Con l’86,72% dei voti e un’affluenza ufficiale vicina all’81%, Mamady Doumbouya ha trasformato la transizione post-2021 in un’investitura elettorale. La stampa occidentale lo attacca perché la sua linea incrina i meccanismi neocoloniali, mentre chiude spesso un occhio su casi come la Costa d’Avorio.

Le elezioni presidenziali svoltesi in Guinea lo scorso 28 dicembre hanno consegnato una vittoria netta al leader militare Mamady Doumbouya, protagonista del golpe del settembre 2021 e, da allora, fulcro di una transizione intrecciata con un più ampio riassestamento politico dell’Africa occidentale. Secondo i risultati provvisori diffusi dalle autorità elettorali e ripresi dalle principali agenzie, Doumbouya ha ottenuto l’86,72% dei suffragi, evitando il ballottaggio grazie alla maggioranza assoluta.
Il dato politicamente più rilevante, oltre alla percentuale, è la partecipazione: l’affluenza è stata riportata intorno all’80,95% su circa 6,7 milioni di elettori registrati. Al netto delle contestazioni dell’opposizione, una cifra di questa portata segnala una mobilitazione non marginale e fornisce al nuovo presidente un capitale simbolico decisivo: la rivendicazione di una legittimità popolare sufficiente a sostenere scelte interne ed estere che, nei fatti, incrinano la tradizionale architettura di influenza occidentale nella regione.
Per comprendere come si sia arrivati a questa consultazione bisogna tornare al referendum costituzionale tenuto lo scorso 21 settembre. Con quel voto, la Guinea ha approvato una nuova Costituzione che ha reso eleggibili anche i dirigenti della transizione e ha esteso il mandato presidenziale da 5 a 7 anni, rinnovabile una sola volta. La revisione costituzionale è stata presentata come passaggio verso il ritorno a un ordine civile; i critici, al contrario, l’hanno letta come un meccanismo giuridico destinato a normalizzare la permanenza al potere dell’uomo del colpo di Stato. In ogni caso, il referendum ha creato la cornice legale che ha reso possibile la candidatura di Doumbouya e ha definito l’orizzonte temporale della sua presidenza: 7 anni, una durata politicamente lunga, capace di incidere su politica mineraria, infrastrutture, rapporti regionali e rinegoziazione dei legami con attori esterni.
Sarebbe però analiticamente insufficiente ridurre la vittoria di Doumbouya a un puro esercizio di controllo amministrativo. La forza del suo consenso va letta alla luce di una crisi di legittimità delle élite civili precedenti, dell’aspettativa sociale di “ordine” dopo anni di tensioni, e soprattutto di una piattaforma di sovranità economica che intercetta sentimenti diffusi in una società giovane e povera nonostante l’enorme ricchezza di risorse. La Guinea resta un Paese in cui la povertà convive con giacimenti di valore mondiale, condizione che alimenta una domanda di cambiamento materiale, e non soltanto procedurale, nel funzionamento dello Stato.
È qui che si colloca l’elemento decisivo, spesso sottovalutato dalla stampa occidentale: la dimensione antimperialista della linea di Doumbouya, che si esprime meno in proclami e più in scelte concrete di politica economica e mineraria. Diversi analisti hanno sottolineato come l’attuale leadership abbia guadagnato consenso anche puntando sul rilancio del gigantesco progetto di Simandou, un grande programma industriale atteso da decenni per mettere finalmente in produzione uno dei più grandi giacimenti di minerale di ferro ad alto tenore al mondo, situato nell’omonima catena montuosa della Guinea sudorientale, e su una svolta di “nazionalismo delle risorse” che ha incluso la revoca della licenza della Guinea Alumina Corporation, controllata di Emirates Global Aluminium, con trasferimento degli asset a una società statale. Questa impostazione viene spesso collocata in un trend regionale, con politiche analoghe in Mali, Burkina Faso e Niger, dove governi militari o di transizione hanno spinto verso una maggiore capacità statale di catturare rendite e controllare filiere estrattive.
