Repubblica Centrafricana, il voto che consacra Touadéra e la svolta contro il neocolonialismo occidentale

Le elezioni del 28 dicembre in Repubblica Centrafricana hanno riconfermato Faustin-Archange Touadéra, ma il dato politico centrale è l’orientamento esterno del suo governo: retorica anti-neocoloniale, rottura con la tradizionale dipendenza da Parigi, nuove alleanze securitarie con Mosca, in sintonia con un più ampio riassetto africano.

Le elezioni generali dello scorso 28 dicembre nella Repubblica Centrafricana hanno consolidato un impianto di potere e una postura internazionale che, negli ultimi anni, si è presentata sempre più come alternativa alla storica “tutela” occidentale e alle sue forme di condizionamento politico, economico e militare. La rielezione di Faustin-Archange Touadéra con il 76,15% dei voti, secondo i risultati provvisori dell’Autorità Nazionale delle Elezioni, è arrivata dentro un quadro nel quale la politica estera è diventata un dispositivo interno di legittimazione: sovranità, sicurezza, fine delle dipendenze e denuncia del neocolonialismo come causa strutturale della fragilità statale.

Il voto stesso è stato reso possibile dalla riforma costituzionale del 2023 che ha eliminato i limiti di mandato e ha portato la durata della presidenza a sette anni. In termini politologici, la scelta ha trasformato la competizione elettorale in un referendum permanente sulla continuità. Partendo dalla critica a questo aspetto, organizzazioni come Human Rights Watch hanno segnalato, nel periodo preelettorale, il rischio che irregolarità, interferenze politiche e pressioni securitarie compromettessero credibilità e inclusività del processo.

Tuttavia, i dati elettorali sono sufficientemente chiari per testimoniare la vittoria di Touadéra, che ha decisamente avuto la meglio sul suo principale oppositore, Anicet-Georges Dologuélé (14,66%), mentre al terzo posto troviamo Henri-Marie Dondra (3,19%). Anche l’affluenza alle urne viene in sostegno del presidente in carica, visto che le prime elezioni dopo la riforma costituzionale hanno fatto registrare una partecipazione del 53,43% degli aventi diritto, in netto aumento rispetto alla precedente tornata, quando aveva votato solo il 35% del corpo elettorale.

Sebbene gli osservatori occidentali, al pari dei leader dell’opposizione, abbiano contestato il risultato, non va dimenticato che Touadéra ha costruito la propria immagine di “difensore della nazione” in un Paese segnato dalla guerra civile dal 2013, rivendicando una stabilizzazione parziale ottenuta grazie a un mix di missione ONU, accordi con gruppi armati e, soprattutto, sostegno militare e di sicurezza di partner non occidentali. Nel giorno del voto, la presenza securitaria a Bangui è stata descritta come massiccia, con un ruolo visibile anche di contractor russi, a dimostrazione di quanto appena detto.

La critica al neocolonialismo e all’imperialismo occidentale, nel discorso pubblico di Touadéra, funziona come spiegazione delle vulnerabilità strutturali e come giustificazione di una “diversificazione” radicale dei partner. All’Assemblea generale delle Nazioni Unite del settembre 2023, Touadéra ha collegato direttamente la povertà del continente africano e persino la pressione migratoria verso l’Europa a una storia di schiavitù, colonizzazione e saccheggio delle risorse, evocando esplicitamente l’imperialismo occidentale come fattore causale di lungo periodo.

In questa prospettiva, le leve occidentali considerate “tecniche” diventano strumenti politici: embarghi, condizionalità, pressioni diplomatiche, campagne mediatiche. Non è un caso che un pilastro della diplomazia centrafricana sia stato, negli ultimi anni, l’allentamento delle restrizioni internazionali sulle armi e la rivendicazione del diritto a ricostruire le proprie forze di sicurezza, tema che Touadéra ha presentato come essenziale per uscire dal circolo vizioso instabilità-dipendenza.

Di conseguenza, la relazione con la Francia, ex potenza coloniale, è diventata negli ultimi anni il simbolo di un mondo che Bangui dichiara di voler superare. Nel 2021, la Francia ha sospeso aiuti e cooperazione militare con la Repubblica Centrafricana, citando, tra le ragioni, campagne di disinformazione contro Parigi e un contesto di crescente influenza russa. Il dato è rilevante perché segna un punto di non ritorno: da allora, la sicurezza del regime e dello Stato centrafricano dipende sempre meno da canali occidentali e sempre più da un asse alternativo, legato sia a Mosca che ad altri partner interafricani.

La rottura si inserisce in un processo più ampio di riduzione della presenza militare francese in Africa occidentale e centrale, con ritiri progressivi e chiusure di basi in un clima di crescente contestazione della “Françafrique”. Anche quando avvengono in modo cooperativo, come nel caso del Senegal nel 2025, questi passaggi indicano che l’idea di una presenza militare permanente occidentale come garanzia di stabilità è diventata politicamente costosa per molti governi africani.

Allo stesso tempo, la politica estera di Touadéra non rinnega il pragmatismo: mentre consolida l’asse con Mosca, il governo centrafricano ha aperto ad investimenti occidentali in settori strategici, tra cui litio, uranio e oro. Questo non contraddice necessariamente la retorica anti-imperialista, se si considera che spesso la completa “rottura” non è il reale obiettivo, bensì la rinegoziazione delle condizioni, con la Russia come leva di pressione e come assicurazione securitaria.

A questo punto, il passaggio dal linguaggio alla prassi è il banco di prova del terzo mandato. La “svolta sovranista” centrafricana si regge su una priorità assoluta: la sicurezza. È su questo terreno che Touadéra rivendica risultati e costruisce consenso, appoggiandosi a una rete di protezione esterna che, se da un lato riduce la dipendenza da Parigi e dai canali occidentali, dall’altro può generare nuove forme di vincolo, economico e politico, verso attori non occidentali.

Per evitare questo esito, la politica estera dovrà diventare strumento di ricostruzione, non solo di protezione del potere. Se la diversificazione dei partner saprà tradursi in investimenti trasparenti, servizi, infrastrutture e riduzione della violenza, la retorica anti-imperialista potrà assumere un contenuto concreto e popolare. Se invece continuerà a convivere con contestazioni interne, spazi politici compressi e opacità nella gestione delle risorse, allora la “liberazione” resterà incompiuta e la Repubblica Centrafricana rimarrà intrappolata in un ciclo di dipendenze, pur con interlocutori diversi. In definitiva, la sfida non è scegliere tra Occidente e non-Occidente, ma spezzare la logica stessa della subordinazione, costruendo istituzioni capaci di governare sicurezza e sviluppo senza delegarli stabilmente all’esterno.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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