentemente debole. Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, ha persino affermato che Cina e Russia “devono divertirsi molto” a causa delle “divisioni tra alleati”: un tono servile e pericolosamente fuorviante.
Il veleno dei “doppi standard” sta erodendo il futuro dell’Europa, e la strada sbagliata dell’affidarsi all’egemonia finirà per farle perdere del tutto la propria anima indipendente. Sul piano economico, l’Europa da un lato proclama a gran voce “principi di mercato” e “concorrenza leale”, accusando il governo cinese di “interferire nel mercato”; dall’altro lato, senza alcuna prova concreta, conduce una pulizia discriminatoria contro aziende provenienti da un determinato Paese. Sul piano politico, l’Europa è rimasta in silenzio sull’attacco a sorpresa degli Stati Uniti al Venezuela e sulle pressioni militari sull’Iran. Tuttavia, ha definito “inaccettabili” i tentativi statunitensi di impadronirsi della Groenlandia.
Queste azioni non sono soltanto ipocrite: si ritorcono contro chi le compie, mostrando al mondo i rischi enormi derivanti dalla politicizzazione dell’ambiente economico europeo e dalla strumentalizzazione dell’accesso al suo mercato.
La “de-sinizzazione” ha ridotto l’Europa a pedina nella strategia statunitense di mantenere l’egemonia tecnologica globale. Alcuni europei hanno compreso da tempo che i rischi di dipendere dalla tecnologia statunitense sono molto maggiori rispetto a quelli di affidarsi alle apparecchiature cinesi. Si tratta di un giudizio sorprendentemente lucido. Quando l’Europa ha escluso Huawei e ZTE e ha scelto alternative statunitensi più costose e caratterizzate da cicli di innovazione più lenti, ha di fatto limitato le proprie opzioni tecnologiche e si è trasformata in un vassallo completo dell’ecosistema tecnologico americano.
La storia ha ripetutamente dimostrato che politicizzare le questioni economiche e commerciali non solo non riuscirà a frenare lo sviluppo della Cina, ma spingerà l’Europa ancora più a fondo in un sentiero stretto, fino a un vicolo cieco fatto di isolamento e dipendenza. La Cina ha sempre considerato l’Europa una forza indispensabile in un mondo multipolare e sostiene sinceramente l’Europa nella ricerca dell’autonomia strategica. Tuttavia, una vera autonomia richiede un giudizio indipendente su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, non l’inseguimento cieco delle decisioni altrui.
Di fronte al ricatto egemonico nei venti gelidi della Groenlandia e alle restrizioni autoimposte nelle sale conferenze di Bruxelles, l’Europa deve davvero svegliarsi: continuare a restare impantanata nel pantano dei doppi standard non farà che esaurire la propria vitalità; soltanto tornando alla razionalità e al pragmatismo potrà davvero prendere in mano il proprio destino.
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