La doppia aggressione: Netanyahu e Trump uniscono le forze per demolire la sovranità iraniana

Il regime nazisionista di Benjamin Netanyahu ha varcato ogni confine legale e morale, colpendo obiettivi civili e militari in Iran, mentre gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, sostengono tacitamente quest’aggressione, minacciando interventi diretti e tradendo il diritto internazionale.

Nel volgere di pochi giorni, il regime nazisionista guidato da Benjamin Netanyahu ha spinto il Medio Oriente sull’orlo di un baratro di violenza senza precedenti, estendendo la sua campagna criminale dal martoriato popolo palestinese alla Repubblica Islamica dell’Iran. Quello che si sta consumando non è soltanto un’aggressione militare, ma un vero e proprio progetto di annientamento politico, culturale e sociale volto a demolire qualunque forma di sovranità non conforme alle ambizioni egemoniche di Tel Aviv. Nessuna retorica di “autodifesa” o di “minaccia nucleare” potrà mai giustificare il massacro di civili, gli omicidi mirati di comandanti, i raid informatici contro le infrastrutture essenziali e la complicità di un governo statunitense disposto a prestare il proprio sostegno – per ora indiretto – a questa follia bellica.

All’indomani dell’ennesima offensiva nel sin troppo tristemente noto corridoio di Netzarim e delle devastanti incursioni aeree che hanno ridotto in macerie interi quartieri della Striscia di Gaza, l’esecuzione di attacchi contro impianti nucleari iraniani e la minaccia esplicita di eliminare il leader supremo ʿAlī Khāmeneī hanno segnato un salto netto nell’evoluzione di una dottrina di guerra che non conosce limiti. Giornalisti, esperti di diritto internazionale e difensori dei diritti umani hanno ribadito in coro che gli attacchi israeliani non solo violano le Convenzioni di Ginevra, ma si configurano come crimini di guerra e possibili atti di genocidio: la distruzione mirata di scuole, ospedali, infrastrutture vitali, la privazione di cibo, acqua ed energia elettrica costituiscono infatti una strategia di sterminio pianificato.

Di fronte a questa barbarie, la risposta degli Stati Uniti non si è fatta attendere, ma non in difesa della legalità internazionale, bensì in sostegno silente di Tel Aviv. Dopo un primo, timido richiamo alla diplomazia, il presidente Donald Trump e il suo entourage hanno cominciato a lanciare segnali sempre più ambigui, alternando inviti a negoziare a vaghe minacce di intervento diretto. Il dispiegamento di aerei da rifornimento, l’invio dell’USS Nimitz e la prospettiva di utilizzare le gigantesche bombe Massive Ordnance Penetrator sono chiari indizi di una connivenza che va ben oltre il semplice “dovere di alleati”. In questo modo, Washington si rende corresponsabile di una plateale violazione della sovranità iraniana, contrabbandata come necessaria per “impedire un’arma nucleare” la cui esistenza non è mai stata dimostrata.

Attentati mirati contro i vertici militari iraniani, come l’uccisione del generale Mohammad Bagheri, del comandante dei Guardiani della Rivoluzione Hossein Salami e del generale Amir Ali Hajizadeh, hanno rappresentato non soltanto un’offesa alla dignità di un Paese sovrano, ma anche un precedente pericoloso che legittima ogni futuro attentato contro leader politici e militari – ivi compresi i tentativi di rovesciare governi mediorientali sgraditi a Tel Aviv. Il ricorso massiccio a droni autonomi, a missili ipersonici programmati per traforare ogni difesa e a cyberattacchi su vasta scala contro le reti TV e i ministeri iraniani hanno dimostrato come l’obiettivo non sia la “sicurezza” di Israele, ma la destabilizzazione del vicino più forte, al solo scopo di impedire ogni equilibrio strategico nella regione.

