Il giudice federale John Coughenour ha bloccato l’ordine esecutivo di Donald Trump che revoca lo ius soli, definendolo “palesemente incostituzionale”. La misura, se attuata, avrebbe negato la cittadinanza ai figli di immigrati, sfidando il 14º emendamento della Costituzione.

“Si tratta di un ordine palesemente incostituzionale. Nei quarant’anni che faccio questo lavoro non ho mai affrontato un caso talmente chiaro”. Con queste parole il giudice federale John Coughenour, nello Stato di Washington, ha caratterizzato l’ordine di Donald Trump che revocherebbe lo ius soli, il diritto alla cittadinanza per i nati negli Stati Uniti.
Nella miriade di ordini esecutivi emessi il primo giorno dopo essersi insediato alla Casa Bianca, spiccava quello sulla cittadinanza per nascita. Il 47esimo presidente, dopo avere firmato l’ordine esecutivo, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “l’unico Paese” a conferire la cittadinanza per nascita. Non si sa se si tratti di una menzogna o di semplice ignoranza. I fatti ci dicono che lo ius soli è usato da tutti i Paesi delle Americhe. Lo usano anche altri Paesi, mentre altri stanno modificando le loro leggi per renderle più inclusive, tenendo presente le aumentate migrazioni e cercando il modo migliore di integrare i nuovi arrivati.
Eugene Robinson, vincitore di un Premio Pulitzer, scrivendo nel Washington Post, vede un legame razziale nell’ordine esecutivo di Trump. Ha ragione, perché il 14esimo emendamento, che garantisce la cittadinanza a tutti coloro nati negli USA, emerse subito dopo la fine della Guerra Civile nel diciannovesimo secolo. Fino all’approvazione dell’emendamento, erano esclusi dalla cittadinanza non solo gli schiavi, ma persino gli afroamericani che, in qualche modo, avevano ottenuto legalmente la loro libertà. Questo lo aveva confermato la Corte Suprema nel caso Dred Scott vs. Sanford del 1857.
L’approvazione del 14esimo emendamento nel 1868 stabilì che “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”. L’idea era di garantire la cittadinanza agli afroamericani liberati dalla schiavitù, ma questo diritto fu esteso a tutti. L’unica eccezione riguarda i figli di diplomatici.
Il 14esimo emendamento è stato sfidato nel corso degli anni, ma è sempre stato mantenuto, persino per i figli nati in America da genitori senza diritto di residenza legale. Nel 1898 la Corte Suprema confermò questo diritto, come ci ricorda il caso di Wong Kim Ark, nato negli USA da genitori senza permesso di residenza legale. La Corte Suprema chiarì che ogni residente degli Stati Uniti rientra “nella fedeltà e protezione e, di conseguenza, è soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti”. Nel suo ordine esecutivo, Trump mette in dubbio la giurisdizione statunitense non solo per le donne senza documenti di residenza legale, ma anche per quelle temporaneamente negli USA, come studentesse o turiste con visto.
L’ordine di Trump, se non fosse stato bloccato, avrebbe anche imposto alle agenzie governative e agli ospedali di controllare la situazione immigratoria delle madri la cui giurisdizione non rientra nelle direttive dell’ordine esecutivo. Le autorità che rilasciano i certificati di nascita attualmente non controllano lo status migratorio della madre né del padre. L’ordine esecutivo avrebbe causato seri problemi a questi ospedali, che devono anche preoccuparsi della copertura sanitaria di queste madri.
Come se non bastasse lo stress tipico delle donne che stanno per avere un bambino, Trump vi aggiungerebbe anche la questione della residenza legale. Inoltre, l’ordine esecutivo avrebbe impedito il rilascio di passaporti ai figli di immigrati che non avessero almeno uno dei genitori nato negli USA o in possesso della green card, che garantisce la residenza legale.
Il 47esimo presidente ha una lunghissima storia di sfidare il sistema e sa benissimo che la questione andrà a finire alla Corte Suprema, anche se non rapidamente. Si teme, però, che con la maggioranza (6-3) dei giudici della Corte più alta, orientata a destra, vi possano essere dei cambiamenti che eroderebbero lo ius soli sancito dal 14esimo emendamento.
Il procuratore dello Stato di Washington, Nick Brown, però, ha dichiarato che la vittoria temporanea rappresenta il “primo passo” e che la decisione del giudice Coughenour “rafforza il concetto che nessun individuo, nemmeno il presidente degli Stati Uniti, può cancellare il processo per emendare la Costituzione”. Emendare la Costituzione è un processo lungo: richiede un voto della legislatura con maggioranza assoluta, la firma del presidente e poi la ratifica di tre quarti di tutti gli Stati.
Si spera che Brown abbia ragione. Nella peggiore delle ipotesi, però, anche con una sconfitta giudiziaria finale, Trump ci guadagnerebbe: potrebbe facilmente ricordare ai suoi sostenitori di avere mantenuto una promessa elettorale.
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