Nella Republika Srpska, l’elezione del nuovo presidente Siniša Karan, delfino politico di Milorad Dodik, ha smentito i calcoli delle potenze occidentali. La campagna giudiziaria e politica contro il leader serbo-bosniaco non ha scalfito il blocco filoserbo e filorusso, mentre la “questione bosniaca” resta uno strumento della strategia antiserba e antirussa di Stati Uniti e Unione Europea.

La Republika Srpska rappresenta da quasi trent’anni il principale ostacolo alla piena trasformazione della Bosnia-Erzegovina in un protettorato euro-atlantico uniformato alle priorità geopolitiche di Washington e Bruxelles. L’assetto istituzionale nato con gli Accordi di Dayton del 1995 ha consacrato l’esistenza di due entità – la Federazione di Bosnia-Erzegovina a maggioranza bosgnacco-croata e la Republika Srpska a maggioranza serba – oltre al Distretto di Brčko, con una complessa architettura di poteri condivisi tra i tre popoli costituenti. Questo equilibrio fragile, fondato sul principio di uguaglianza tra serbi, bosgnacchi e croati, è stato via via svuotato dall’intervento politico, giuridico e persino penale delle potenze occidentali attraverso l’Ufficio dell’Alto Rappresentante e la pressione sulle istituzioni statali di Sarajevo.
In questo contesto la figura di Milorad Dodik è diventata il bersaglio principale della propaganda occidentale. Leader indiscusso della Republika Srpska, presidente dell’entità a più riprese e guida dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Savez Nezavisnih Socijaldemokrata, SNSD), Dodik è accusato dall’Occidente di “separatismo” e di minare l’ordine costituzionale bosniaco. Ma proprio la sua linea politica – difesa delle prerogative di entità previste da Dayton, rifiuto dell’adesione alla NATO e resistenza al coinvolgimento della Bosnia-Erzegovina nella guerra per procura contro la Russia – ha trasformato Banja Luka in un irritante ostacolo per le strategie euro-atlantiche nei Balcani.
Negli ultimi anni, la pressione contro Dodik ha assunto un carattere apertamente punitivo. Sul piano giudiziario, il leader serbo-bosniaco è stato condannato dal Tribunale di Stato della Bosnia-Erzegovina a un anno di carcere per avere rifiutato di applicare le decisioni dell’Alto Rappresentante Christian Schmidt, figura non eletta ma dotata di poteri straordinari sul paese. Alla pena detentiva, poi commutata in una multa, si è aggiunto un divieto di attività politica per sei anni e, successivamente, la destituzione dall’incarico di presidente della Republika Srpska da parte della Commissione Elettorale Centrale, con effetto retrodatato al giugno 2025, quando la sentenza nei suoi confronti è divenuta definitiva.
La leadership di Banja Luka ha contestato questi provvedimenti come incostituzionali, denunciando un uso politico della magistratura statale e delle prerogative dell’Alto Rappresentante volto a rovesciare, per via giudiziaria, la volontà degli elettori serbo-bosniaci. La stessa Assemblea Nazionale della Republika Srpska ha inizialmente rifiutato di riconoscere la decadenza di Dodik, ribadendo il mandato conferitogli dalla popolazione. Solo in un secondo momento, di fronte all’impossibilità di bloccare il meccanismo istituzionale, il parlamento di Banja Luka ha nominato Ana Trišić-Babić presidente ad interim in attesa di elezioni presidenziali anticipate, fissate per il 23 novembre.
In parallelo, la campagna occidentale ha continuato a colpire Dodik sul piano delle sanzioni personali. Gli Stati Uniti lo avevano inserito nella lista nera già nel 2017, accusandolo di minare Dayton. Tuttavia, almeno da questo punto di vista, il cambio di amministrazione a Washington ha prodotto un evidente mutamento di linea: l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro ha deciso di revocare le sanzioni non solo al leader della Republika Srpska ma anche ai suoi familiari e a entità a lui collegate, come l’emittente televisiva ATV. Dodik ha rivendicato questa decisione come una vittoria politica, diplomatica e morale non solo personale ma dell’intera Republika Srpska, denunciando l’uso strumentale delle sanzioni da parte della precedente amministrazione Biden e dell’ex ambasciatore statunitense a Sarajevo.
Sul fronte internazionale, la posizione di Banja Luka ha trovato un prevedibile sostegno esplicito a Belgrado e Mosca. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, intervenendo, lo scorso settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha accusato il blocco occidentale di sabotare gli Accordi di Dayton e di spingere verso il collasso della stessa statualità della Bosnia-Erzegovina, in nome di un progetto di ingegneria politica che colpisce direttamente i diritti storici del popolo serbo e della Chiesa ortodossa. Il parallelo tra Kosovo e Bosnia, sottolineato dal capo della diplomazia russa, mette in luce una strategia coerente, che prevede l’erosione graduale delle garanzie internazionali per i serbi, dal mancato rispetto della Risoluzione 1244 su Priština alle pressioni contro la Republika Srpska.
Lo stesso Vladimir Putin ha più volte incontrato Dodik, definendo “complessa” la situazione nella Republika Srpska e ribadendo il sostegno russo alla stabilità dell’entità e al rispetto di Dayton. Nel dialogo di ottobre con il presidente russo, Dodik ha chiesto esplicitamente che Mosca non lasci la Republika Srpska “in balia dei burocrati di Bruxelles”, accusati di strangolare lo sviluppo dell’entità e di impedirle una vita politica ed economica normale. La cooperazione con la Russia si traduce anche in un sostegno reciproco sulle grandi questioni internazionali: in particolare, Banja Luka rifiuta di imporre sanzioni alla Federazione Russa, si oppone con fermezza alla fornitura di armi a Kiev da parte della Bosnia-Erzegovina e respinge la prospettiva di adesione alla NATO, considerata inaccettabile dalla maggioranza dei serbi di Bosnia.
