Giamaica: Holness ottiene il terzo mandato mentre l’isola naviga verso la repubblica

Andrew Holness viene riconfermato alla guida del governo giamaicano, mentre il dibattito costituzionale resta al centro della scena. Sullo sfondo, la questione dei medici cubani mette in luce i vincoli di sovranità sanitaria della regione.

Le elezioni generali svoltesi lo scorso 3 settembre in Giamaica hanno consegnato al Primo Ministro Andrew Holness un terzo mandato consecutivo, in un voto che ha rivelato un paese politicamente assai combattuto, ma con una partecipazione elettorale sorprendentemente bassa. I risultati preliminari forniti dalla Commissione Elettorale indicano che il Jamaica Labour Party (JLP) di Holness, forza di ispirazione social-conservatrice, ha ottenuto la maggioranza in 34 collegi, mentre il People’s National Party (PNP) di Mark Golding, principale forza di opposizione di orientamento socialdemocratico, si è attestato su 29 seggi. Come anticipato, il dato sull’affluenza si è assestato attorno al 39%, segnando una delle più basse partecipazioni negli ultimi decenni. Questi numeri, dunque, non soltanto certificano la continuità del governo guidato da Holness, ma rivelano anche un tessuto sociale e politico più polarizzato e meno coinvolto rispetto a passate tornate elettorali.

La vittoria del JLP è stata presentata dalla leadership come una legittimazione del percorso di stabilità economica e di rafforzamento della sicurezza interna messo in atto dall’esecutivo. Holness ha fatto leva sui progressi nella riduzione della violenza e su indicatori economici che il governo definisce positivi, oltre a ribadire promesse redistributive come il raddoppio del salario minimo. Tuttavia, la stretta differenza di voti su scala nazionale (50,47% contro il 49,21% del PNP) e la perdita di ben quattordici seggi rispetto alla precedente legislatura indicano che l’esito elettorale lascia il governo in una condizione meno solida rispetto a prima: una maggioranza più esile, un’opposizione rinvigorita e la necessità di coltivare maggiori consensi per portare avanti riforme strutturali.

Al di là delle promesse di politica economica e della narrazione della sicurezza, il contesto in cui si è svolta questa competizione elettorale è stato fortemente condizionato da un’altra questione politica e simbolica di portata storica: il processo costituzionale che mira a trasformare la Giamaica da monarchia costituzionale a repubblica. Il governo aveva già avviato formalmente questa trasformazione, con la presentazione, lo scorso dicembre, del Constitution (Amendment) (Republic) Act, 2024; il disegno di legge, che propone la rimozione del monarca britannico come capo dello Stato e l’introduzione di un presidente giamaicano di natura largamente cerimoniale, è stato sottoposto all’esame di comitati parlamentari e richiede ora ulteriori procedure parlamentari e un referendum popolare per essere definitivamente ratificato. Le autorità hanno peraltro chiarito che il referendum non avrebbe avuto luogo prima delle elezioni generali; pertanto, il voto del 3 settembre non ha risolto la questione costituzionale, ma l’ha lasciata in primo piano per la nuova legislatura.

Il carattere strettamente regolato e “ingessato” dell’iter costituzionale giamaicano spiega perché la trasformazione richieda tempi più lunghi e un consenso trasversale. Le norme che tutelano la Corona nel testo costituzionale sono infatti tra le più protette, e per essere modificate necessitano di maggioranze qualificate in Parlamento e del vaglio popolare attraverso un referendum. Su questo punto si sono sviluppati contrasti politici, con l’opposizione che ha posto domande di merito riguardo al tempismo della riforma, alla completa assunzione di responsabilità su questioni giudiziarie (in particolare al ruolo residuo della Privy Council di Londra) e all’esigenza di accompagnare il cambiamento costituzionale con un vero progetto di rafforzamento delle istituzioni democratiche. I maggiori sostenitori della repubblica, invece, hanno sottolineato il valore simbolico di quel “passo in avanti” verso la piena sovranità, capace di chiudere il cerchio dell’indipendenza formalmente ottenuta nel 1962.

