Malvinas sotto assedio: petrolio, basi militari e resa diplomatica del governo Milei

Tra sfruttamento petrolifero deciso da società britanniche e israeliane e rafforzamento militare di Londra, la questione Malvinas entra in una fase critica. La compiacenza di Javier Milei, denunciata da Cristina Fernández e dai veterani, indebolisce la sovranità argentina proprio quando l’Atlantico del Sud torna centrale.

Lo status delle Isole Malvinas non è un capitolo archiviato della storia argentina, né un contenzioso congelato in attesa di tempi migliori. È, al contrario, un dossier vivo, che intreccia sovranità, risorse naturali, proiezione antartica e presenza militare di una potenza coloniale che continua a occupare un territorio rivendicato dall’Argentina. Nel 2025, questa trama si è fatta più densa e pericolosa: mentre il Regno Unito consolida la propria infrastruttura militare nell’arcipelago e difende con ostinazione la narrativa dell’“autodeterminazione” dei coloni, avanzano progetti petroliferi di enorme portata guidati da una compagnia israeliana, in partnership con un’impresa britannica. In mezzo a questa accelerazione, la linea del governo di Javier Milei appare, secondo le voci critiche più autorevoli del campo nazionale e popolare, come una rinuncia mascherata da realismo: una politica che non rafforza la posizione argentina, ma la erode, normalizzando di fatto l’occupazione e lasciando spazio al saccheggio.

Lo scorso 2 aprile, nel 42° anniversario dell’inizio della guerra, Cristina Fernández de Kirchner ha rilanciato un documento della Segreteria della Difesa del Partito Justicialista che fotografa con durezza la svolta impressa da Milei alla causa Malvinas. La critica non si limita a un generico dissenso, ma parla di smantellamento della “politica di Stato” sulla questione attraverso tre vettori precisi. Da un lato, la “sovraideologizzazione”, cioè la scelta di subordinare la difesa della sovranità a un’agenda di allineamento politico e simbolico con potenze straniere. Dall’altro, il definanziamento, che attraverso tagli di bilancio indebolirebbe capacità militari e logistiche nel quadrante australe, proprio mentre il controllo dell’Atlantico del Sud e la proiezione antartica diventano terreno di competizione accelerata. Infine, la “mala praxis diplomatica”, cioè l’assenza di una strategia chiara e assertiva, capace di misurarsi con la rapidità della contesa e con l’intensificarsi dell’interesse britannico per risorse strategiche dell’area. In quel testo c’è un avvertimento politico che suona oggi ancora più attuale: senza una scommessa forte sulla presenza argentina nel Sud, il Paese rischia di diventare un testimone passivo del proprio arretramento, “alla mercé degli appetiti delle grandi potenze”.

Non è un caso che, il giorno successivo la pubblicazione del documento, la Confederazione Nazionale dei Combattenti delle Malvinas abbia presentato una denuncia penale contro Milei, attribuendogli ipotesi di violazione dei doveri del funzionario pubblico, abuso di autorità e addirittura “tradimento della Patria”. La scintilla, in quel caso, sono state parole pronunciate dal presidente durante la commemorazione: l’auspicio che “i malvinensi” decidano di votare per l’Argentina per attrazione economica e potenza, e l’aggiunta che, pur ribadendo “le Malvinas furono, sono e saranno argentine”, si debba “rispettare il desiderio degli isolani”. Proprio quest’ultima espressione è stata interpretata come un ammiccamento al principio di autodeterminazione, il pilastro argomentativo con cui il Regno Unito giustifica l’occupazione. Ma se l’Argentina accetta, anche solo sul piano del linguaggio politico, che la questione si riduca al “desiderio” di una comunità insediata in un territorio conteso, Londra ottiene un guadagno strategico senza sparare un colpo. E lo ottiene nel terreno dove la disputa si vince o si perde spesso prima che nei fori internazionali: la cornice concettuale con cui il mondo interpreta il conflitto.

Mentre Buenos Aires si impantana tra ambiguità e dichiarazioni equivoche, Londra agisce. Il 18 giugno è stato registrato un rafforzamento esplicito della presenza militare britannica nelle Malvinas. Le informazioni disponibili descrivono una strategia coerente: nomina di un comando con esperienza in operazioni internazionali, rotazioni di unità addestrate per operazioni aerotrasportate e con legami con forze speciali, esercitazioni anfibie, fuoco reale e manovre notturne. Il centro operativo di Mount Pleasant viene presentato come una base aggiornata, con piste rinnovate, porti modernizzati e sistemi di sorveglianza avanzati. La Royal Air Force ha esteso l’impiego degli Eurofighter Typhoon Tranche 1 nell’arcipelago fino al 2027, nonostante il loro ritiro nel Regno Unito. Sul mare e nella logistica, si citano il pattugliatore HMS Forth e l’aereo A400M Atlas, con un aumento delle operazioni navali e di supporto, incluse missioni verso l’Antartide. In sostanza, le Malvinas vengono consolidate come avamposto nell’Atlantico del Sud e piattaforma di proiezione antartica. E il Regno Unito, parallelamente, continua a rivendicare il “diritto di autodeterminazione” dei coloni durante occasioni simboliche come il Giorno dei Territori d’Oltremare, irrigidendo ulteriormente la disputa con Buenos Aires.

