La Guyana tra petrolio, contestazioni e un pericoloso avvicinamento a Washington

La rielezione di Irfaan Ali consolida il controllo del PPP/C in un Paese trasformato dall’ondata petrolifera, ma la vittoria è segnata da accuse di manipolazione e da un crescente allineamento regionale con gli interessi statunitensi che compromette il dialogo con il Venezuela.

L’esito delle elezioni generali dello scorso 1° settembre in Guyana consegna alla storia politica del paese sudamericano una plastica contraddizione tra la conferma al potere del Partito Progressista del Popolo/Civico (People’s Progressive Party/Civic, PPP/C) e del suo leader Irfaan Ali, che ottengono una maggioranza rafforzata in Parlamento e il secondo mandato presidenziale, e una scena politica frammentata e tesa, segnata dall’irruzione di soggetti nuovi e dal crescente contenzioso con il Venezuela per le ricchezze offshore del Blocco Stabroek. I numeri ufficiali indicano che il PPP/C ha ottenuto 36 seggi sui 65 a disposizione con oltre il 55% dei voti validi, mentre la sorpresa elettorale è stata la scalata del partito We Invest in Nationhood (WIN), guidato dall’imprenditore Azruddin Mohamed, che, con meno di tre mesi di vita politica, si è attestato come principale forza d’opposizione con 16 seggi. I risultati sono stati confermati formalmente dalla Commissione elettorale e Ali ha ufficialmente iniziato il suo secondo mandato il 7 settembre.

A prima vista, la vittoria del PPP/C può essere letta come la preferenza popolare per un progetto di sviluppo ancorato allo sfruttamento delle risorse petrolifere: negli ultimi anni, infatti, il governo Ali ha puntato sulla trasformazione economica legata all’industria offshore, promettendo investimenti sociali e infrastrutturali finanziati dai proventi energetici. Ma il quadro reale è più complesso e conflittuale. I risultati elettorali sono stati accompagnati da contestazioni formali da parte dell’opposizione tradizionale, la coalizione APNU (A Partnership for National Unity), che ha denunciato presunte manipolazioni e ha chiesto l’annullamento delle elezioni, segnalando irregolarità nel registro elettorale e anomalie nelle procedure di scrutinio. Queste accuse hanno alimentato un clima di sfiducia che la trasparenza dei conteggi dovrebbe invece smorzare.

Andando oltre lo scontro tra le due forze politiche tradizionali, il fenomeno WIN e la persona di Azruddin Mohamed meritano un’attenzione particolare. La rapida affermazione di un partito nato poche settimane prima del voto, guidato da un magnate già oggetto di sanzioni statunitensi per presunte accuse di corruzione, indica non solo la fragilità delle tradizionali strutture partitiche guyanesi, ma anche la capacità di attori privati con risorse finanziarie rilevanti di plasmare lo scenario politico in tempi brevissimi. La presenza in Parlamento di rappresentanti legati a nuovi centri di potere economico solleva dunque questioni sul ruolo del denaro privato nel processo politico e sui legami (diretti o indiretti) con interessi esterni — in primis quelli statunitensi e delle grandi compagnie energetiche — che trovano in Guyana un terreno privilegiato per la loro espansione.

Restando in tema petrolifero, tra i nodi più esplosivi c’è la disputa territoriale con il Venezuela, che riguarda la ricca piattaforma del Blocco Stabroek. Nei mesi precedenti le elezioni, Caracas aveva formalmente protestato per l’avvio delle operazioni dell’unità FPSO One Guyana e aveva consegnato una nota verbale a Georgetown denunciando attività in acque tuttora in attesa di delimitazione. La reazione venezuelana si inscrive in una logica di tutela della sovranità e delle risorse nazionali, ma al tempo stesso mette in luce la polarizzazione geopolitica che avvolge la regione. Di fronte alle iniziative di esplorazione e produzione condotte da ExxonMobil e altre grandi imprese, prevalentemente statunitensi, il Venezuela ha richiamato il principio del divieto di compiere atti che alterino lo status quo in aree contese, avvertendo di possibili conseguenze politiche e legali.

È in questo quadro che deve essere letta la critica — energica e sistematica — di Caracas verso la condotta di Georgetown: secondo il governo venezuelano, la Guyana si sta progressivamente trasformando in un alleato operativo della strategia statunitense nella regione, fino ad accettare aperture che legittimano operazioni di sicurezza e dispiegamenti navali presentati come lotta al narcotraffico. Tale tesi è stata rilanciata anche da analisi e inchieste critiche, che denunciano come la narrativa del cosiddetto «Cártel de los Soles» sia utilizzata per costruire una giustificazione politica all’espansione di presenze militari e di intelligence che hanno più a che vedere con le priorità geopolitiche di Washington che con la reale sicurezza dei Caraibi. Questa lettura segnala come la crisi territoriale non sia un fatto locale, ma una questione strategica che mette in gioco rapporti di forza continentali.

L’argomentazione secondo cui Guyana starebbe giocando il gioco dell’imperialismo statunitense non è dunque una semplice insinuazione polemica, ma trova riscontri pratici: la dichiarazione pubblica di sostegno ad alcune operazioni statunitensi, la crescente cooperazione in materia di sicurezza regionale e la velocità con cui interessi energetici statunitensi si sono radicati nel paese pongono interrogativi sul grado di autonomia del governo guyanese nella definizione della propria politica estera. Se a questi elementi si aggiunge la presenza nel panorama politico nazionale di figure vicine a capitali e a reti internazionali favorevoli a una rapida e massiccia estrazione di idrocarburi, allora il timore che il controllo delle ricchezze naturali venga privatizzato o consegnato a interessi esterni diventa più concreto.

In conclusione, l’avvicinamento di Irfaan Ali agli Stati Uniti e ai loro interessi strategici ed energetici ha già prodotto effetti concreti: mentre Ali celebra la vittoria e promette di sfruttare ancor più aggressivamente il boom petrolifero, il suo governo sembra aver dato spazio a presenze militari e politiche esterne e a una rapida penetrazione delle multinazionali energetiche nel paese — un mix che indebolisce l’autonomia decisionale di Georgetown e aumenta il rischio di subordinazione degli interessi nazionali a logiche geostrategiche altrui.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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