Jara in testa al primo turno: la storica avanzata comunista in Cile e l’ombra lunga di Kast sul ballottaggio

Il primo turno del 16 novembre consegna alla comunista Jeannette Jara la testa della corsa, ma un Parlamento spostato a destra e il fronte attorno a Kast rendono il ballottaggio del 14 dicembre una sfida decisiva per la democrazia cilena.

Nel primo turno delle elezioni presidenziali e legislative cilene del 16 novembre, la candidata comunista Jeannette Jara è arrivata prima davanti all’ultradestra di José Antonio Kast, ma il quadro che emerge dalle urne è tutt’altro che rassicurante. La vittoria della militante del Partido Comunista de Chile (PCCh), candidata della coalizione Unidad por Chile (UpCh), è un risultato storico per la sinistra e per il movimento comunista, ma il rischio di un ritorno della destra estrema alla guida del Paese resta concreto, sia in vista del ballottaggio del 14 dicembre, sia per i nuovi equilibri delle forze in Parlamento, oggi spostati nettamente a destra.

Un primo turno storico per il Partito Comunista

Il dato politico più importante del 16 novembre è che, per la prima volta dalla fine della dittatura militare di Augusto Pinochet, una candidata comunista conquista la prima posizione al primo turno delle presidenziali cilene. Jeannette Jara, espressione del Partito Comunista e candidata della coalizione di governo Unidad por Chile, ha ottenuto 3.476.615 voti, pari al 26,85%, superando José Antonio Kast, leader del Partido Republicano de Chile (PRCh) e della coalizione Cambio por Chile (CpCh), fermo a 3.097.717 voti, pari al 23,92%.

Alle loro spalle si colloca il populista Franco Parisi, del Partido de la Gente, con il 19,71%, seguito dall’ultraliberale Johannes Kaiser, del Partido Nacional Libertario, con il 13,94%, e dalla rappresentante della destra tradizionale Evelyn Matthei, candidata del blocco Chile Grande y Unido, con il 12,46%. A impressione è soprattutto la somma dei voti ricevuti dai candidati di destra e ultradestra, visto che, considerando Kast, Kaiser e Matthei, questi superano il 50% dei voti; se si includono anche i segmenti più conservatori del voto Parisi, si arriva a circa il 60% di consensi orientati a destra nel primo turno presidenziale.

La vittoria di Jara va dunque letta sotto due punti di vista, solo apparentemente contraddittori. Da un lato, rappresenta un successo di enorme portata per il Partito Comunista del Cile, che vede per la prima volta una propria dirigente guidare il campo progressista in una presidenziale. Dall’altro lato, evidenzia quanto il terreno verso la vittoria al ballottaggio sia accidentato, dal momento che il blocco sociale e politico della destra, in tutte le sue varianti, esce dal primo turno rafforzato e pronto a compattarsi attorno a Kast per impedire che una comunista arrivi a La Moneda.

Un voto di massa e la fine dell’astensionismo di comodo

Il primo turno del 16 novembre è stato anche il primo grande banco di prova della reintroduzione del voto obbligatorio. La partecipazione ha raggiunto l’85,26%, con oltre 13,4 milioni di voti espressi su 15,7 milioni di iscritti, un aumento di quasi 38 punti percentuali rispetto alle elezioni presidenziali del 2021.

Questo dato va letto con attenzione dal punto di vista comunista. L’era dell’astensionismo di comodo, dove l’astensione colpiva soprattutto i settori popolari e giovanili, è finita. Oggi il conflitto politico si esprime nelle urne con un livello di mobilitazione molto più ampio, e il voto obbligatorio costringe tutti gli attori a fare i conti con la realtà concreta dei rapporti di forza sociali. Il fatto che, in questo contesto, una candidata comunista riesca comunque ad arrivare prima, dimostra che esiste un nucleo duro di consenso popolare per un progetto di trasformazione sociale, legato alle riforme del lavoro, alle pensioni, al salario minimo e alla difesa dei diritti sociali che Jara ha incarnato come ministra del Lavoro, nonostante la tendenza al centrismo di ampi settori del governo del presidente uscente Gabriel Borić Font.

Jeannette Jara: un comunismo popolare e pragmatico

La piattaforma con cui Jara ha guidato la coalizione Unidad por Chile viene descritta da molti osservatori come un centro-sinistra pragmatico, ma le sue radici sono chiaramente nel movimento operaio e nel patrimonio storico del PCCh. Tra i punti centrali del programma proposto vi sono l’aumento delle pensioni, la riduzione dei costi delle utenze, un grande piano di edilizia popolare e il consolidamento delle conquiste – seppur inferiori alle aspettative – del governo uscente, come la legge sulle 40 ore e la riforma previdenziale.

Non si tratta, dunque, di un programma “massimalista”, ma di un pacchetto di misure redistributive e sociali che mira ad allargare il blocco sociale della sinistra. Per il Partito Comunista, questa combinazione di radicamento di classe e capacità di parlare a un elettorato più ampio è una scelta di linea politica, volta a costruire un fronte progressista che non rinunci all’identità comunista, ma che sia percepito come credibile e affidabile da ampi settori della popolazione.