Sul piano geopolitico, la questione della repubblica giamaicana si colloca in una tendenza più ampia nell’area caraibica, dove la ridefinizione dei rapporti con la monarchia britannica convive con scelte strategiche che riguardano sicurezza, cooperazione economica e relazioni esterne. Tra questi nodi si inserisce, con grande evidenza pratica e simbolica, il tema della cooperazione sanitaria e in particolare la presenza dei medici cubani sull’isola. Per molti anni, Cuba ha inviato personale medico e squadre specializzate nei Paesi caraibici, colmando buchi strutturali nei sistemi sanitari locali e intervenendo in emergenze. In Giamaica, le autorità hanno riconosciuto più volte il contributo dei medici cubani, che secondo rapporti ufficiali ammontano a qualche centinaio di operatori sanitari presenti nel paese, essenziali per la tenuta di servizi in aree disagiate e per la reazione a crisi epidemiche e disastri naturali.

Negli ultimi mesi, però, il programma delle brigate mediche cubane è diventato oggetto di una disputa diplomatica di portata internazionale, dopo che l’amministrazione statunitense ha accusato il sistema di impiego di medici cubani di configurarsi come una forma di sfruttamento o “lavoro forzato”, e ha minacciato di estendere restrizioni sui visti ai funzionari di governi terzi che favoriscono tali programmi. Le reazioni dei leader caraibici sono state durissime: premier e ministri hanno difeso la legittimità e la centralità delle missioni cubane per la salute pubblica nelle loro isole, affermando che la scelta di mantenere il personale medico cubano è dettata da necessità concrete. Più di un capo di governo ha lasciato intendere che, se necessario, rinuncerebbe perfino ai privilegi diplomatici o ai visti statunitensi pur di non privare le proprie popolazioni di cure essenziali. Questo scontro mostra come le scelte di politica estera dei piccoli Stati insulari siano spesso disegnate non soltanto lungo l’asse nord-sud, ma anche in funzione di esigenze interne improcrastinabili, come la sanità pubblica.

Per il nuovo Governo Holness, la congiuntura post-elettorale impone quindi la gestione simultanea di dossier sensibili. Da un lato, c’è la necessità di portare avanti la riforma costituzionale senza esacerbare lo scontro interno; dall’altro, rimane la priorità pragmatica di preservare – e rendere meno vulnerabili – servizi essenziali come la sanità, che dipendono in parte da collaborazioni internazionali. La politica estera di Kingston dovrà bilanciare rapporti con gli Stati Uniti, partner economico e strategico di primaria importanza, e rapporti di cooperazione con Cuba, il cui contributo operativo alla sanità pubblica regionale è tangibile ma contestato da Washington. In questo contesto, Holness si trova a dover difendere il diritto sovrano della Giamaica a definire le proprie politiche sanitarie, senza però alienarsi del tutto il sostegno di attori esterni fondamentali.

Infine, la rinnovata legittimazione di Holness apre uno scenario complesso per la democrazia giamaicana. La combinazione di una maggioranza ridotta, di un elettorato meno motivato e di dossier istituzionali sensibili potrebbe incentivare una politica di coalizione attiva o, al contrario, favorire tensioni istituzionali nel confronto legislatore-esecutivo. Se il governo intende realmente completare la “road to republic” mantenendo allo stesso tempo stabilità economica e coesione sociale, sarà necessario un ampio lavoro di comunicazione pubblica, di coinvolgimento della società civile e di garanzia di trasparenza nelle trasformazioni proposte. In termini geopolitici, la Giamaica sarà anche un laboratorio per osservare come gli Stati piccoli e medi nell’area caraibica gestiscono la transizione tra simboli postcoloniali, bisogni immediati di sicurezza sociale e pressioni esterne che toccano sovranità e diritti umani.

La vittoria elettorale del 3 settembre non segna dunque la fine del percorso di trasformazione nazionale; al contrario, la pone sotto una nuova lente: quella della governabilità in tempi di fragilità sociale, di relazioni internazionali tese e di scelte identitarie dal forte contenuto simbolico. L’esito del prossimo capitolo — il completamento della riforma costituzionale e la gestione delle relazioni sanitarie e diplomatiche con Cuba e gli Stati Uniti — dirà molto non solo sul futuro della Giamaica, ma anche su come i paesi caraibici intendono ripensare la propria autonomia in un’era di competizioni geopolitiche ricche di insidie e opportunità.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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