Sabra e Shatila, Bucha, Nord Stream, Novgorod… La scena del crimine che non torna

Tra i corpi di Sabra e Shatila e le immagini “pulite” di Bucha, l’autore segue il filo delle incongruenze materiali che incrinano le narrazioni di guerra. Dai dettagli forensi alle smentite su Nord Stream e droni, riapre le domande che il potere vorrebbe chiudere.

di Antonio Evangelista, ex funzionario dell’InterPol

Dalla “strage contraffatta” alle zone d’ombra di oggi

«A Beirut furono le mosche a farcelo sapere.»
Così titolò Robert Fisk dopo le stragi di Sabra e Shatila. Le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika, coordinate con i militari israeliani, entrarono nei campi profughi di Beirut Ovest nel tardo pomeriggio del 16 settembre 1982 per vendicare l’assassinio di Gemayel. In poche ore i campi palestinesi divennero un ammasso indistinto di morti, vedove e orfani, immersi in un brulicare continuo di insetti necrofagi, accompagnati dal ronzio macabro e dall’odore dolciastro della morte.

I corpi — abbandonati nei viottoli dei campi per pochi giorni — entrarono rapidamente nel ciclo naturale della decomposizione. Era il segno fisico che una strage c’era stata, e che il tempo aveva già cominciato a fare il suo lavoro, mentre orfani e vedove, soccorritori e giornalisti si aggiravano tra i cadaveri coprendosi bocca e naso per sfuggire ai miasmi trasportati nell’aria da nugoli di mosche. Mosche che “banchettavano” sui corpi, infastidendo i cronisti in cerca di verità.

Così a Beirut — noi volontari del Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania — fummo accolti dall’odore dolciastro dei morti e dalla puzza stracciona dei vivi, con sullo sfondo il rombo dei caterpillar che scavavano la fossa comune.

A Bucha, invece, la scena raccontata dalle immagini solleva domande che vanno oltre il “chi ha fatto cosa” e toccano il come e il quando. A Bucha i militari ucraini e i giornalisti non si coprono la bocca e il naso per evitare miasmi e mosche, nonostante cadaveri rimasti esposti per settimane nella pubblica via. Tutto appare ordinato, preciso, inodore, allineato.

La via Jablonska e il fattore tempo

Il New York Times[1] ha pubblicato immagini satellitari Maxar[2] che collocano la presenza dei cadaveri lungo la via Jablonska verso la metà di marzo 2022[3]. Foto e video di terra – risalenti al primo aprile 2022 dopo la ritirata russa avvenuta tra il 30 e 31 marzo – però mostrano corpi che, settimane dopo, non presentano ancora i segni tipici del processo di decomposizione organica. Mostrano bene però i militari – a un paio di metri di distanza – che spostano cadaveri tirandoli con dei cavi: «lo fanno per controllare che i corpi non siano trappolati», riferiscono fact checker ‘autorevoli’. Ma non sanno che una trappola esplosiva lancia schegge mortali fino a duecento metri di distanza? Cosa stanno facendo in realtà? Mettono, tolgono, spostano a favore di telecamera? A Sabra e Shatila nel settembre 1982 c’erano i cadaveri trappolati… l’ordine tassativo era di non toccare niente e nessuno, se un corpo era rinvenuto si chiamano gli artificieri del 9º Btg d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. Noi militari di leva dovevamo solo isolare la zona mentre ci coprivamo bocca e naso per resistere ai miasmi e agli insetti necrofagi che si posavano sulle salme e su di noi.

E invece a Bucha e tutto diverso:

  • assenza evidente di insetti necrofagi e morsi di animali
  • assenza di liquidi biologici diffusi sul suolo
  • assenza di alterazioni compatibili con una decomposizione avanzata
  • assenza di protezioni sui militari che cercano bombe sotto i cadaveri

Senza entrare nel merito delle responsabilità, il dato fisico non appare coerente con la cronologia dichiarata.

L’ordine che non appartiene al caos

C’è poi la disposizione dei corpi. A Bucha i cadaveri appaiono in fila indiana, ordinati lungo la carreggiata.

Ma le stragi reali non producono geometrie.
Quando si spara, la reazione umana è la fuga, il caos, la ricerca di riparo… e tutto questo nella via Yablonska è assente.
Invece lo si è visto, per esempio, nelle foto/video relativi all’attacco di Hamas al festival di Re’im (Camp Bèeri): qui i giovani corrono in ogni direzione possibile, generando una distribuzione casuale di corpi, feriti, sangue e sopravvissuti.

A Bucha, invece, la disposizione non racconta una fuga, ma un allineamento, un ordine, una precisione innaturale che non appartiene al panico, alla morte che insegue la vita. È una differenza che pesa.

L’assenza dei segni materiali

Attorno ai corpi, le immagini mostrano assenze che colpiscono:

  • niente evidenti pozze di sangue
  • niente bossoli in prossimità
  • niente tracce biologiche diffuse
  • niente segni di intervento animale

Non sono dettagli.
Sono indicatori forensi di contesto. E quando mancano, la scena non “parla” come ci si aspetterebbe da un’esecuzione di massa avvenuta all’aperto e settimane prima; le cui vittime giacciono a terra, nella pubblica via, a poche centinaia di metri dal municipio di Bucha. Eppure, per settimane, nessuno ha coperto quei corpi, nessuno li ha ricomposti, nessun animale li ha violati, nessuno ha girato i cadaveri per riconoscerne il volto, nessuno è intervenuto in quella scena del crimine rimasta ‘congelata’ per settimane in attesa di chi e di cosa?