Se la componente militare è la gabbia di ferro che rende l’occupazione più costosa da mettere in discussione, la componente energetica è la leva economica che la rende più redditizia e, quindi, più difficile da scardinare. In questo quadro emerge con forza l’avanzamento del progetto di sfruttamento petrolifero nel giacimento Sea Lion, situato 218 chilometri a nord dell’arcipelago, a una profondità tra i 180 e i 500 metri. Si parla dell’estrazione di 300 milioni di barili in 30 anni e di ricavi stimati in 25,5 miliardi di dollari. La fase iniziale prevede 23 pozzi. Il dato politicamente più esplosivo è la struttura proprietaria: la maggioranza del progetto, pari al 65%, è in mano alla israeliana Navitas Petroleum, mentre il 35% appartiene alla britannica Rockhopper. In altri termini, la rendita del sottosuolo si traduce in profitti che fluirebbero soprattutto verso azionisti in Israele e negli Stati Uniti, mentre l’amministrazione coloniale britannica incasserebbe royalties stimate in 6 miliardi di dollari, privando l’Argentina delle proprie ricchezze e trasformando un territorio conteso in un’industria estrattiva pienamente integrata nelle filiere occidentali.

Per chi ragiona in termini di sovranità, il “silenzio” del governo Milei, equivale a una resa, facendone il primo leader argentino a non reclamare in fori internazionali né a promuovere azioni legali contro le compagnie coinvolte. Si tratta di un giudizio politico coerente con la denuncia del Partido Justicialista sulla mancanza di una diplomazia assertiva. Il silenzio, in un conflitto coloniale, non è neutralità, ma è spazio operativo concesso all’occupante. È tempo regalato perché le decisioni d’investimento diventino irreversibili e perché infrastrutture, contratti e catene logistiche consolidino sul terreno ciò che poi viene presentato come “fatto compiuto”.

Il 10 dicembre, poi, Rockhopper e Navitas hanno annunciato la “Decisione Finale di Investimento” per sviluppare Sea Lion: 1,8 miliardi di dollari d’investimento iniziale per arrivare al “Primo Petrolio”, previsto nel 2028, e 2,1 miliardi complessivi per una fase iniziale di 35 anni. Un rapporto di giugno della consulenza Netherland, Sewell & Associates stima riserve di 917 milioni di barili nell’area. Si parla perfino del contratto di noleggio per una Unità Galleggiante di Produzione, Stoccaggio e Trasferimento, cioè la piattaforma operativa che trasforma un progetto sulla carta in un impianto industriale in mare, passando dalla fase di esplorazione a quella di realizzazione.

Ad oggi, Rockhopper e Navitas risultano sanzionate dal governo argentino: in particolare, Rockhopper sarebbe inabilitata per 20 anni con una risoluzione del 2013, e Navitas risulta colpita da una sanzione analoga nel 2022 per operare senza autorizzazione. Tuttavia, a parte qualche dichiarazione formale, Buenos Aires non sta prendendo provvedimenti concreti per contrastare lo sfruttamento dei propri fondali, nonostante anche la Provincia di Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sur sostenga questa posizione, chiedendo che si adottino tutte le misure necessarie per frenare un’azione considerata illegale.

Oltretutto, l’ingresso di un grande attore israeliano nella filiera petrolifera delle Malvinas, con la maggioranza del progetto, avviene in parallelo alla dichiarata alleanza di Milei con Israele, che rende il suo silenzio e la sua passività una forma di complicità. Se l’occupazione britannica si nutre di rendite energetiche, e se una quota dominante di quelle rendite viene gestita da un’impresa israeliana in partnership con una britannica, allora il controllo del sottosuolo diventa una piattaforma di alleanze e interessi che travalicano l’arcipelago e puntano all’intero Atlantico del Sud. In questo scenario, indebolire la posizione argentina equivale a cedere spazio su più piani: economico, militare e diplomatico.

Nel frattempo, la dimensione istituzionale interna dell’arcipelago viene sfruttata, da Londra, per irrigidire ulteriormente la propria narrativa. L’11 dicembre si sono svolte le elezioni generali nelle Falkland Islands (denominazione inglese dell’arcipelago) per eleggere gli otto membri elettivi dell’Assemblea Legislativa. La procedura, i tempi di scioglimento dell’assemblea e l’organizzazione elettorale vengono presentati come prova di normalità costituzionale dell’assetto vigente. Ma nel conflitto di sovranità, questa normalità è parte del problema: trasformare un territorio conteso in un’unità politica amministrata come “territorio d’oltremare”, con consultazioni regolari e istituzioni locali, serve a naturalizzare l’occupazione e a rafforzare l’argomento dell’autodeterminazione. Per l’Argentina, invece, la disputa resta tale, e la dimensione elettorale interna non può sostituire i negoziati bilaterali richiesti dalle risoluzioni ONU citate nella stessa posizione ufficiale argentina.

Lo status delle Malvinas, dunque, oggi è quello di un territorio conteso in cui l’occupante si muove per consolidare irreversibilmente due pilastri. Il primo è la militarizzazione, con basi aggiornate, sistemi di sorveglianza, forze d’élite in rotazione e capacità aeree prolungate nel tempo, oltre a operazioni navali e logistiche che si proiettano verso l’Antartide. Il secondo è l’estrazione di risorse non rinnovabili, con un progetto industriale che promette centinaia di milioni di barili e decine di miliardi di dollari, e che, una volta avviato, renderà ancora più forte l’incentivo britannico a mantenere l’occupazione. Di fronte a tutto questo, la critica al governo Milei non riguarda solo l’orientamento ideologico, ma l’efficacia concreta: tagliare, tacere, ammiccare all’autodeterminazione, significa rinunciare agli strumenti reali con cui una nazione difende la propria integrità territoriale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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