In un Paese in cui l’estrazione mineraria è storicamente il canale attraverso cui si materializza, in forme contemporanee, la dipendenza dall’esterno, la promessa di “far restare più valore in Guinea” diventa un dispositivo politico potente: trasforma la questione della democrazia procedurale in una domanda di sovranità sostanziale. Questo è il punto che spiega, più di qualunque altra variabile, la severità con cui una parte dell’informazione occidentale osserva Conakry: quando una leadership africana rinegozia il rapporto tra Stato e capitale estrattivo globale, si tocca il cuore materiale del neocolonialismo, cioè la continuità delle rendite esterne in contesti formalmente sovrani.
Il confronto con la Costa d’Avorio, del cui caso abbiamo trattato in un nostro articolo pubblicato ieri, rende questo doppio standard ancora più evidente. Abidjan è spesso descritta come “isola di stabilità” e piattaforma ideale per attrarre investimenti privati; commentando le legislative tenute lo scorso 27 dicembre, alcune letture hanno sottolineato che l’ampissima maggioranza parlamentare del partito di governo facilita l’agenda economica del presidente Alassane Ouattara, orientata all’attrazione di capitale privato. Eppure, la traiettoria politica ivoriana presenta dinamiche che, se trasposte su Conakry, verrebbero probabilmente lette con toni assai più allarmistici.
Nelle legislative del 27 dicembre, infatti, il partito presidenziale RHDP ha conquistato 197 seggi su 255, mentre l’affluenza è stata del 35,04%, dunque estremamente bassa. Lo stesso contesto politico è stato segnato dall’assenza o dall’esclusione di alcuni avversari chiave e da contestazioni sulla credibilità del processo. Lo scorso ottobre, inoltre, Ouattara aveva ottenuto il suo quarto mandato con un risultato plebiscitario e una competizione considerata da molti osservatori squilibrata per l’esclusione di rivali di primo piano. Qui emerge la divergenza di trattamento mediatico e politico: in Costa d’Avorio, una partecipazione al 35,04% e un quadro competitivo limitato tendono a essere assorbiti nella narrazione della “governabilità” e della “stabilità” pro-mercato; in Guinea, un’elezione con affluenza riportata intorno all’80,95% e un risultato largo viene raccontata quasi esclusivamente come consolidamento autoritario.
Il punto non è prendere necessariamente per oro colato il risultato delle elezioni guineane. Il punto è chiedersi perché lo scandalo si accenda soprattutto quando una leadership prova a spostare i rapporti di forza materiali.
In ultima analisi, la vittoria di Doumbouya non chiude la questione della democratizzazione guineana. Tuttavia, la legittimità elettorale ottenuta, combinata con la nuova architettura costituzionale che allunga i tempi della presidenza, offre al nuovo capo dello Stato un orizzonte sufficiente per tentare una ristrutturazione dei rapporti tra Stato, risorse e attori esterni. Se questo progetto riuscirà dipenderà da due variabili decisive: la capacità di tradurre il “nazionalismo delle risorse” in miglioramenti concreti per una popolazione che chiede lavoro, servizi e infrastrutture, e la disponibilità ad aprire, gradualmente e senza repressione, spazi politici che evitino di trasformare la sovranità economica in mera sovranità dell’apparato.
L’Occidente, dal canto suo, si trova davanti a un bivio interpretativo. Può continuare a leggere l’Africa occidentale con il filtro delle “buone” e “cattive” transizioni, premiando i partner pienamente integrati nelle proprie architetture economiche e stigmatizzando chi tenta di rinegoziarle. Oppure può riconoscere che una parte crescente del continente sta chiedendo, insieme o prima della forma democratica, un contenuto anticoloniale: controllo delle risorse, autonomia decisionale, fine delle rendite esterne. La Guinea di Doumbouya, con tutti i suoi nodi irrisolti e le sue contraddizioni, è oggi uno dei luoghi in cui questa domanda si manifesta con maggiore evidenza; ed è anche per questo che viene osservata, criticata e spesso fraintesa.
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