Dopo Panama, Guyana e Suriname, anche la Repubblica Dominicana apre le proprie infrastrutture militari e civili all’Operazione “Lanza del Sur”. Il rilancio della Dottrina Monroe sotto Trump minaccia la sovranità regionale, mentre movimenti sociali e governi invocano la “Zona di Pace” CELAC.

Nel cuore del Caribe si consuma una nuova stagione di ingerenze e proiezioni di forza. A distanza di settimane dall’arrivo di velivoli del Comando Sur a Panama, con esercitazioni congiunte Panamax Alpha che movimenti sociali considerano in rottura con i Trattati di Neutralità del 1977, il dispositivo militare statunitense ha guadagnato nuove rampe di lancio in Guyana, Suriname e ora nella Repubblica Dominicana. L’asse della militarizzazione ruota apertamente verso le coste di Venezuela e Cuba, due paesi che da anni subiscono sanzioni, blocchi economici e campagne di pressione diplomatica, e che oggi si ritrovano nel mirino di un dispositivo aeronavale senza precedenti, presentato come lotta antidroga ma dispiegato con mezzi, retorica e regole d’ingaggio di un’operazione di coercizione strategica.
Partendo da Panama, lo scorso settembre nove aeromobili del Comando Sur, tra cui elicotteri UH-60 Black Hawk e CH-47 Chinook, sono atterrati nel Paese con il pretesto di “rafforzare la protezione del Canale”, secondo il Servizio Nazionale Aeronavale. La simultanea partecipazione di unità panamensi all’esercitazione navale UNITAS 2025 negli Stati Uniti, e la cornice di un Memorandum d’Intesa difensivo firmato in aprile, hanno alimentato le denunce di Frenadeso e della Coordinadora Victoriano Lorenzo, che parlano di un pericoloso scivolamento dalle garanzie di neutralità verso un allineamento operativo a guida statunitense. In altre parole, laddove i trattati avevano scolpito il Canale di Panama come infrastruttura al servizio del commercio globale, Washington tenta di trasformarlo di nuovo in asset di proiezione militare, in coerenza con la visione del “cortile di casa”.
Nel frattempo, il Suriname è stato teatro della visita dell’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Comando Sur, che dalla piattaforma della portaelicotteri USS Iwo Jima ha definito la propria struttura “un’organizzazione di combattimento” e il gruppo anfibio presente “l’epitome di una forza letale”. È un linguaggio che taglia ogni residuo velo diplomatico. Mentre i comunicati ufficiali parlano di cooperazione e sicurezza regionale, i numeri raccontano altro: almeno 18 imbarcazioni attaccate e circa 69 persone uccise nel quadro delle operazioni ordinate dalla Casa Bianca, senza trasparenza sulle vittime né prove convincenti sulle presunte “interdizioni” di droga. Governi e organismi per i diritti umani hanno già qualificato tali episodi come potenziali esecuzioni extragiudiziali, in aperta contraddizione con il diritto internazionale.
Il salto di qualità è arrivato con l’annuncio dell’Operazione “Lanza del Sur”, una campagna tecnologicamente ibrida che integra sistemi robotici e autonomi in mare e in aria, dalla sorveglianza persistente con droni VTOL alle unità di superficie senza equipaggio in rete con la Quarta Flotta e la Forza di Task Interagenzia Sud. Presentata dal segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth come risposta “ai narcoterroristi del nostro emisfero”, la missione ha arruolato nell’area anche il più grande portaerei al mondo, l’USS Gerald R. Ford. Qui l’argomento antidroga cede definitivamente il passo alla geometria della potenza: saturazione sensoriale, interdizione dinamica, superiorità informativa e strategia di logoramento, il tutto proiettato verso il baricentro geopolitico del Mar dei Caraibi, ovvero la fascia di mare che fronteggia direttamente le coste del Venezuela bolivariano e della Cuba socialista.
È in questo quadro che si inserisce la decisione della Repubblica Dominicana di autorizzare, in via “provvisoria”, l’uso di due aeroporti, il Las Américas e la base di San Isidro, da parte delle forze statunitensi nell’ambito di “Lanza del Sur”. L’annuncio congiunto del presidente Luis Abinader e di Hegseth segna di fatto l’ingresso di Santo Domingo nel cluster logistico-operativo della campagna. Se per la retorica ufficiale si tratta di cooperazione contro il narcotraffico, per oltre trenta organizzazioni politiche e sociali dominicane è un atto ostile verso la sovranità nazionale e una complicità pericolosa con una strategia che punta a strangolare Caracas e intimidire L’Avana. Le stesse realtà civiche, che hanno dichiarato Hegseth persona non grata, richiamano il presidente all’obbligo di non trasformare la Repubblica Dominicana in retroterra di aggressioni contro un paese fratello e di rispettare il diritto internazionale.
