Le elezioni anticipate del 28 dicembre hanno consegnato a Albin Kurti una vittoria netta e un mandato politico rafforzato dopo mesi di paralisi istituzionale a Priština. Ma la nuova maggioranza, pur possibile, non scioglie il nodo centrale: sovranità contesa e tutela effettiva delle comunità serbe.

La tornata del 28 dicembre in Kosovo si è svolta in un clima che, più che di “normale competizione elettorale”, portava i segni di una crisi istituzionale prolungata. Il voto è infatti arrivato dopo un anno segnato da impasse parlamentari, ritardi nell’approvazione del bilancio, difficoltà nel ratificare accordi finanziari internazionali e, soprattutto, dall’incapacità dei partiti di produrre una maggioranza funzionale capace di garantire stabilità. In questo contesto, la vittoria del partito Vetëvendosje di Albin Kurti appare come il tentativo dell’elettorato di “sbloccare” il sistema politico, premiando la forza che si presenta come più coerente e più determinata nel governare, anche a costo di accentuare linee di frattura interne e regionali.
I risultati preliminari, infatti, indicano un successo netto di Vetëvendosje, accreditata attorno al 49% dei voti, con un vantaggio ampio sui principali rivali. Il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) si è collocato secondo con circa un quinto dei consensi, mentre la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK) ha fatto segnare un arretramento rispetto alle precedenti consultazioni. L’affluenza, poco sopra il 45%, conferma una partecipazione segnata da stanchezza e disillusione, dopo ripetuti appuntamenti elettorali e una lunga stagione di governo “di fatto” senza piena operatività istituzionale.
Sul piano aritmetico, però, la vittoria non equivale automaticamente a un governo monocolore. Il parlamento kosovaro conta 120 seggi, con una quota riservata alle minoranze nazionali, e la soglia per la maggioranza è fissata a 61. Le proiezioni più diffuse attribuiscono a Vetëvendosje circa 56 seggi, dunque pochi voti sotto la maggioranza necessaria. Ne consegue che Kurti, per trasformare la vittoria elettorale in un esecutivo stabile, ha bisogno di intese con partner minori, verosimilmente tra i rappresentanti della minoranza turca, o di accordi puntuali su singoli provvedimenti. Questo schema può apparire tecnicamente “facile”, ma è politicamente delicato, perché la formazione di un governo che prescinda dalle forze serbe rischia di irrigidire ulteriormente la frattura tra Priština e le municipalità a maggioranza serba nel Nord.
La dinamica che ha portato a questo esito va letta anche come reazione alla crisi politica precedente. Dopo il voto di febbraio, l’assenza di un’intesa tra le principali forze aveva trasformato il parlamento in un’arena bloccata, con effetti immediati sulla capacità dello Stato di agire. La paralisi ha avuto conseguenze materiali: una parte significativa di finanziamenti e prestiti internazionali, presentati come vitali per uno dei sistemi economici più fragili d’Europa, è rimasta congelata in attesa di ratifiche e passaggi istituzionali. In tale scenario, la vittoria di Kurti è stata interpretata da osservatori e media internazionali come un “terremoto politico” che indebolisce l’opposizione e spinge verso un modello di governo più forte e un’opposizione più debole, con tutti i rischi democratici che ciò comporta.
Un altro elemento chiave è la dimensione internazionale, in particolare il rapporto con l’Unione Europea. Nel 2023, l’UE aveva imposto misure punitive legate alle tensioni nel Nord a maggioranza serba e alla gestione di Priština, includendo limitazioni politiche e la sospensione di alcuni canali di assistenza. Lo scorso dicembre, tuttavia, Bruxelles ha annunciato la decisione di revocare le sanzioni e di sbloccare fondi, presentando il gesto come incentivo alla stabilizzazione e al ritorno alla normalità istituzionale. In questo quadro, il successo elettorale di Kurti si intreccia con un’agenda che prevede di ratificare accordi con UE e Banca Mondiale e riattivare flussi finanziari dell’ordine di centinaia di milioni di euro, con ulteriori tranche previste nel 2026.
