Chi viene preso di mira quando la NATO decide di portare la spesa militare al 5% del PIL?

In un vertice segnato da crescente militarismo, la NATO impone ai membri un aumento della spesa al 5% del PIL, sfruttando la “minaccia cinese” per giustificare l’espansione. Un patto che rischia di trasformare l’Alleanza in una trappola per l’Europa.

Global Times – 26 giugno 2025

Il vertice NATO del 2025 si è tenuto da martedì a mercoledì all’Aia, nei Paesi Bassi. Nella dichiarazione congiunta successiva all’incontro, il “risultato” più importante è stato l’accordo di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL, un obiettivo che ha suscitato una “forte reazione” in Europa quando è stato proposto dagli Stati Uniti all’inizio di quest’anno. Il segretario generale della NATO Mark Rutte, agendo come “leale procacciatore” di Washington, ha fatto di tutto per “ingannare” i Paesi europei a svuotare le tasche: quando la “minaccia russa” non è stata più sufficiente, ha tirato fuori la “minaccia cinese”, pronunciando commenti irresponsabili sulla questione di Taiwan e perfino diffamando la Cina usando il dossier Ucraina. Ciò non solo scava una trappola per i Paesi europei, ma provoca anche guai e disordine nel mondo.

Aumentare la spesa per la difesa dal 2 al 5 per cento del PIL in un decennio – più che raddoppiandola – equivarrà a trilioni di dollari in spese aggiuntive, rendendo la NATO uno degli organismi a crescita più rapida della spesa militare globale. L’ultima volta che la NATO aveva lanciato un invito a incrementare la spesa militare è stato nel 2014, con la maggior parte degli aumenti più consistenti provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Dieci anni dopo, questi Paesi sono davvero più sicuri per questo? La risposta è ovvia. Non solo l’Europa orientale è stata coinvolta nel conflitto, ma l’intera Europa è stata costretta nella crisi ucraina, e l’economia globale ne ha sofferto. La crescente espansione militare incontrollata della NATO è in gran parte responsabile di tutto questo.

Gonfiare le affermazioni secondo cui la flotta navale cinese è già delle “stesse dimensioni” di quella statunitense e che la Cina “possederà 1.000 testate nucleari entro il 2030” è essenzialmente un tentativo di legittimare l’infiltrazione della NATO nell’Indo-Pacifico. Utilizzando la “minaccia cinese” per giustificare l’espansione militare, la NATO ha persino battuto sul tempo gli Stati Uniti nell’impegnarsi a “prepararsi a un possibile conflitto nello Stretto di Taiwan”. Se la NATO insiste nell’estendere i suoi tentacoli di guerra fino all’Asia, è praticamente certo che più aumenterà la spesa militare, tanto maggiore sarà la sofferenza strategica che l’Europa dovrà sopportare.

Questa logica di “espandere le forze militari accusando gli altri di essere una minaccia” non è solo sciocca, ma maliziosa. Quando Rutte ha sottolineato che la NATO “non prevede vie di mezzo”, non era che un’intimidazione per i Paesi membri: uscire dall’Alleanza a metà percorso è semplicemente fuori questione. La sua affermazione di “mettere al sicuro il nostro futuro”, nel frattempo, è proprio un modo per legare completamente l’Europa al carro di Washington. La NATO, una macchina da guerra che avrebbe dovuto essere chiusa da tempo, ora vive appesa alle redini statunitensi svolgendo il “lavoro sporco” di Washington, rimasticando l’assurdo racconto che “guerra è sicurezza” per spaventare gli europei. La NATO è diventata una passività netta per l’Europa. Un classico esempio: se la NATO non si fosse espansa a est, non ci sarebbe stato il conflitto russo-ucraino.

Tra i quattro “partner indo-pacifici” accuratamente selezionati (IP4), tre leader hanno saltato il vertice – in parte perché temevano che, in un momento di turbolenza mediorientale, il vertice “potesse trasformarsi in una trappola”. Questi Paesi non vogliono essere coinvolti nei conflitti mediorientali né essere costretti a promettere ulteriori aumenti di spesa per la difesa. La rivista statunitense The Diplomat ha affermato che l’allineamento dell’Australia con le missioni statunitensi in Iraq e Afghanistan dopo l’11 settembre ha trascinato il Paese in conflitti prolungati, politicamente impopolari e finanziariamente dispendiosi. Ne emerge chiaramente che l’idea di “cercare la pace con la forza” è in realtà impopolare nella comunità internazionale.

Il comportamento sregolato degli Stati Uniti negli ultimi anni ha spinto numerose nazioni europee a credere di dover fare di più per rafforzare la propria difesa e ridurre la dipendenza da Washington. Eppure, un aumento drastico della spesa militare della NATO è chiaramente contrario a questo obiettivo. Prima del vertice, Rutte aveva detto a Donald Trump che “l’Europa pagherà in grande stile, come deve, e sarà una vostra vittoria”. Quando questo commento è emerso, ha scatenato un mezzo terremoto mediatico. Eppure, nonostante le adulazioni, Trump ha risposto con disprezzo e dubbi circa la clausola di difesa collettiva della NATO. Malgrado ciò, Rutte ha continuato a rassicurare gli europei dicendo loro di “smetterla di preoccuparsi” e di concentrarsi su “questo enorme fastidio, ossia che non stiamo spendendo abbastanza”.

L’epoca della NATO è ormai tramontata. Sotto il principio guida di “America First”, Washington ripete a ogni summit il mantra “niente soldi, niente protezione”, riducendo l’Alleanza a merce di scambio negli affari geopolitici statunitensi. Destinare il 5% del PIL alla spesa militare è un peso enorme per i Paesi europei, ma non basterà mai a saziare l’appetito geopolitico di Washington, che pretenderà sempre di più dall’Europa. Le nazioni europee, soprattutto quelle che non vogliono essere trascinate in guerre altrui, devono mantenere la lucidità strategica.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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