In Vietnam si dibatte sull’abolizione della pena di morte per i reati non violenti

Nella torrida Hà Nội di fine maggio e inizio giugno, l’Assemblea Nazionale affronta una delle riforme più controverse e dibattute degli ultimi decenni, mentre il voto decisivo del 25 giugno si avvicina.

“Produrre farmaci falsi non è frode, ma sfruttamento dei malati terminali. Per crimini senza coscienza, la pena di morte deve restare”. Le parole della deputata Phạm Khánh Phong Lan (Hồ Chí Minh City) echeggiano nell’aula parlamentare, sintetizzando il dibattito epocale che sta dividendo il Vietnam. Al centro delle discussioni, una proposta del Ministro della Pubblica Sicurezza Lương Tam Quang: cancellare la pena capitale per otto reati non violenti, dal narcotraffico alla corruzione, sostituendola con l’ergastolo senza condizionale.

I numeri del sistema penale vietnamita disegnano un panorama complesso. Attualmente, il Codice Penale prevede la pena di morte per 18 reati, un ventaglio ampio che include crimini contro la sicurezza nazionale come il sabotaggio, ma anche reati economici. Eppure, come sottolinea l’ex magistrato Trương Việt Toàn, “nelle aule di giustizia ormai da anni nessun giudice condanna a morte per sovversione o contraffazione di farmaci”. I dati ufficiali confermano questa discrepanza: nel 2024 non risulta alcuna esecuzione per questi crimini, nonostante le statistiche mostrino un’impennata dei reati legati a prodotti farmacologici.

La proposta governativa nasce da un doppio impulso: da un lato l’adesione al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, dall’altro le pressioni dell’Unione Europea nei negoziati per gli accordi commerciali. “Mantenere la pena per reati economici ci isola a livello globale”, avverte Toàn. “Senza una moratoria ufficiale, i Paesi europei continueranno a negare l’estradizione dei latitanti e criticheranno le condanne per reati economici come nel caso della miliardaria Trương Mỹ Lan“.

Mentre i reati finanziari dividono moderatamente l’emiciclo, è sul capitolo riguardante il traffico di droghe che il dibattito appare maggiormente polarizzato. “Che siano grammi o tonnellate, il danno sociale è lo stesso”, tuona il deputato Nguyễn Hải Trung (Hà Nội), mostrando foto di agenti uccisi in operazioni antidroga. Sul tavolo, i numeri della Polizia sono inequivocabili: nel 2024 sono state sequestrate 2.3 tonnellate di eroina, con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente.

La contraffazione farmaceutica accende gli animi ancor di più. “Un farmaco falso uccide più di un proiettile”, accusa la deputata Lan, ricordando i 32 morti per sciroppi tossici a Khánh Hòa. “Chiedete alle madri dei bambini morti se vogliono clemenza per questi criminali”. Allo stesso tempo, come ribatte la collega Nguyễn Thị Việt Nga (Hải Dương), “i corrieri della droga sono spesso contadini analfabeti, non i boss. Distinguere i ruoli è giustizia sostanziale”.

Nella fazione abolizionista spicca Lê Nhật Thành, deputato di Hà Nội: “L’ergastolo senza condizionale isola i criminali dalla società tanto quanto la pena di morte, ma evita errori giudiziari irreparabili”. La sua posizione si appella alla tradizione confuciana del recupero sociale, secondo la quale la pena non deve essere unicamente punitiva, ma anche e soprattutto rieducativa. Inoltre, citando alcuni dati, il deputato ha fatto notare come, tra i condannati all’ergastolo dal 2015, la recidiva sia allo zero percento.

Sul fronte opposto, il timore è che il Vietnam possa vedere un’impennata di crimini. “Togliere la pena di morte per il narcotraffico sarebbe un invito ai cartelli internazionali”, avverte Nguyễn Thanh Sang (Hồ Chí Minh City), ricordando inoltre come la minaccia della pena capitale abbia permesso di recuperare 4 miliardi di dollari nel caso dello scandalo finanziario che ha coinvolto Trương Mỹ Lan e la corporation che presiedeva, la Vạn Thịnh Phát.