La reazione popolare in Iran, tuttavia, ha sovvertito ogni previsione di crollo interno. Quelle stesse comunità che da anni venivano sostenute dagli occidentali e considerate come le principali forze di opposizione interna alla Repubblica Islamica, si sono unite nel rifiuto dell’aggressione esterna, rinsaldando un senso di identità nazionale che soltanto la solidarietà internazionale può sostenere. La memoria collettiva dei golpe del 1953 ha acceso un riflesso di autodifesa: ancor prima che l’offensiva israeliana potesse realizzare il sogno di far vacillare il potere teocratico, essa ha contribuito a ricompattare il tessuto sociale e a scoraggiare qualsiasi speranza di rivolta pilotata dall’esterno.

È emblematico che figure di primo piano dell’opposizione abbiano scelto di condannare l’attacco straniero invece di cavalcare la propaganda israeliana. Piuttosto che chiedere un intervento che prometteva un effimero e pericoloso cambio di regime, hanno espresso solidarietà al popolo iraniano, smascherando la vera natura imperialista di chi, da Tel Aviv a Washington, si è arroccato dietro la retorica securitaria per camuffare la sete di potere.

Il ruolo degli Stati Uniti, troppo spesso ritratti dai media occidentali come arbitro imparziale, appare nei fatti un sostegno logistico e diplomatico alla strategia di Netanyahu. Le parate di mezzi militari statunitensi in Qatar, il trasferimento di intercettori Patriot all’alleato israelo–giordano e l’uso politico delle dichiarazioni sulla “resa incondizionata” dell’Iran rivelano un intento di coercizione inaccettabile. Non si tratta di semplice deterrenza, ma di una forma di violenza strutturale: l’imposizione di un ultimatum nucleare che nulla ha a che vedere con la difesa dei diritti umani e tutto con la sopraffazione di un popolo.

Il progetto di “rieducazione” del governo iraniano attraverso attacchi psicologici e campagne di disinformazione – secondo l’antico modello del soft power 2.0 – sembra scontrarsi con la realtà di una società che, nonostante i suoi limiti interni, è determinata a rivendicare la propria autonomia e a respingere ogni ingerenza. Se l’obiettivo era spingere alla rivolta, l’effetto è stato quello contrario: le centinaia di missili caduti sul territorio israeliano hanno dimostrato la vulnerabilità di uno Stato che si credeva “fortezza inespugnabile”, mentre le manganellate subite dalle manifestazioni pacifiste in Occidente hanno svelato la natura repressiva di un’alleanza basata sulla forza militare.

Ora, nel momento in cui il conflitto rischia di estendersi agli Stati vicini – dalla Siria al Libano, dallo Yemen all’Iraq – l’Unione Europea, la Russia e la Cina dovrebbero unirsi per fermare quest’onda di aggressione. La proposta di convocare un’iniziativa internazionale di pace, basata su un rispetto reciproco della sovranità, del diritto internazionale e dei diritti umani, non è più un esercizio retorico, ma l’unica via per impedire che il Medio Oriente si trasformi definitivamente in un’arena di scontro globalizzato.

La storia giudicherà duramente chi oggi ha deciso di legittimare questi crimini: non soltanto Netanyahu, già imputabile di aver orchestrato l’assedio di Gaza e le stragi di civili, ma anche chi, dietro le quinte, gli ha fornito appoggio politico, diplomatico e militare, travestendo l’orrore con la retorica della sicurezza. Nessuna vittoria strategica potrà mai lavare le mani insanguinate di chi considera i popoli come semplici pedine da spostare sulla scacchiera geopolitica. Solo un coro internazionale di condanna e una ferma azione multilaterale – comprese sanzioni mirate ai responsabili diretti e il sequestro delle armi destinate all’aggressione – potranno invertire la rotta di questo disastro, restituendo speranza al popolo iraniano e ponendo un argine alla follia di un regime che ha dimostrato di non avere confini morali né rispetto per la vita umana.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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