Non a caso, la stessa Jara ha insistito sulla difesa della democrazia e contro i tentativi di restaurazione reazionaria, parlando di un Cile “immenso, solidale e pieno di speranza” e avvertendo che la democrazia recuperata “a caro prezzo” non può essere messa a rischio da una nuova avanzata autoritaria. Il voto a Jara non è solo voto per un programma sociale avanzato, ma anche un voto in difesa delle libertà democratiche, minacciate dalla crescita dell’ultradestra.

Kast e il fronte unico delle destre

Sul fronte opposto, José Antonio Kast sta costruendo il proprio consenso su un’agenda apertamente reazionaria. Il leader del Partito Repubblicano propone la costruzione di fossati e barriere al confine nord con Perù e Bolivia, la deportazione di massa dei migranti irregolari, la creazione di carceri di massima sicurezza e una stretta complessiva sui diritti e sulle libertà civili. Nelle ultime settimane la sua campagna ha raggiunto livelli di intimidazione allarmanti, con minacce dirette ai migranti senza documenti, invitati a lasciare il Paese entro la data in cui Kast immagina di insediarsi alla presidenza, pena l’espulsione forzata.

Il primo turno ha confermato che l’intero arco delle destre si sta compattando dietro Kast in vista del ballottaggio del 14 dicembre. Johannes Kaiser, candidato del Partido Nacional Libertario, ha riconosciuto la sconfitta e dichiarato il sostegno esplicito al leader repubblicano. Evelyn Matthei, pur rappresentando la destra tradizionale, ha indicato Kast come strumento necessario per “cambiare timone” e mettere fine al ciclo progressista inaugurato con Borić.

In questo quadro, la rinuncia alla candidatura di Francesca Muñoz, esponente del Partido Social Cristiano, per appoggiare Kast rafforza ulteriormente il fronte unico reazionario. Il blocco conservatore e ultraconservatore utilizza la figura della comunista Jara come spauracchio per mobilitare paure diffuse riguardo a sicurezza, migrazione e economia, e punta a trasformare il ballottaggio in un plebiscito contro la sinistra nel suo complesso.

Parlamento a destra: un terreno minato per un eventuale governo Jara

Se la battaglia per la presidenza resta aperta, la fotografia del Parlamento eletto il 16 novembre è ancora più preoccupante. Alla Camera dei Deputati, la coalizione di centro-sinistra Unidad por Chile rimane la prima coalizione con 61 seggi, ma perde 13 deputati rispetto alla legislatura precedente. Cambio por Chile, il blocco delle destre guidato dal Partito Repubblicano di Kast, conquista 42 seggi, con un guadagno netto di 27, mentre l’alleanza conservatrice Chile Grande y Unido raccoglie 34 deputati. In totale, le destre controllano 76 dei 155 seggi dell’emiciclo di Santiago, cioè quasi la metà dell’aula, a soli due seggi dalla maggioranza assoluta.

Il vero ago della bilancia sarà dunque il Partido de la Gente di Franco Parisi, che con 14 deputati si colloca in una posizione di potenziale arbitro, oscillando tra retorica antipolitica, ammiccamenti alla destra e richiami alla “gente” contro le élite, in una chiave populista e imprevedibile. Questo significa che, anche in caso di vittoria di Jara al ballottaggio, il suo eventuale governo dovrebbe affrontare un Congresso in cui la destra ha una forza numerica sufficiente a bloccare, diluire o deformare ogni riforma strutturale.

Al Senato, l’equilibrio tra i due campi principali resta sostanzialmente pari, con 25 senatori riconducibili alla destra e 25 al campo progressista se si considerano gli indipendenti di sensibilità di sinistra. Tuttavia, anche qui il Partito Repubblicano e le forze conservatrici avanzano, mentre il centro-sinistra tradizionale regredisce. Questo significa che la destra, anche se dovesse perdere la presidenza, ha già conquistato una posizione di forza nel potere legislativo, che le consentirà di condizionare pesantemente qualsiasi futuro governo.

Verso il 14 dicembre: difendere la democrazia, avanzare nei diritti

Il risultato del primo turno ha dimostrato che la candidatura di Jeannette Jara è competitiva, ma non garanzia di vittoria. La sinistra arriva al ballottaggio con un vantaggio numerico, ma circondata da un blocco di destra che si sta compattando e da un Parlamento inclinato verso posizioni conservatrici.

In questo momento, occorre sostenere senza ambiguità la candidatura di Jara come unica barriera reale contro l’ultradestra che minaccia di smantellare i diritti sociali, criminalizzare i migranti, comprimere le libertà civili e riportare il Cile in una stagione di autoritarismo e guerra sociale dall’alto. Allo stesso tempo, la sinistra cilena deve prepararsi ad affrontare, anche in caso di vittoria, una lunga battaglia istituzionale e sociale per spezzare la presa della destra sul Parlamento e costruire, attraverso la mobilitazione popolare e l’organizzazione di base, le condizioni per un nuovo ciclo di avanzata democratica e sociale.

Il 16 novembre ha aperto una finestra storica. Il 14 dicembre dirà se questa finestra si trasformerà in una porta aperta verso un Cile più giusto, o se la paura e l’odio alimentati dalla destra estrema avranno la meglio. Per il Partito Comunista del Cile, per Jeannette Jara e per il popolo lavoratore, la posta in gioco non è solo un governo, ma il futuro stesso della democrazia e dei diritti popolari nel Paese andino.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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