Fernando Buen Abad analizza la diplomazia cubana come pratica contro-egemonica di lunga durata: lucidità strategica, disciplina organizzativa, etica e multilateralismo. Dalla cooperazione medica alla comunicazione internazionale, Cuba costruisce legittimità e alleanze senza cedere sulla sovranità in un sistema asimmetrico.

di Fernando Buen Abad, filosofo e scrittore messicano
CubaDebate – 9 dicembre 2025
Nella geopolitica contemporanea, la diplomazia cubana si erge come una delle espressioni più singolari di intelligenza statale in un sistema internazionale strutturalmente diseguale.
La battaglia diplomatica di Cuba consente di comprendere tale condotta di dignità politica non come una sequenza episodica di posizionamenti contingenti, bensì come una prassi di lunga durata che combina lucidità strategica, accumulazione simbolica, disciplina organizzativa e una costellazione di principi orientati alla difesa della sovranità in un contesto dominato dall’asimmetria sistemica.
La politica estera cubana, segnata dal peso materiale di un bloqueo disumano, ha dovuto reinventarsi continuamente senza abbandonare una grammatica di principi. Questa combinazione tra flessibilità tattica e solidità etica è una delle chiavi per comprendere il suo successo.
Tutta l’asimmetria che condiziona l’azione internazionalista di Cuba non è soltanto economica o militare; si manifesta anche sul terreno comunicativo, epistemologico e giuridico.
È un sistema che tenta di fissare cornici interpretative illegittime, stabilire gerarchie borghesi di attori intossicati d’odio e definire unilateralmente i limiti d’azione accettabili per i Paesi del Sud. Imperialismo nella sua fase più ingiusta.
In questo contesto, la diplomazia cubana opera come un dispositivo contro-egemonico che combatte la disuguaglianza strutturale mostrando i suoi meccanismi e le sue strategie di disciplinamento.
Cuba ha sviluppato, così, una pratica diplomatica che articola la denuncia fondata, la costruzione di alleanze, la cooperazione Sud-Sud, la difesa del multilateralismo e la disobbedienza strategica di fronte ai tentativi di imposizione unilaterale. Vale a dire, ciò che è realmente nuovo per gli esseri umani.
Questa battaglia diplomatica implica non solo il dispiegamento di argomenti corretti, ma la capacità di generare correlazioni di forza linguistiche e politiche.
Diplomazia non è soltanto negoziazione, è disputa per la ri-significazione dell’ordine internazionale.
Cuba ha compreso che il campo diplomatico è uno spazio in cui si gioca la legittimità, e che la legittimità è un input fondamentale per resistere a pressioni materiali.
La tattica consiste nello sconvolgere la narrativa dominante, nel rendere visibile la violenza strutturale che opera sotto forme apparentemente neutrali e nel promuovere un linguaggio internazionale in cui concetti come sovranità, autodeterminazione, cooperazione e giustizia non siano mere astrazioni, ma categorie operative. Parlare con la verità dei popoli.
Così, la solidarietà internazionale che Cuba ha sostenuto per decenni — in particolare nei campi dell’etica di lotta, della morale, della salute, dell’istruzione e della formazione tecnica — funziona anche come una forma di diplomazia ampliata.
Queste pratiche non sono atti “caritatevoli”, bensì espressioni di un internazionalismo che contende il senso stesso della cooperazione. Generando vincoli concreti con Paesi del Sud globale, e di tutto il pianeta, Cuba costruisce una rete di reciprocità politiche e simboliche che si dispiega come scudo di fronte alla pressione imperiale.
La cooperazione medica, per esempio, non soltanto salva vite; produce capitale politico, educa tutti, rafforza alleanze, genera memoria storica e consolida l’idea che un altro tipo di relazioni internazionali è possibile anche in condizioni di estrema disuguaglianza materiale.
Tutto il carattere asimmetrico del capitalismo obbliga inoltre Cuba ad agire in uno spazio dove il margine d’errore è minimo. La diplomazia cubana si caratterizza per la precisione tecnica, l’attenta gestione del tempo politico e la lettura rigorosa dei rapporti di forza.
In questa logica, la difesa del multilateralismo non è una parola d’ordine astratta, ma una strategia di sopravvivenza. Il multilateralismo offre agli Stati piccoli un contesto in cui possono amplificare la propria voce, costruire consensi, frenare iniziative aggressive e proteggersi dall’arbitrarietà unilaterale.
L’inserimento cubano nei fori internazionali, dall’ONU ai meccanismi regionali, contribuisce alla costruzione di un contrappeso simbolico che consente di compensare, almeno parzialmente, la sproporzione materiale.
Questa battaglia diplomatica è anche una battaglia comunicativa. Per decenni, Cuba ha dovuto fronteggiare campagne mediatiche destinate a eroderne la legittimità interna ed esterna. Per contrastarle, ha sviluppato una strategia di comunicazione che combina la denuncia documentata, la produzione di informazioni precise e l’articolazione con reti internazionali di solidarietà.
La diplomazia cubana non agisce in solitario; si nutre di una comunità globale che, benché diversa e eterogenea, coincide nella difesa del diritto di Cuba a decidere il proprio destino.
Relazionarsi con un mondo asimmetrico implica anche gestire contraddizioni. Cuba deve dialogare con attori che, pur essendo ideologicamente opposti, hanno la capacità di incidere sul suo contesto economico e politico.
L’abilità di sostenere principi senza cadere nell’isolamento è uno dei tratti più notevoli del suo agire. La diplomazia cubana ha dimostrato che è possibile combinare fermezza e pragmatismo, a patto che il pragmatismo non comporti la rinuncia alla sovranità né ai fondamenti etici che strutturano il suo progetto politico.
Questa tensione permanente — tra la necessità di sopravvivere in un sistema ostile e la decisione di non sottomettersi alle sue regole ingiuste — è uno dei nuclei più complessi del suo operato diplomatico.
Comprendere la diplomazia cubana come una lotta umanista in cui si sperimentano forme di resistenza statale contro l’egemonia. La “battaglia” non è un episodio isolato; è un processo storico che si rinnova costantemente. In uno scenario internazionale segnato dalla concentrazione del potere capitalista, dalla finanziarizzazione delle relazioni economiche e dalla militarizzazione della politica estera delle grandi potenze, l’esperienza cubana offre l’evidenza che, anche in condizioni di svantaggio estremo, uno Stato può articolare una politica estera sovrana se dispone di chiarezza strategica, coesione interna e capacità di costruire legittimità internazionale.
Così, la battaglia diplomatica di Cuba non è solo un atto difensivo; è un’offensiva intellettuale che destabilizza la naturalizzazione della disuguaglianza mondiale. L’insistenza nel denunciare il bloqueo, nel promuovere l’integrazione latinoamericana e caraibica, nel difendere i quadri multilaterali e nel sostenere un’etica internazionalista costituisce un programma diplomatico che si proietta oltre i propri interessi nazionali. Si tratta di una pedagogia politica che invita altri popoli e governi a ripensare i propri margini d’azione all’interno di un ordine ingiusto, ma non invincibile.
In questa lotta, Cuba produce non solo politica estera, ma pensiero strategico umanista. Ciò che è realmente nuovo per la specie.
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