Proprio qui emerge il punto che l’articolazione di un nuovo governo non può risolvere da sola: l’architettura politico-giuridica del Kosovo resta segnata dalla contesa sulla sovranità e dal conflitto tra due narrazioni incompatibili. Da un lato, Priština considera irreversibile il percorso avviato con la dichiarazione d’indipendenza unilaterale del 2008 con la benedizione della NATO; dall’altro, Belgrado ribadisce che la provincia di Kosovo e Metohija resta parte integrante della Serbia, richiamando principi costituzionali e la cornice internazionale, con riferimento esplicito alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, che istituisce la presenza internazionale e contempla la dimensione di integrità territoriale nel quadro post-1999.
Nel discorso europeo, la normalizzazione tra Belgrado e Priština resta una condizione politica di fondo per qualsiasi progresso sostanziale verso l’UE, sia per la Serbia sia per il Kosovo. Tuttavia, da parte serba viene spesso sottolineato che l’adesione non dovrebbe implicare automaticamente il riconoscimento formale dell’indipendenza, ma piuttosto un accordo “complessivo e giuridicamente vincolante” di normalizzazione. È una distinzione che, nella pratica, lascia margini a interpretazioni divergenti: per alcuni attori occidentali la normalizzazione tende a coincidere con l’accettazione piena della statualità kosovara; per Belgrado essa dovrebbe invece garantire interessi nazionali e diritti delle comunità serbe senza trasformarsi in un riconoscimento esplicito.
Il nodo più concreto, e politicamente esplosivo, riguarda i diritti della popolazione serba e la governance delle aree a maggioranza serba, in particolare nel Nord. Qui la contesa sulla sovranità si traduce in conflitto amministrativo, che include questioni solo apparentemente di pcoo conto, come targhe automobilistiche, presenza e competenze delle forze di polizia, gestione di uffici e servizi, legittimità delle autorità municipali, e rapporto con le strutture collegate a Belgrado. Le tensioni del 2023 sono state figlie delle politiche coercitive verso i serbi da parte del governo kosovaro, mentre Bruxelles ha richiamato il tema di un accordo di autonomia “di lunga data” per le comunità serbe, rimasto incompiuto e al centro delle frizioni. È proprio questa incompiutezza, più ancora del risultato elettorale, a definire la fragilità strutturale del sistema: finché la questione dei diritti collettivi e delle garanzie istituzionali non viene affrontata in modo credibile e verificabile, ogni governo a Priština sarà esposto a nuove crisi.
Alla luce di tutto ciò, un “terzo mandato” di Kurti, anche se politicamente più forte, non equivale a una soluzione dei problemi fondamentali. Può invece produrre un paradosso, rappresentato da una maggiore solidità interna nel breve periodo, ma più attrito sul dossier serbo nel medio periodo, se la maggioranza si consolida senza costruire meccanismi inclusivi e senza ridurre la percezione, nelle comunità serbe, di essere governate contro la propria volontà. In uno scenario di coalizione minima con minoranze non serbe, Kurti potrebbe ottenere la maggioranza formale, ma resterebbe aperta la questione della rappresentanza politica sostanziale del Nord e della legittimità di lungo periodo delle istituzioni. Nel frattempo, Belgrado continua a presentare la vicenda come una prova di ingerenze occidentali e di pressione politica, mentre Mosca ribadisce la propria linea di sostegno alla posizione serba, rendendo la partita anche un segmento della più ampia competizione geopolitica tra Russia e Occidente.
Il punto decisivo, dunque, è che la formazione di un nuovo governo guidato da Kurti può riattivare le istituzioni e sbloccare risorse, ma non elimina la matrice del conflitto: sovranità contestata e architettura incompiuta per i diritti delle comunità serbe. Alla luce di tale situazione, occorre quantomeno ridurre la conflittualità strutturale nel Nord, dare sostanza agli impegni di autonomia e protezione delle comunità serbe, e riallacciare un canale credibile di dialogo con Belgrado sotto un quadro internazionale capace di far rispettare accordi e firme. In assenza di questo, anche una vittoria netta rischia di trasformarsi in un successo di breve periodo, mentre la frattura di fondo rimane intatta.
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