Una delle obiezioni più sofisticate arriva dalla deputata Phan Thị Mỹ Dung, della provincia di Long An: “L’ergastolo perpetuo è una condanna alla tortura psicologica. Mentre i condannati a morte possono ricevere la grazia presidenziale, questi prigionieri moriranno in cella senza speranza”. Un dilemma etico che tocca il cuore della riforma. In effetti, negli ultimi anni la pena presidenziale ha spesso sottratto i condannati alla pena capitale dal braccio della morte, dimostrando come il Vietnam stia da tempo pensando ad una riforma in tal senso.

Lo stesso Ministro Quang, principale promotore della riforma, ne riconosce le criticità, anche da punto di vista economico: se la riforma dovesse passare, infatti, il sistema carcerario dovrebbe assorbire un 30% in più di ergastolani, con costi stimati in 120 milioni di dollari annui. “Serviranno misure parallele come i bracciali elettronici”, ammette il Viceministro Lê Văn Tuyến.

Il dibattito, come si comprende dalle diverse posizioni riportate, non si svolge unicamente su un piano giuridico, ma include anche un livello filosofico e identitario. “Il nostro sistema unisce tradizione confuciana e rigore socialista”, spiega il professor Trần Quang Liệu dell’Accademia di Scienze Sociali. “Nel dopoguerra, la pena capitale servì a costruire lo Stato. Oggi dobbiamo ripensarne la funzione”.

Non solo il mondo politico, ma anche la società civile appare divisa su un tema molto delicato come quello della pena capitale. Un sondaggio di VietnamNet rivela che il 68% dei cittadini vuole mantenere la pena di morte per i narcotrafficanti, mentre il 52% è favorevole all’abolizione per i reati di corruzione.

Mancano ormai poche settimane alla decisione finale. I corridoi del Palazzo dell’Assemblea Nazionale sussurrano di possibili compromessi: forse si abolirà solo per i reati politici, mantenendola per il traffico di droga e per la contraffazione di farmaci. Il giurista Đặng Văn Cường avverte: “Questa votazione è il termometro della nostra maturità democratica. Scegliere tra paura e civiltà definirà l’anima del Vietnam moderno”.

Mentre il dibattito prosegue non distante dalle sponde del lago Hoàn Kiếm, le parole della deputata Nguyễn Thị Thu Nguyệt (Đắk Lắk) risuonano come un testamento politico: “Dobbiamo chiederci: quale Paese vogliamo essere? Un avamposto di rigore punitivo o un faro di giustizia evoluta?”. La risposta arriverà il 25 giugno, in un voto che segnerà la storia del diritto vietnamita.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

There is one comment

  1. Il Vietnam abolisce la pena di morte per i reati non violenti | World Politics Blog

    […] Nel dibattito parlamentare che ha preceduto il voto, sono emerse due linee argomentative complementari. Da un lato, chi ha sottolineato la necessità di mantenere un effetto deterrente forte, che punisca in maniera esemplare chi viola gravemente la fiducia pubblica o tradisce la responsabilità di chi ricopre incarichi pubblici. Dall’altro, molti deputati hanno sostenuto che la pena di morte per peculato e corruzione non fosse più sostenibile né dal punto di vista etico né dal punto di vista pratico. La corruzione e l’appropriazione indebita di fondi pubblici, infatti, si combattono con strumenti che favoriscano la restituzione del denaro e il coinvolgimento attivo dei colpevoli nella ricostruzione del danno causato allo Stato: la nuova normativa stabilisce così che chi collabora e restituisce almeno tre quarti del maltolto possa accedere a benefici di condono o a misure alternative all’ergastolo. […]

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