In un clima di repressione crescente e politiche sociali restrittive, il governo di Javier Milei ha scatenato proteste in più fronti: dallo sciopero dei sindacati della Terra del Fuoco alle marce dei pensionati, passando per una contestata riforma migratoria.

Il sogno liberista annunciato come “rivoluzione” da Javier Milei si è presto rivelato un incubo di esclusione sociale e violenza politica. Nel tentativo di imprimere una svolta radicale all’Argentina, l’esecutivo di estrema destra ha varato una serie di decreti che colpiscono individui e categorie già fragili, scatenando la mobilitazione di lavoratori, pensionati, sindacati locali e persino della Chiesa Cattolica, tutti impensieriti dall’asfissia dell’industria nazionale e dalle condizioni di vita della popolazione.
Con la riforma migratoria, presentata ufficialmente dal portavoce Manuel Adorni, il governo ha annunciato l’espulsione automatica di qualsiasi migrante con condanna giudiziaria e l’obbligo per immigrati irregolari, transitori e temporanei di pagare i servizi sanitari, pena il ritiro della copertura pubblica – misura qualificata dagli operatori dei diritti umani come «xenofoba» e discriminatoria nei confronti dei più vulnerabili. Il provvedimento, che impone a chi entra oggi in Argentina di esibire un’assicurazione medica a garanzia del pagamento, palesa l’idea di un Paese «per pochi», pronto a respingere chiunque non sia ritenuto «utile» alla presunta rinascita economica voluta dall’esecutivo. In aggiunta, il governo intende dare facoltà alle università nazionali di far pagare le tasse di iscrizione, sfidando l’autonomia accademica e contraddicendo decenni di politiche pubbliche volte all’accesso gratuito all’istruzione superiore.
Accanto al capitolo migranti, spicca la battaglia contro i diritti dei lavoratori. Il Decreto 333/2025, con cui si eliminano progressivamente i dazi su smartphone, microonde e altri beni importati, è stato percepito come un colpo mortale all’industria locale della Terra del Fuoco. Più di venti sindacati del territorio hanno proclamato uno sciopero il 21 maggio, denunciando che la misura rappresenta – di fatto – la cancellazione della legge antidumping che proteggeva la produzione di elettrodomestici. Mónica Acosta, della cooperativa RENACER, ha definito la crisi risultante come «la peggiore di tutte» per l’industria provinciale, suggerendo legami fra le politiche doganali e richieste del Fondo Monetario Internazionale, nonché ipotesi di accordi strategici con gli Stati Uniti, come la possibile installazione di una base per sottomarini nucleari a Ushuaia. È la chiara dimostrazione di come il governo stia subordinando ogni scelta economica a logiche di mercato estreme, senza alcuna attenzione alle ripercussioni sociali.
Le reazioni, anche nel resto del Paese, non si sono fatte attendere. Mentre i sindacati proclamano uno sciopero e inviano un messaggio duro al potere centrale, i pensionati sono scesi in piazza ogni mercoledì per chiedere l’adeguamento delle pensioni minime a valori consoni al costo della vita. In risposta, la polizia ha applicato il cosiddetto “protocollo antipiquete”, schierando reparti di fanteria e gas lacrimogeni per disperdere cortei pacifici che reclamavano soltanto un’esistenza dignitosa. Nel corso degli ultimi incontri, circa ottanta manifestanti sono rimasti feriti e due fotoreporter – Tomás Cuesta e Javier Iglesias – sono stati arrestati mentre documentavano le cariche, insieme al pensionato Pablo Luna e all’attivista Leandro Cruzado. Questa offensiva ha violato non solo il diritto di sciopero e di libera manifestazione, ma ha pure aggredito la libertà di stampa, in aperta contraddizione con i proclami ufficiali di apertura e trasparenza.
Persino la Chiesa Cattolica argentina ha preso posizione, con un comunicato congiunto della Commissione Nazionale di Giustizia e Pace e della Commissione Episcopale di Pastorale Sociale, chiedendo la fine immediata della violenza statale e l’avvio di un dialogo nazionale per porre rimedio alla «delicata situazione previdenziale». I vescovi hanno denunciato che «la violenza non è mai la risposta all’esercizio del diritto di rivendicazione» e hanno richiamato le parole di Papa Francesco secondo cui «gli anziani sono un tesoro», auspicando che il Governo riconosca gli errori compiuti contro i pensionati.
In questo contesto di crescente tensione sociale, il 18 maggio si sono svolte le elezioni per rinnovare metà dei seggi della Legislatura di Buenos Aires. Le urne hanno registrato un’affluenza inferiore alle aspettative, intorno al 60 per cento, segno che il malcontento verso l’intero sistema politico non risparmia neppure la “capitale intellettuale” del Paese. La coalizione di Milei, La Libertad Avanza, ha conquistato il primo posto con circa il 32 per cento dei voti, sfruttando una campagna mediatica aggressiva e uno stile comunicativo iper-personalistico, riassunto nello slogan «Adorni è Milei». Grazie al sostegno del presidente, il candidato Manuel Adorni e la coalizione LLA hanno superato il PRO dell’ex presidente liberista Mauricio Macri (sotto il 20 per cento) e il candidato peronista Leandro Santoro (intorno al 30 per cento).
Eppure, la vittoria di Milei a Buenos Aires non può nascondere le falle profonde del suo progetto. L’astensionismo elevato rivela una disillusione diffusa e un senso di precarietà che attraversa i settori più colpiti dalle riforme: dalla sanità, ormai a pagamento per chi non dispone di una copertura privata, alle università, pronte a introdurre tasse d’iscrizione, fino ai lavoratori della produzione locale, minacciati da una concorrenza estera senza filtri. Le elezioni municipali hanno offerto a Milei un successo formale, ma non hanno prodotto quella “legittimazione plebiscitaria” invocata per legittimare una discontinuità radicale con il passato.
L’Argentina, con la sua storia di crisi economiche e instabilità politica, attraversa oggi l’ennesima stagione di contraddizioni. Da un lato, il governo di estrema destra si vanta di aver “spezzato le catene del populismo” e di aver dato un colpo di reni ai mercati, ottenendo l’appoggio tattico dell’FMI. Dall’altro, le sue politiche di austerità estrema non hanno garantito crescita né occupazione, ma hanno impoverito fasce sempre più ampie di popolazione, inasprito conflitti sociali e inasprito un clima di repressione. Le proteste dei sindacati della Terra del Fuoco, le marce dei pensionati, la denuncia della Chiesa e la violenza contro la stampa fotografano un modello di governance che calpesta diritti fondamentali e delegittima l’opposizione.
Per evitare che l’Argentina precipiti ulteriormente verso il baratro, sarebbe necessario invertire la rotta, restituendo centralità al dialogo e alla concertazione sociale, tutelando l’industria nazionale e garantendo un sistema previdenziale equo. Occorrerebbe smantellare le leggi liberticide sul diritto di sciopero, ripristinare i dazi selettivi per proteggere le produzioni strategiche e condurre riforme inclusive anziché punitive. Se il Paese non ritroverà al più presto un orizzonte di coesione e giustizia sociale, le promesse di rinascita di Milei rischiano di cedere il passo a un’era di instabilità e conflitto permanente, con conseguenze irreparabili per la democrazia argentina.
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