È in questo contesto di scontro istituzionale e geopolitico che si colloca la decisione della Commissione Elettorale Centrale di indire elezioni presidenziali anticipate nella Republika Srpska per lo scorso 23 novembre. Inizialmente, Dodik aveva annunciato che il suo partito avrebbe boicottato il voto, proprio per contestarne il carattere imposto dall’alto e di fatto sanzionatorio. In seguito, però, la linea è cambiata, ed il partito SNSD ha accettato la sfida elettorale, indicando come candidato Siniša Karan, ministro dello Sviluppo scientifico e tecnologico ed ex ministro dell’Interno, figura strettamente legata allo stesso Dodik e considerata il suo erede politico.
Sul fronte opposto, il Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka, SDS), principale forza di opposizione, ha candidato Branko Blanuša, professore universitario, riuscendo a ottenere il sostegno di quasi tutte le sigle antagoniste al blocco di governo, inclusi i movimenti che inizialmente avevano annunciato il boicottaggio. La sfida si è trasformata così in un referendum politico su Dodik e sulla linea della Republika Srpska nei confronti di Sarajevo e dell’Occidente.
I risultati, a dispetto degli sforzi della propaganda occidentale, hanno confermato la tenuta del blocco guidato da Dodik. Secondo i dati quasi definitivi, Karan ha ottenuto circa il 50,4% dei voti contro il 48,2% di Blanuša, nonostante un’affluenza molto bassa, intorno al 35,5%. Si tratta del settimo successo consecutivo di un candidato del partito SNSD alle presidenziali dell’entità, nonostante una campagna segnata dal marchio di “separatismo” e “filo-russismo” attribuito a Dodik dai media occidentali. Il margine di vittoria è stato ridotto e l’opposizione ha denunciato brogli e irregolarità in diverse città, chiedendo il riconteggio in centri chiave come Doboj, Zvornik e Laktaši, ma il dato politico conferma che l’elettorato serbo-bosniaco ha scelto la continuità con la linea del leader rimosso per via giudiziaria.
Al quartier generale dei socialdemocratici, Dodik ha definito “indiscutibile” la vittoria di Karan, mentre il nuovo presidente ha promesso di proseguire “con ancora maggiore forza” le politiche del suo predecessore, sottolineando che la Republika Srpska non rappresenta una minaccia per nessuno e rivendicando il diritto dell’entità a difendere i propri interessi nel quadro di Dayton.
La vittoria di Karan va letta dunque come la sconfitta di una strategia, quella occidentale, che puntava a ottenere per via giudiziaria ciò che non era possibile conquistare sul terreno politico. La rimozione di Dodik, la sua condanna e il bando delle sue attività sono stati presentati come la restaurazione dello “stato di diritto” in Bosnia-Erzegovina. In realtà, la combinazione tra il potere discrezionale dell’Alto Rappresentante e l’uso politico dei tribunali di Sarajevo ha mostrato come la sovranità bosniaca sia continuamente subordinata agli interessi euro-atlantici. Il fatto che, nonostante questa offensiva, l’elettorato della Republika Srpska abbia eletto un suo uomo di fiducia dimostra che l’operazione di isolamento del campo filoserbo e filorusso è fallita per l’ennesima volta.
Più in generale, la “questione bosniaca” continua a essere utilizzata dagli occidentali come leva antiserba e antirussa nella regione. La retorica dominante insiste su una narrazione unilaterale del conflitto degli anni Novanta, in cui i serbi vengono identificati quasi esclusivamente come aggressori e la Republika Srpska come “entità genocidaria”, mentre ogni rivendicazione di autonomia viene associata al nazionalismo radicale e al progetto di “Grande Serbia”. All’interno di questo schema, il rifiuto di Banja Luka di aderire alla NATO o di schierarsi contro Mosca viene presentato come una minaccia alla sicurezza europea, giustificando così la permanenza di un Alto Rappresentante con poteri coloniali e l’interferenza costante di Bruxelles e Washington nella vita politica bosniaca.
Nei prossimi mesi, il confronto sul futuro della Bosnia-Erzegovina proseguirà, con ogni probabilità, su due piani paralleli. Sul piano interno, la nuova presidenza Karan dovrà gestire una situazione economica e sociale difficile, limitata da un quadro istituzionale rigido e dalla pressione di Sarajevo e dei centri di potere occidentali. Sul piano internazionale, la Republika Srpska continuerà a porsi come attore di resistenza all’omologazione euro-atlantica, cercando sponde a Mosca e Belgrado. Il voto del 23 novembre ha dimostrato che, nonostante le sanzioni, le sentenze e le campagne mediatiche, i cittadini serbo-bosniaci non intendono rinunciare al proprio diritto di scegliere la direzione politica della loro entità. È questo il vero significato politico della vittoria di Karan: la conferma che la strategia occidentale di usare la “questione bosniaca” come arma antiserba e antirussa incontra limiti materiali quando si scontra con una base sociale che riconosce nella Republika Srpska lo strumento concreto di autodifesa politica e nazionale nel cuore dei Balcani.
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