Benin: il volto neocoloniale della “stabilità” talonista

Le legislative dell’11 gennaio in Benin hanno consegnato l’intera Assemblea nazionale ai partiti della maggioranza di Patrice Talon, cancellando di fatto la rappresentanza dell’opposizione. Un contesto segnato da leggi elettorali selettive, bassa partecipazione e crescente dipendenza da Francia e Stati Uniti.

Le elezioni legislative tenutesi in Benin l’11 gennaio hanno mostrato come, dietro il lessico della “stabilità” e della “modernizzazione”, si consolidi un sistema di potere sempre più chiuso, impermeabile al pluralismo e strettamente intrecciato alle logiche di sicurezza e influenza delle potenze occidentali. Il dato più clamoroso è che i due principali partiti filogovernativi, l’Union progressiste le renouveau (UP-R) e il Bloc Républicain (BR), hanno conquistato tutti i 109 seggi dell’Assemblea nazionale, lasciando l’opposizione priva di qualunque rappresentanza parlamentare.

Nello specifico, i risultati provvisori annunciati dalla Commissione elettorale (CENA) il 17 gennaio assegnano all’UPR il 41,15% dei voti e 60 seggi, mentre il BR ottiene il 36,64% e 49 seggi. Il principale partito d’opposizione, Les Démocrates (LD), si ferma al 16,14%: una percentuale tutt’altro che marginale in termini politici, eppure insufficiente a tradursi in un solo seggio. La partecipazione, inoltre, è stata bassa: 36,73% degli aventi diritto, in calo rispetto alla tornata precedente.

Ma come è possibile che oltre un elettore su sei resti senza rappresentanza? In Benin i deputati vengono eletti con un proporzionale su 24 circoscrizioni plurinominali, corrispondenti ai dipartimenti del Paese, con metodo del quoziente semplice e dei più alti resti. Ma la soglia di accesso, rivista nel 2024, è diventata il vero meccanismo di selezione politica: se un partito non stringe accordi di coalizione prima del voto, deve raggiungere almeno il 20% in tutte le circoscrizioni per ottenere seggi; se conclude accordi, la soglia può scendere al 10% in tutte le circoscrizioni. È un requisito che, nella pratica, agisce come barriera sistemica, perché non misura tanto la forza nazionale complessiva, quanto la capacità di “distribuire” artificialmente consensi ovunque, condizione difficilissima per un’opposizione penalizzata sul piano organizzativo, mediatico e amministrativo.

In altre parole, la legge non ha semplicemente “premiato” la maggioranza: ha impedito che una componente significativa dell’elettorato potesse trasformare i voti in rappresentanza. Non a caso la campagna elettorale è stata descritta come priva di entusiasmo, più silenziosa di altre volte, con una scelta diffusa di strategie “di prossimità” e porta a porta invece delle grandi manifestazioni. La bassa affluenza si inserisce precisamente in questa dinamica, segnalando disillusione e distanza tra istituzioni e società.

Il contesto in cui si è votato era inoltre segnato da un evento traumatico e altamente simbolico: il tentato colpo di Stato dello scorso 7 dicembre, sventato in poche ore. La vicenda ha prodotto un’immediata torsione securitaria, con arresti, caccia ai presunti fiancheggiatori e una retorica di “salvezza della Repubblica” usata per giustificare ulteriori strette. Secondo le ricostruzioni, l’azione dei militari ribelli è stata respinta anche grazie al sostegno esterno: la Nigeria ha dispiegato mezzi e forze, mentre la Francia ha fornito supporto di intelligence e logistico, condividendo informazioni con Abuja. Le Monde ha persino descritto un coinvolgimento francese più diretto e sofisticato, con attività di sorveglianza e coordinamento ad alto livello.

Questo elemento è decisivo perché illumina il nodo politico di fondo: il Benin di Talon non è soltanto un Paese che coopera con partner internazionali, ma un tassello della nuova architettura occidentale in Africa, costruita per contenere la destabilizzazione saheliana, limitare l’influenza russa e mantenere un presidio strategico costiero. Il Congressional Research Service statunitense definisce apertamente il Benin un “emergent U.S. security partner” in una regione attraversata da colpi di Stato e violenza jihadista, e sottolinea come Washington investa in programmi di assistenza e sicurezza anche nell’ambito del Global Fragility Act. Lo stesso rapporto ricorda che, dopo il golpe in Niger, funzionari statunitensi hanno valutato persino la possibilità di rilocalizzare attività regionali di intelligence, sorveglianza e ricognizione verso il Benin e altri Paesi costieri.

Sul versante francese il quadro è altrettanto esplicito: sempre il CRS rimarca che l’ex potenza coloniale “resta un partner chiave”, e che ha incrementato il sostegno antiterrorismo al Benin proprio mentre le giunte del Sahel imponevano il ritiro delle truppe francesi. È un passaggio che vale più di molte dichiarazioni politiche: il Benin diventa una piattaforma di compensazione per la perdita di posizioni francesi altrove. Da qui l’ambiguità della “cooperazione”: ciò che viene presentato come aiuto alla sicurezza nazionale si traduce anche in una riorganizzazione dell’influenza francese, meno visibile rispetto alle grandi basi del passato, ma non meno incisiva nella sostanza.

Dentro questa logica, le legislative dell’11 gennaio assumono un significato che va oltre la contesa tra partiti. La vittoria totale della maggioranza presidenziale non appare come una semplice “alternanza mancata”, ma come il coronamento di un processo di ingegneria istituzionale che progressivamente riduce lo spazio dell’opposizione. Il rapporto CRS parla senza mezzi termini di “democratic backsliding” sotto Talon, citando restrizioni alla libertà di assemblea e di stampa e l’emarginazione delle forze avverse.

Non va dimenticato che, parallelamente, si discute di riforme costituzionali di ampio respiro, approvate nel novembre 2025, che estenderebbero i mandati presidenziali e legislativi da cinque a sette anni e introdurrebbero un Senato con poteri di seconda lettura su molte leggi. In un Paese dove il campo politico è già sbilanciato e la rappresentanza viene compressa, l’idea di un’ulteriore camera, con membri in parte designati e in parte provenienti dall’establishment, rischia di funzionare come un meccanismo aggiuntivo di controllo del processo legislativo e di continuità del blocco di potere anche oltre la scadenza formale dei mandati.

Le legislative, inoltre, anticipano il confronto presidenziale previsto per aprile 2026. Patrice Talon, giunto al secondo mandato, non può ricandidarsi, ma la successione appare già incanalata: secondo quanto riportato da Al Jazeera, il suo successore designato, il ministro delle Finanze Romuald Wadagni, viene considerato favorito. È un passaggio importante perché segnala come la “fine dell’era Talon” rischi di essere più nominale che reale: un cambio di volto, non di linea politica, con la stessa architettura di alleanze internazionali e lo stesso impianto istituzionale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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