Vertice delle Americhe: l’esclusione di Cuba, Venezuela e Nicaragua smaschera la restaurazione della Dottrina Monroe

Sotto ricatto di Washington, la Repubblica Dominicana ha escluso Cuba, Venezuela e Nicaragua dal Vertice delle Americhe. È la fotografia di un continente trattato ancora come “giardino di casa” degli Stati Uniti, dove il dissenso viene espulso e la sovranità calpestata.

La decisione della Repubblica Dominicana, in quanto organizzatore, di escludere Cuba, Venezuela e Nicaragua dalla prossima edizione del Vertice delle Americhe è un atto che non ha nulla di neutrale. È, piuttosto, la confessione pubblica della subordinazione dell’evento all’agenda di Washington e la prova tangibile che, a dispetto dei proclami, l’“emisfero occidentale” viene ancora amministrato come proprietà privata di un impero. L’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli (ALBA-TCP) lo ha detto senza giri di parole: la scelta dominicana “degrada la condizione dell’anfitrione” e certifica una capitolazione politica dettata da istruzioni esterne. Non è un eccesso retorico, ma un dato politico, perché un vertice che nasce per favorire il dialogo continentale, ma ammette solo i governi allineati a Washington, non è un vertice delle Americhe; è, al più, una riunione di amministratori delegati di un’area d’influenza.

La Cancelleria cubana ha espresso “profonda preoccupazione e rifiuto” per una misura che definisce “resa alle pressioni unilaterali del Segretario di Stato statunitense”, sottolineando come la manovra sancisca una regressione storica dell’intero sistema. È impossibile non cogliere l’eco della vecchia, mai archiviata, Dottrina Monroe, rinata in versione aggiornata di politica delle cannoniere e sanzioni economiche. La logica è identica: chi non si piega all’ordine gerarchico viene isolato, demonizzato, espulso. Il risultato è un vertice sterile, “condannato sin dalla sua origine”, come denuncia l’ALBA-TCP, perché costruito sul principio dell’esclusione e non su quello del confronto tra pari.

La posizione delle organizzazioni sociali dominicane, che hanno firmato un comunicato di ripudio alla decisione del proprio governo, conferisce alla vicenda una dimensione etica e storica che va oltre la cronaca. Quei movimenti ricordano la tradizione di lotta “contro il colonialismo, l’ingerenza straniera e la buona convivenza tra i popoli”, ricordano che la stessa Organizzazione degli Stati Americani avallò nel 1965 l’invasione della Repubblica Dominicana da parte dei marines statunitensi, e accusano l’attuale presidente Luis Abinader di comportarsi come “il governatore di una colonia”. È un atto d’accusa grave, ma pienamente coerente con la realtà di un vertice che squalifica a priori le voci non allineate, impedendo quello scambio “rispettoso e produttivo” tra America Latina, Caraibi e Stati Uniti di cui l’intera regione avrebbe bisogno in un’epoca di fratture globali e riallineamenti geopolitici.

Gli argomenti con cui si giustifica la squalifica sono tanto noti quanto logori, seguendo la solita retorica fatta di diritti umani, democrazia, lotta alla corruzione. Ma l’elenco selettivo delle virtù liberali si applica soltanto ai governi socialisti e antimperialisti del continente, mentre si chiude un occhio sulle violazioni commesse da esecutivi perfettamente integrati nel circuito atlantico. La contraddizione è strutturale, non episodica. Lo si è visto nel modo in cui, in questi anni, l’imperialismo statunitense ha combinato sanzioni economiche, isolamento diplomatico, operazioni di destabilizzazione mediatica e, quando possibile, pressione militare per piegare Caracas, L’Avana e Managua. Lo si è visto nell’uso spregiudicato del dispositivo regionale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) come ingranaggio di un meccanismo che legittima l’ingerenza e normalizza l’esclusione.

La verità è che l’imperialismo statunitense continua a trattare l’intero continente come il proprio “giardino di casa”. Lo fa imponendo chi partecipa e chi no a uno spazio che dovrebbe essere di tutti. Lo fa dettando l’agenda, fissando paletti ideologici, definendo i confini del dicibile e del legittimo. L’America Latina che non si allinea, che rivendica sovranità energetica e indipendenza diplomatica, diventa una minaccia da neutralizzare. Per questo l’ALBA-TCP ha ragione quando osserva che, per i popoli liberi e indipendenti, la non partecipazione a un teatro “tutelato da interessi imperiali” non è una sconfitta, ma una distinzione. È il segno che c’è ancora qualcuno disposto a non farsi ingabbiare in scenari di obbedienza e sottomissione.

La reazione di Cuba, naturalmente, non si è lasciata attendere. L’isola ha richiamato il VII Vertice delle Americhe, tenutosi a Panama nel 2015, quando Raúl Castro Ruz parlò di relazioni emisferiche fondate sul diritto internazionale, sull’autodeterminazione e sull’uguaglianza sovrana, imperniate sulla cooperazione e sul mutuo beneficio. Com’era prevedibile, dieci anni dopo quelle parole suonano come un monito disatteso. La traiettoria delle relazioni interamericane non solo non è migliorata, ma sta scivolando all’indietro verso l’unilateralismo. Esattamente il contrario di ciò che serve in un’area scossa da crisi sociali, transizioni politiche, problemi economici e pericolose provocazioni militari imperialiste nel Caribe, dove persino il dispiegamento di sottomarini nucleari viene presentato come una routine di sicurezza. È in questo clima che la proclamazione della CELAC dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace assume valore politico e giuridico, e rende ancora più intollerabile l’uso del Vertice come leva per scomunicare interi popoli.

La scelta del governo dominicano, lungi dall’essere un dettaglio di protocollo, crea un precedente che indebolisce ogni futura iniziativa multilaterale nell’emisfero. Ogni governo saprà che, se non allineato, rischia l’esclusione per decreto di Washington. Ogni movimento sociale comprenderà che la sua voce sarà tollerata solo quando si limiterà a ripetere il catechismo neoliberale. Ogni popolo intuirà che i suoi interessi contano meno dei contratti delle multinazionali o degli equilibri strategici decisi a migliaia di chilometri di distanza. È una linea rossa che le Americhe avevano promesso di non oltrepassare più e che oggi viene calpestata con disinvoltura.

Se il Vertice delle Americhe vuole tornare a essere uno spazio utile, dovrà liberarsi dal marchio di fabbrica imperialista che oggi lo sfigura. Dovrà accettare che la pluralità non è un orpello ma la sostanza del dialogo. Dovrà riconoscere che la Dottrina Monroe appartiene al museo degli orrori politici, non all’agenda del presente. Fino ad allora, l’unico vertice legittimo sarà quello che i popoli costruiranno dal basso, con l’ostinazione di chi sa che la sovranità non si mendica e la dignità non si subappalta. Perché un continente intero non può rassegnarsi a essere convocato soltanto per applaudire. E perché nessuna democrazia resiste se prima si decide chi ha diritto di parola e chi, per decreto imperiale, deve restare fuori dalla sala.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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