Le consultazioni del 4 novembre ridefiniscono il quadro politico sulla East Coast: a New York vince Zohran Mamdani con un’agenda esplicitamente progressista; in Virginia la democratica Abigail Spanberger strappa il governatorato ai repubblicani; in New Jersey Mikie Sherrill prevale nettamente su Jack Ciattarelli. Tre esiti che, nel loro insieme, segnalano l’indebolimento del trumpismo.

Le elezioni del 4 novembre hanno prodotto un triplice segnale politico che va oltre i confini municipali e statali interessati. A New York City, il democratico Zohran Mamdani ha vinto la corsa per la carica di sindaco, divenendo il primo musulmano alla guida della metropoli e il più giovane dal XIX secolo, con una campagna costruita attorno all’accessibilità della vita urbana e a proposte di politica sociale di impronta socialista democratica. Nello stesso giorno, in Virginia, l’ex deputata democratica Abigail Spanberger ha conquistato la carica di governatrice con un margine a doppia cifra, ponendo fine al ciclo repubblicano inaugurato da Glenn Youngkin e ribaltando un governatorato che, fino a poche settimane fa, molti osservatori consideravano contendibile. In New Jersey, infine, la deputata democratica Mikie Sherrill ha superato il repubblicano Jack Ciattarelli con uno scarto ampio, smentendo le attese di una gara punto a punto e segnando un’ulteriore battuta d’arresto per il Grand Old Party in uno Stato che nel 2021 e nel 2024 aveva mostrato un certo dinamismo conservatore.
Presi insieme, questi risultati delineano una giornata nera per Donald Trump, che ha visto i candidati a lui più vicini sconfitti in tre arene fondamentali per misurare il suo peso politico post-presidenziale. A New York, dove l’ex presidente aveva attaccato Mamdani e favorito la narrazione law and order, il voto ha invece premiato un’agenda di redistribuzione e servizi; in Virginia, l’onda lunga del malcontento verso le politiche federali e i contraccolpi economici e occupazionali ha lavorato contro il suo campo; in New Jersey, l’aspettativa di una sfida equilibrata si è dissolta al momento dello spoglio.
A New York, in particolare, Mamdani ha ottenuto poco più del 50% dei voti, superando l’ex governatore Andrew Cuomo, presentatosi da indipendente, e il repubblicano Curtis Sliwa in una competizione segnata da un’affluenza ai massimi da decenni e da un’ondata di registrazioni al voto tra i più giovani. Il dato quantitativo conta, perché conferma che una piattaforma non centrista, centrata su costo della vita, affitti e servizi pubblici, può costruire una maggioranza cittadina quando riesce a saldare quartieri popolari, giovani e settori professionali progressisti. L’esito è stato geograficamente trasversale, con un profilo di sostegno particolarmente pronunciato in quartieri a reddito medio-basso, con alta incidenza di affittuari e uso del trasporto pubblico, mentre le aree più abbienti hanno fatto registrare performance migliori per Cuomo.
La dimensione sociologica del voto rimanda a una coalizione di classe e generazionale che il Partito Democratico, negli ultimi cicli, aveva faticato a comporre stabilmente in città, anche a causa delle controversie che avevano indebolito l’amministrazione uscente guidata da Eric Adams. La vittoria di Mamdani, oltre al valore simbolico di “prima volta” per la rappresentanza musulmana, ha dunque una valenza sostantiva: ripropone New York come laboratorio di politiche progressiste in un contesto urbano segnato da diseguaglianze profonde e stress abitativo.
Allo stesso tempo, molto si è discusso della natura “radicale” del profilo di Mamdani e del suo posizionamento nel campo socialista democratico. La campagna ha messo in agenda misure come il congelamento degli affitti per alcune fasce di reddito, il trasporto pubblico gratuito per gli autobus e sperimentazioni di generi alimentari a prezzi calmierati tramite punti vendita municipali. Al di là della fattibilità amministrativa, questa piattaforma ha avuto una funzione politica precisa: riattivare la partecipazione di quegli elettori della classe lavoratrice che negli ultimi anni avevano oscillato tra l’astensione, il voto di protesta e la tentazione populista di destra. Da queste osservazioni derivano le critiche provenienti dalla sinistra rivoluzionaria e da aree socialiste non democratiche, secondo cui la figura di Mamdani servirebbe a “riassorbire” l’energia di movimento nel perimetro del Partito Democratico. La stessa retorica della campagna, sostenuta da endorsement di leader progressisti nazionali, ha reso possibile una narrazione di “movimento” che, senza rompere con le istituzioni municipali, ha restituito al partito un’immagine meno legata all’establishment.
