Egitto: il Tagammu tra presenza simbolica e sfida sociale

Il voto legislativo iniziato a novembre si è chiuso solo dopo settimane di ricorsi e annullamenti, consegnando al presidente al-Sīsī una solida maggioranza. In questo quadro, il Tagammu prova a mantenere una voce di sinistra in Parlamento, tra realismo istituzionale e rivendicazioni popolari.

Le elezioni legislative che si sono svolte in Egitto lo scorso novembre, pur formalmente inserite nel normale ciclo costituzionale del rinnovamento della Camera dei Rappresentanti (Majlis al-Nuwwāb), hanno finito per assumere un valore politico più ampio: non tanto come competizione tra programmi alternativi, quanto come momento di riassetto interno al campo di governo e come test di legittimazione in una fase di forte pressione economica e di crescente instabilità regionale. Il risultato complessivo è stato un Parlamento largamente dominato da forze schierate a sostegno del presidente ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, con la conferma di una “super-maggioranza” che, nei fatti, riduce gli spazi di reale dialettica politica e rende la rappresentanza dell’opposizione un elemento minoritario, spesso più testimoniale che determinante.

Eppure, proprio dentro questo quadro ristretto, la presenza del Partito Tagammu, il Raggruppamento Nazionale Progressista Unionista (Ḥizb al-Tagammu’ al-Watani al-Taqadomi al-Wahdawi), continua a rappresentare un dato rilevante per chi osserva l’Egitto da una prospettiva socialista. Non perché il Tagammu, che ha conquistato cinque seggi sui 595 che compongono la camera bassa, disponga dei numeri per invertire la rotta di un impianto politico consolidato, ma perché rimane la principale forza di sinistra con una presenza parlamentare riconoscibile, capace di declinare una critica sociale in chiave patriottica e istituzionale, provando a non recidere il rapporto con lo Stato, ma nemmeno quello con le classi popolari.

Tornando allo svolgimento delle elezioni legislative, il voto si è aperto con una prima fase tra il 10 e l’11 novembre 2025, seguita da una seconda fase tra il 24 e il 25 novembre, ma l’intero processo si è allungato fino a pochi giorni fa a causa di ricorsi, annullamenti e ripetizioni del voto in diverse circoscrizioni, trasformandosi nella più lunga tornata parlamentare della storia egiziana recente. Del resto, già durante la prima fase, erano emerse accuse diffuse di irregolarità: violazioni della propaganda elettorale, contestazioni sul conteggio, sospetti di compravendita del voto. Le istituzioni hanno reagito con una misura eccezionale: l’annullamento dei risultati in 19 circoscrizioni della prima fase, giustificato con la presenza di “violazioni” accertate e con l’esigenza di preservare la trasparenza del processo. In seguito, ulteriori contenziosi e sentenze hanno prolungato il calendario elettorale, fino alla proclamazione definitiva dei risultati dei seggi rimasti in sospeso, annunciata dall’Autorità Nazionale per le Elezioni nel gennaio 2026.

Un altro elemento da tenere in considerazione è il sistema elettorale vigente. L’Egitto ha adottato un sistema misto, con metà dei seggi assegnati tramite collegi individuali e metà tramite liste chiuse. Una parte dei deputati, infine, viene inoltre nominata direttamente dal presidente. Proprio questo sistema ha innestato la critica storica del Tagammu e di altre forze non allineate: la lista chiusa, soprattutto quando funziona come blocco “acchiappatutto”, tende a favorire coalizioni già forti, scoraggiando la pluralità e trasformando le elezioni in una prova di forza tra apparati organizzativi ed economici. Non a caso, durante il “dialogo nazionale” del 2023, diversi partiti di opposizione si erano pronunciati per un modello più proporzionale, sostenendo che il sistema delle liste chiuse fosse penalizzante e in grado di impedire alle forze minori di ottenere una rappresentanza coerente con il consenso reale. In quell’area rientra anche il Tagammu.