La questione non è solo “chi”, ma “come”

Sandro Provvisionato, parlando della strage di Račak, in Kosovo, usò un’espressione che torna alla mente davanti a Bucha: “strage contraffatta”.
Non come sentenza, ma come categoria analitica: una scena che non coincide con la dinamica che dovrebbe raccontare.

Qui il punto non è attribuire colpe.
Il punto è chiedersi perché la scena fisica non accompagni la narrazione temporale.

DAL CASO BUCHA AL PRESENTE: LA ZONA D’OMBRA DELLE NEGAZIONI

Negazione, silenzi, versioni che si sovrappongono: e la cronaca più recente del presunto attacco alla residenza del presidente della Russia riporta alla mente dinamiche già viste.

Il presidente ucraino che si augura la morte di quello russo e pochi giorni dopo l’attacco, presunto, di cui stanno uscendo le prime evidenze ignorate dall’informazione ufficiale. Un ‘deja vu’ che ricorda l’attentato al Nord Stream annunciato, anche in questo caso, da Joe Biden e Victoria Nuland. Ma Kiev, l’Unione Europea, i volenterosi e l’informazione ufficiale… negano ogni coinvolgimento ucraino nell’attacco di droni contro la residenza del presidente russo. È una smentita netta, che però si innesta in una sequenza di precedenti nei quali la prima versione ufficiale è stata poi affiancata — o messa in discussione — da elementi emersi successivamente.

Il caso Bucha ha mostrato quanto la scena fisica possa non coincidere con la narrazione temporale. E oggi, su un altro piano, torna a emergere il tema delle zone d’ombra operative già viste per il sabotaggio del gasdotto russo Nord Stream.

Nord Stream: quando i dettagli emergono dopo

Il 26 settembre 2024 il quotidiano danese Politiken ha riportato nuove informazioni sull’area del sabotaggio ai gasdotti Nord Stream. Secondo quanto riferito, una nave da guerra statunitense — la USS Kearsarge, unità d’assalto anfibio classe Wasp — operava nel Mar Baltico nei giorni precedenti l’esplosione del gasdotto.

La fonte è John Anker Nielsen[4], capitano del porto dell’isola di Christiansø, vicino a Bornholm. Nielsen ha dichiarato di aver deciso di parlare degli eventi del settembre 2022 nonostante inizialmente gli fosse stato “vietato”. A suo racconto, la nave della Marina USA operava con i transponder spenti nella regione a est di Bornholm. Presumendo un’emergenza, Nielsen aveva avviato un intervento di soccorso; giunti sul posto, i soccorritori avrebbero trovato proprio la nave statunitense, e dal comando sarebbe arrivato l’ordine di rientrare.

E oggi le indagini tedesche indicano responsabilità ucraine nel sabotaggio del gasdotto russo che nell’immediatezza dell’attentato terroristico fu attribuito alla Russia in una logica che apparve subito incomprensibile e inverosimile. Ma così fu.

Sono informazioni giornalistiche, non verdetti giudiziari. Ma indicano una distanza significativa tra la versione immediata e gli elementi che emergono col tempo.

Il filo rosso: la “prima versione”

Bucha, Nord Stream, le recenti smentite sugli attacchi di droni: il filo rosso non è l’attribuzione delle colpe, ma il metodo.
La prima versione tende a chiudere la scena; i dati successivi la riaprono.

Quando immagini e cronologia non concordano, quando presenze operative emergono dopo, quando le smentite precedono nuovi dettagli, il dovere del giornalismo non è scegliere una bandiera, ma tenere aperta la domanda.

Perché, nelle guerre contemporanee, la verità completa arriva spesso dopo che la narrativa ha già fatto il suo corso.

Intanto registriamo che il 2026 in Russia comincia con un Capodanno insanguinato dai droni ucraini che avrebbero, per ora, causato la morte di almeno 24 persone e il ferimento di una cinquantina di cittadini nella città di Jorly nella provincia di Kherson, sulla costa del Mar Nero, dove un hotel e una caffetteria sono stati bombardati mentre decine di persone stavano festeggiando il Capodanno. Per ora si contano almeno 24 morti fra cui un bambino e il ferimento di una cinquantina di civili presenti nei locali.

Aspettiamo con ansia i pronunciamenti dell’informazione ‘libera’ e del ministero della verità.


NOTE

[1] https://www.nytimes.com/2022/04/04/world/europe/bucha-ukraine-bodies.html

[2]https://www.repubblica.it/tecnologia/dossier/tech/2022/04/05/video/bucha_le_immagini_satellitari_mostrano_i_corpi_in_strada_prima_del_ritiro_dei_russi-423327409/ 

[3] https://gordonhahn.com/2022/05/10/tentative-conclusions-on-bucha-a-small-my-lai/

[4] https://politiken.dk/podcast/dulyttertilpolitiken/art10079698/Nord-Stream-S%C3%A5dan-blev-en-lille-dansk-%C3%B8-blev-fanget-i-et-vildt-stykke-verdenshistorie 

CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Andrea Vento

Andrea Vento, docente di geografia economica presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Antonio Pacinotti» di Pisa, si è laureato nel 1988 presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Pisa con corso di laurea in geografia e tesi in geografia economica. Appassionato di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare predilezione per il Medio Oriente e l’America latina, ha focalizzato le proprie ricerche e la propria attività sull’analisi di specifiche tematiche di carattere geoeconomico e geopolitico. Al centro del suo lavoro vi è il tentativo di ampliare - tramite scritti e conferenze - la conoscenza di particolari sfere economico-geografiche del mondo attuale. Nel 2013 - assieme ad alcuni colleghi - ha fondato il GIGA (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati).

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.