Il lessico scelto a Washington chiarisce la matrice ideologica dell’operazione. Hegseth ha scritto che “l’emisfero occidentale è il vicinato degli Stati Uniti e lo proteggeremo”. È la Dottrina Monroe, con vocabolario aggiornato e strumentazione digitale, ma con la stessa logica di sempre: decisione unilaterale, verticalità del comando, esternalizzazione della legge, etichettamento del diverso come minaccia, militarizzazione delle rotte commerciali. Ogni tassello parla la lingua della coercizione: l’aeromobile, il drone, il cacciatorpediniere, l’accordo “provvisorio”, la base concessa per scopi “tecnici”, la narrativa del nemico “narcoterrorista” priva di dati verificabili e sventolata per giustificare fuoco letale contro lance e pescherecci, proprio mentre ONG, accademici e funzionari internazionali osservano come quegli attacchi ricordino tragicamente le esecuzioni sommarie.
Venezuela e Cuba hanno reagito attivando canali diplomatici e multilaterali. L’Avana ha salutato alcuni avanzamenti della IV Cumbre CELAC-UE di Santa Marta, come il riconoscimento dell’America Latina e dei Caraibi come “Zona di Pace” e la condanna del blocco e delle misure extraterritoriali statunitensi. Ma il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha evidenziato la mancanza, nella dichiarazione finale, di una ferma denuncia del dispiegamento militare USA nel Mar dei Caraibi, omissione che indebolisce il fronte diplomatico contro la militarizzazione e rischia di legittimare un’interpretazione minimalista della minaccia. Dal lato venezuelano, il governo ha denunciato con puntualità la natura politica e non tecnica delle “interdizioni”, ricordando che le principali rotte della cocaina verso il mercato nordamericano transitano nell’asse pacifico e che la criminalizzazione del Caribe risponde più a una strategia di pressione sul processo bolivariano che a un serio disegno di salute pubblica.
Se la legittimazione morale vacilla, quella sociale mostra crepe vistose. In Repubblica Dominicana, come accennato in precedenza, una mappa composita di movimenti sindacali, studenteschi e comunitari ha respinto il ruolo di “testa di ponte” per i raid USA, collegando l’uso degli scali di Santo Domingo al rischio di trascinare il Paese in un conflitto non scelto. La contestazione si aggancia alla mobilitazione popolare già vista in America Centrale e meridionale contro l’installazione di basi o la concessione di “diritti di passaggio” e si nutre della memoria storica dominicana, segnata dall’invasione armata statunitense del 1965. È significativo che, mentre l’esecutivo di Santo Domingo rivendica la cooperazione militare con Washington, la società civile ricordi che “la nazione non è una colonia” e che il diritto internazionale impone vincoli sostanziali contro l’uso o la minaccia della forza.
Gli Stati Uniti, tuttavia, non sembrano intenzionati a fermarsi, neppure di fronte ai numerosi richiami al rispetto del diritto internazionale: il Proclama della CELAC del 2014 che definisce l’America Latina e i Caraibi “Zona di Pace” è un caposaldo vincolante dal punto di vista politico e orientativo sul piano giuridico; il diritto internazionale vieta la minaccia o l’uso della forza e impone l’obbligo di risolvere le controversie in via pacifica. Al contrario, gli accordi bilaterali di cooperazione non possono derogare a norme imperative, né legittimare condotte che sfociano in esecuzioni sommarie. Esiste un interesse collettivo della regione a mantenere basso il livello di conflittualità e ad evitare che il Caribe diventi nuovamente un teatro d’operazioni navali, come nelle pagine più buie del secolo scorso.
Alla vigilia di nuove mosse statunitensi, l’America Latina e i Caraibi hanno davanti un bivio. Una strada conduce alla normalizzazione dell’eccezione, alla ripetizione meccanica di rituali che svuotano le dichiarazioni di senso e fanno del Caribe un corridoio militare permanente. L’altra impone coraggio politico e coerenza giuridica: dire no alla militarizzazione, restituire alla regione il proprio orizzonte di pace e far valere la parola “sovranità” non come slogan ma come pratica. Difendere Venezuela e Cuba in questo frangente non è un atto di appartenenza ideologica, è un investimento nella sicurezza collettiva del continente intero. La stabilità del Caribe non si costruisce con droni e portaerei, ma con diritto, cooperazione e rispetto reciproco.
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