I dazi sono una scelta futile per correggere le cause strutturali del deficit commerciale USA

Mentre Washington prepara una nuova ondata di tariffe, comprese quelle sui farmaci, cresce l’incertezza globale. Ma i dazi non affrontano le radici del disavanzo: competitività in calo, il valore del dollaro e filiere frammentate richiedono riforme, non protezionismo.

Global Times – 28 settembre 2025

Mentre le onde d’urto delle tariffe generalizzate imposte dagli Stati Uniti sul commercio globale continuano a propagarsi, pare che Washington sia pronta a brandire un nuovo pacchetto di misure, complicando ulteriormente il panorama degli scambi internazionali.

Giovedì, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato ampi nuovi dazi alle importazioni, tra cui un’aliquota del 100% sui farmaci coperti da brevetto e del 25% sui camion pesanti, oltre a un dazio del 50% su mobili da cucina e arredo bagno e del 30% sui mobili imbottiti, che entreranno in vigore mercoledì, ha riferito Reuters.

Lo sviluppo è arrivato a un solo giorno di distanza dall’annuncio del Dipartimento del Commercio USA dell’apertura di nuove indagini ai sensi della Sezione 232 sulle importazioni di dispositivi di protezione individuale, articoli medicali, robotica e macchinari industriali, che secondo Bloomberg amplia ulteriormente la platea dei settori potenzialmente colpiti da dazi.

L’introduzione di un nuovo ciclo di tariffe e di indagini non solo accresce l’incertezza nell’ambiente commerciale globale, ma riflette anche l’aspettativa di Washington di ribaltare la propria situazione economica attraverso il protezionismo.

Le tre aree colpite — camion pesanti, farmaceutica e arredamento — hanno un tratto comune: sono comparti in cui gli Stati Uniti registrano un consistente deficit commerciale. Sebbene la mossa sembri puntare a correggere questi squilibri e a rilanciare la manifattura interna, un’analisi più attenta delle recenti variazioni del deficit commerciale USA mostra che tali dazi difficilmente raggiungeranno l’obiettivo e rischiano, invece, di infliggere danni maggiori all’economia americana.

È vero che nel corso dell’anno il deficit commerciale statunitense ha mostrato oscillazioni marcate. In particolare, ad agosto il disavanzo si è ridotto del 16,8% su base mensile a 85,5 miliardi di dollari, il che parrebbe segnalare l’efficacia delle politiche tariffarie. Ma un’analisi delle cause rivela che il miglioramento è dovuto soprattutto alla contrazione “passiva” delle importazioni, più che a un reale rafforzamento della competitività dell’export USA, e ancor meno a un miglioramento strutturale dei fondamentali economici.

Un vero miglioramento del deficit dovrebbe poggiare sulla crescita delle esportazioni e sulla vitalità economica. Solo un aumento della competitività esterna riflette il riconoscimento dei prodotti americani sui mercati globali, traina l’espansione dei settori domestici e pone basi solide per un commercio più equilibrato. L’approccio attuale, invece, fa leva sul contenimento delle importazioni tramite dazi elevati, non sulla sostituzione con alternative domestiche competitive. Questa strategia di “ridurre il deficit sacrificando le importazioni” non aggredisce le radici dello squilibrio e rischia di precipitare l’economia USA in nuove difficoltà a causa di disruption nelle catene di fornitura.

Il rafforzamento della capacità di esportare non si ottiene per decreto. Dipende da molteplici fattori, tra cui la forza del dollaro e la competitività complessiva della manifattura. Un biglietto verde forte rende i beni statunitensi più costosi all’estero, frenando le vendite anche se i produttori puntano ai mercati internazionali. Inoltre, il rilancio della base manifatturiera sconta ostacoli strutturali come gap tecnologici, carenze di manodopera e filiere frammentate. Nessuno di questi problemi si risolve dall’oggi al domani dietro un muro tariffario. Senza affrontare tali nodi di fondo, limitarsi a restringere le importazioni per alimentare la crescita industriale non innescherà un circolo virtuoso di minori importazioni e maggiori esportazioni; al contrario, può rompere l’equilibrio di complementarità dell’economia USA e ridurne l’efficienza complessiva.

La rinascita della manifattura richiede un ecosistema industriale favorevole, innovazione continua, domanda stabile e una guida politica coerente — non un protezionismo di breve respiro. I dazi possono frenare temporaneamente la concorrenza estera, ma non creano la spinta genuina necessaria al salto di qualità industriale.

La frequente imposizione di tariffe da parte degli Stati Uniti innescherà inevitabilmente nuove frizioni con i partner commerciali, riducendo ulteriormente lo spazio di mercato per gli esportatori americani.

Il deficit commerciale statunitense è il prodotto di decenni di produzione globalizzata, della struttura dell’economia americana e dei modelli di consumo. Se Washington continuerà a indulgere in misure unilaterali e protezionistiche, non farà che erodere l’efficienza economica e, in ultima analisi, allontanarsi dalle intenzioni originarie, indebolendo la competitività di lungo periodo degli USA nell’economia globale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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