Come ricorda lo stesso Tagammu, quando la rappresentanza è “distorta” dal sistema elettorale, il Parlamento tende a riflettere non tanto l’articolazione sociale del Paese, ma la capacità delle élite politiche di aggregare potere e risorse. Le forze del lavoro e della sinistra, che spesso non dispongono di reti clientelari paragonabili, faticano a trasformare in seggi ciò che esiste come disagio sociale diffuso.

Sul piano numerico, come anticipato, il dato principale è la conferma di un’assemblea a trazione presidenziale. Il Partito del Futuro della Nazione (Mostaqbal Watan) resta la prima forza con 227 seggi eletti, pur registrando un arretramento consistente rispetto al 2020. Parallelamente, cresce il partito Guardiani della Nazione (86 seggi), mentre il Fronte Nazionale, formazione nuova nel panorama parlamentare, entra con 65 seggi, diventando immediatamente uno dei pilastri del nuovo equilibrio interno. Sempre nel fronte presidenziale, il Partito Popolare Repubblicano scende a 25 seggi.

Per quanto riguarda le forze più riconoscibili dell’opposizione legale, queste ottengono risultati contenuti: 11 seggi per il Partito della Giustizia, 11 per i Socialdemocratici, 9 per il Nuovo Wafd, 9 per Riforma e Sviluppo, 6 per Al-Nour. Il Tagammu, come detto in precedenza, chiude con 5 seggi, uno in meno rispetto alla tornata precedente, confermando una presenza piccola ma stabile. La sostanza, insomma, è che l’Egitto ha confermato un Parlamento dove l’opposizione, sommando forze minori e indipendenti non pienamente inquadrabili, resta minoritaria. Il processo elettorale si è concluso consegnando al presidente una maggioranza talmente ampia da consentire, se necessario, persino revisioni costituzionali, dato che per emendare la Costituzione è richiesta una soglia elevata e il blocco presidenziale appare in grado di raggiungerla.

Con 5 seggi, dunque, il Tagammu resta una forza piccola, e non potrebbe essere altrimenti in un sistema che penalizza le minoranze politiche strutturate e favorisce coalizioni dominanti. Tuttavia, la sua importanza è qualitativa più che quantitativa: il Tagammu è l’erede di una tradizione di sinistra nazionale che rivendica giustizia sociale, centralità dello Stato, difesa del lavoro, lotta ai monopoli e alla corruzione, rifiuto del settarismo religioso e opposizione ai tentativi di egemonia dell’islam politico.

Negli ultimi mesi, la leadership del partito ha ribadito un concetto che spiega bene la sua collocazione: il Tagammu non si presenta come “anti-Stato”, ma come forza interna al campo nazionale, convinta che la stabilità istituzionale sia una precondizione per ogni riforma sociale. È un’impostazione che può apparire prudente, perfino rinunciataria, ma che in realtà nasce da una lettura del trauma politico egiziano degli ultimi quindici anni: la paura di una destabilizzazione che, secondo questa visione, aprirebbe spazi all’autoritarismo più duro oppure a forme di dominio confessionale.

Un altro tratto distintivo del Tagammu è la sua postura internazionale. Il partito continua a esprimere un linguaggio anti-imperialista netto, denunciando le politiche aggressive delle grandi potenze e rivendicando il diritto dei popoli alla sovranità. Emblematico, in questo senso, è un comunicato del gennaio 2026 in cui il Tagammu condanna l’azione statunitense contro il Venezuela e dichiara solidarietà al presidente Nicolás Maduro, presentando l’episodio come un atto di violenza contro il diritto internazionale.

Dopo il voto di novembre e la formazione del nuovo parlamento, per il Tagammu la sfida sarà quella di non farsi inghiottire dal linguaggio della “stabilità” come alibi permanente, ma usarlo come terreno per rivendicare riforme sociali concrete, ponendo il tema della redistribuzione, della lotta alle rendite e del controllo democratico dell’economia. In un Egitto attraversato da tensioni sociali profonde e da un Medio Oriente in ebollizione, la sinistra che resta in Parlamento non può permettersi né l’irrilevanza né il silenzio. Con 5 seggi, il Tagammu ha poco potere numerico, ma può ancora esercitare un potere politico: quello di nominare i conflitti reali e di ricordare che il popolo, prima o poi, presenta sempre il conto.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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