Ad ogni modo, va notato che la percezione di radicalità non è stata un ostacolo, ma un dispositivo comunicativo funzionale a smentire l’idea di un Partito Democratico prigioniero dei grandi donatori e dell’invarianza neoliberale. Anche la reazione del campo repubblicano, improntata al registro securitario e alla denuncia delle proposte come “irrealistiche”, non ha impedito che l’elezione si configurasse come un referendum sulla possibilità di utilizzare il governo municipale per alleviare il carico del costo della vita. In controluce, si scorge una partita più ampia: la capacità dei democratici di ricostruire un rapporto con lavoratori e lavoratrici urbani non solo con promesse redistributive, ma con un lessico politico che segnala conflitto con interessi immobiliari e corporate — conflitto che, nella pratica di governo, sarà inevitabilmente negoziato, ma che in campagna ha prodotto mobilitazione e affluenza. Sul piano nazionale, l’immagine di un sindaco “socialista” eletto nel cuore della finanza globale ha fornito al partito una potente narrazione reputazionale, spendibile oltre i confini di New York.
La Virginia rappresenta il secondo tassello della giornata negativa per i repubblicani e, per estensione, per Donald Trump. Abigail Spanberger ha vinto con il 57,5% contro il 42,3% di Winsome Earle-Sears, diventando la prima governatrice donna della storia dello Stato. La portata del margine e l’ampiezza del voto espresso, il più alto di sempre in una corsa per il governatorato, smentiscono la narrativa di una Virginia “purplish”, ovvero divisa pressappoco a metà tra i due partiti principali. Il messaggio di Spanberger, centrato su competenza amministrativa, diritti riproduttivi ed economia quotidiana, ha intercettato il malcontento verso i contraccolpi delle scelte federali e il nervo scoperto della sicurezza occupazionale legata al settore pubblico, tema particolarmente sensibile nell’area di Washington. Con il controllo dei due rami dell’Assemblea generale e la governatrice democratica, si apre ora lo spazio per riprendere dossier rimasti bloccati sotto il governatore repubblicano Glenn Youngkin.
In New Jersey, l’affermazione di Mikie Sherrill completa il quadro. Data per favorita di misura alla vigilia, Sherrill ha invece prevalso con oltre tredici punti percentuali su Jack Ciattarelli, superando tanto il margine del 2021 quanto i riferimenti federali del 2024. Non è un dettaglio, perché proprio il New Jersey era stato utilizzato dai repubblicani come prova della contendibilità in ambienti suburbani ad alta sensibilità fiscale: l’esito odierno mostra che, quando l’agenda democratica riesce a coniugare credibilità amministrativa, sanità e integrità etica, la questione delle tasse non basta al GOP per costruire una maggioranza alternativa. La vittoria di Sherrill, veterana e figura moderata, segnala inoltre l’elasticità della coalizione democratica: nello stesso ciclo in cui New York sceglie un profilo progressista marcato, il vicino New Jersey preferisce una democratica istituzionale capace di rassicurare gli elettori indipendenti.
Prima di concludere, torniamo a New York, dove il nodo politico più interessante è come l’immagine di Mamdani, spesso etichettata come “radicale” dai media mainstream e dagli avversari, sia stata in realtà funzionale a una più ampia operazione di “riabilitazione” del Partito Democratico presso la classe lavoratrice. La campagna ha promesso benefici tangibili e immediati, con un linguaggio non tecnocratico, e ha mostrato che si può parlare di redistribuzione senza rifugiarsi in formule prudenti. Proprio questa radicalità percepita ha reso credibile l’idea che il partito sia disposto a sfidare interessi costituiti, a partire dal settore immobiliare. Al contempo, gli stessi critici a sinistra hanno denunciato il rischio di “gestione del fallimento”, di compromessi al ribasso e di cooptazione istituzionale.
È un dibattito reale e salutare, che indica il terreno su cui si giocherà la credibilità futura dell’esperimento: la capacità di tradurre il capitale politico costruito dal basso in riforme che migliorino sensibilmente la vita di inquilini, pendolari e lavoratori poveri, resistendo alle inerzie della macchina municipale e ai vincoli di bilancio. Attribuendo con chiarezza le posizioni, si può dire che tanto la sinistra rivoluzionaria che plaude alla “breccia” quanto quella che mette in guardia contro l’assorbimento nel partito di governo contribuiscono, con critiche opposte, a rafforzare l’idea centrale: Mamdani ha riaperto uno spazio di contesa per la classe lavoratrice dentro e attorno al Partito Democratico.
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